Dopo il lamento per la dipartita di Mario Draghi

L’uscita del “Migliore dei Migliori” è qualcosa per cui stracciarsi le vesti? Sinceramente, no. Anzi. È qualcosa per cui gioire.

Pierfranco Pellizzetti

In questo generale lamento alla Garcia Lorca per l’uscita di scena del Migliore dei Migliori, l’algido banchiere Draghi, visto caracollare furibondo nella plaza de toros del Senato della Repubblica, più o meno a las cinco de la tarde, mentre improvvisati banderilleros, da mesi e sino a ieri camareros sul lecchino del toreador que todo el mundo nos envidia (tutto il mondo ci invidia), gli piantavano nelle terga e sul groppone le banderillas dell’astensione, a nessuno fu subito chiaro che il bicchiere del dolore era pieno solo per metà. Visto che – a ben vedere – per l’altra metà potremmo liberamente gioire. Anche se, stante la pausa feriale, ancora non ci siamo potuti godere la faccia da funerale delle cheerleaders in servizio permanente, ormai disoccupate e in gramaglie, Lilli Gruber e Mariolina Sattanino, a cui non sarà più concesso di agitare i pompon e squittire gridolini di entusiasmo al solo annuncio di qualche mirabilia onirica del loro idolo, insediato sul trono del governo. Non dovremo più sorbirci i loro atti di fede nell’assoluta eccezionalità planetaria di costui; e poi scoprire che si tratta dell’ennesimo provincialismo da curva sud, visto che il presunto fenomeno in giro per il mondo non raccoglie questo gran credito. Valga per tutti il giudizio di uno dei più importanti sociologi europei – Wolfgang Streeck del Max Planck – il quale già sette anni fa scriveva: “cosa si deve fare per ripristinare una democrazia capace di servire da correttivo al capitalismo? Se tutto ciò che c’è a livello sovranazionale sono gli Jean-Claude Juncker e i Mario Draghi”.

E che dire del sollievo, rendendoci conto che allo sgombero del premier aggiusta-tutto, di cui non c’è memoria di un’operazione che sia una condotta in porto, si affiancherà inevitabilmente l’uscita di scena di un bel po’ di fancazzisti della politica: dal macrochiappico per usucapione di poltrona ministeriale Luigino Di Maio al buffo gergale confindustrialese Carlo Calenda, per giungere all’inarrivabile quintessenza dell’antipatia trombonesca e tirapacchi Matteo “stai sereno” Renzi. Ma, in materia di gente inutile, che dire di Enrico Camomilla Letta (che però rischia di continuare a galleggiare per rendita di posizione piddina; a differenza del trio precedente, che per nostra fortuna è destinato ad andare a spasso). Altrettanto dovrebbe smammare il pool, ministeriali o meno, alla corte draghiana solo per fare danni: il peggio di tutti è certamente Roberto Cingolani, maestro nel gioco delle tre carte applicato a una materia drammaticamente seria come ambiente ed energia. Ma non scherzano neppure i profeti di un liberismo giurassico, ormai fuori tempo massimo nella corsa al retrò (Milton Friedman imperversava negli anni Ottanta) che rispondono ai nomi di Franco Giavazzi e Vittorio Colao, il titolare del portafoglio digitale per rifilare allo stato italiano gadget che fanno sbellicare l’economista premio Nobel Paul Krugman (“viviamo nell’epoca di i-Phone, i-Pad e i-Quelchetipare, più divertenti che indispensabili”).

A far buon peso dovremmo gioire perché le presumibili prossime elezioni ottobrine faranno sparire anche un bel po’ di inutili fantasmini, da ministri tappezzeria tipo il bancaditalia Daniele Franco, del dicastero degli Affari Economici, alla folla di candidati alla disoccupazione intellettuale, impersonata dai cancellati dalla rendita elettorale per la soppressione di inutili poltrone parlamentari.

Ultima ma non ultima la soddisfazione di poter dichiarare tranquillamente che se abbiamo dovuto sorbirci l’imbevibile spettacolo della crisi surreale di queste ultime settimane, un giusto merito va attribuito anche al nostro deludente presidente della Repubblica. Sergio Mattarella è sembrato a lungo una figura che si muoveva in punta di piedi perché affetto dalla sindrome dell’ospite in casa d’altri e poi, quando invece ha preso un’iniziativa, ci ha regalato l’obbrobrio di un governo di unità nazionale nato con lo stigma che lo ha fatto durare persino meno – per qualche giorno – della precedente ammucchiata presa in carico da Mario Monti. Operazione mattarelliana nata certamente per assecondare stampa padronale e Confindustria, che non ritenevano abbastanza condiscendente il precedente governo (Conte due) per quanto riguardava l’assegnazione dei miliardoni del Recovery Fund.

Ebbene, di tutta questa paccottiglia (e qualche schifezza) la crisi di cui ci si straccia le vesti è stata la benemerita scopa manzoniana. Evviva.

Semmai – se proprio volessimo lamentarci – il bicchiere mezzo vuoto è rappresentato dalla totale mancanza di alternative per il dopo: visto che l’impresentabile Giorgia Meloni e il Signor Tentenna Giuseppe Conte non lo sono.



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