Le undici tesi di Paolo Flores d’Arcais “Contro Habermas”

Un saggio del direttore di MicroMega critica il filosofo tedesco, denunciandone “le tentazioni della fede, le illusioni del cognitivismo etico e la rinuncia alla lotta per la democrazia radicale”.

Alfonso Liguori

Nel libro “Contro Habermas” (Aragno, Torino 2021) Paolo Flores d’Arcais – a partire dalla discussione aperta con Habermas sulla rivista MicroMega negli anni 2007/2008 – critica il filosofo tedesco, denunciandone “le tentazioni della fede, le illusioni del cognitivismo etico e la rinuncia alla lotta per la democrazia radicale”.

Habermas ha affermato il ruolo irrinunciabile delle religioni: a fronte del multiculturalismo e dei nuovi “nichilismi”, la democrazia deve riconoscere le risorse etiche della religione. Le religioni riguadagnano opportunamente terreno, e pertanto la società occidentale sarebbe ormai post-secolare. Il contributo religioso può rivelarsi prezioso nelle controversie più delicate – si pensi alla bioetica –, ad esempio con il richiamo ai valori cristiani. Pur facendo salvo il nucleo laico-razionale dello Stato costituzionale, per cui i diritti vanno ritagliati sull’individuo, Habermas concede un ruolo peculiare alle Chiese nel dibattito pubblico.

Il filosofo tedesco rivaluta la religione nel quadro di una revisione critica dell’illuminismo radicale. I non credenti devono riconoscere il potenziale di verità delle religioni: la modernizzazione è un processo ancora non concluso, da aprirsi al religioso (l’illuminismo darebbe luogo a una nozione sclerotizzata e laicistica della modernità). Queste tesi – che Habermas difende anche nei confronti di Flores d’Arcais – sono coerenti con l’approccio kantiano e l’idea di deliberative democracy. Richiamandosi all’ “uso pubblico della ragione” (Kant), Habermas sostiene che – a fronte di una società colonizzata dal mercato e dai mass-media – nella sfera pubblica non va sottratto pregiudizialmente alcun argomento. Se si intende la politica come un macro-discorso pubblico allora la formazione della volontà democratica esibirà un “contenuto cognitivo”, anche dal lato della giustizia. Nelle reti comunicative della società civile le Chiese possono collaborare per la formazione deliberativa della volontà, a condizione di limitarsi al ruolo di “comunità della interpretazione”. La religione, altresì, è preziosa per la comprensione della lacerazione dei contesti di vita, e delle difficoltà dei progetti esistenziali, determinate dalle “società turbocapitalistiche” (e dal cinismo edonistico che le caratterizza).

Habermas polemizza con il laicismo e il “secolarismo”, criticando lo “scientismo”: “nel mondo anglosassone, il secolarismo si appella oggi a un naturalismo hard, che restringe alle scienze della natura il monopolio del sapere socialmente valido. Io ritengo che questo scientismo sia una pura Weltanschauung ideologica. Esso è inconciliabile con un pensiero post-metafisico che subordini – senza cancellare il confine tra scienza e fede – anche le questioni morali, etiche ed estetiche alla forza discorsiva di una ragione tanto secolare quanto non mutilata”. In definitiva, Habermas vuol cogliere (e conservare) il significato etico dei concetti biblici: ad esempio, il concetto di “dignità umana” può derivare dall’idea dell’uomo “fatto a immagine e somiglianza di Dio”: certo l’idea va secolarizzata, per cui si perde la “creaturalità”, ma se ne conserva il nucleo semantico. Insomma, l’autore propone di relativizzare l’illuminismo radicale, per salvare il senso etico della religione: “la polemica illuministica contro il potere mondano della religione ci ha fatto dimenticare che il pensiero post-metafisico si è appropriato – in forma critica – di contenuti giudaico-cristiani che non sono affatto meno rilevanti dell’eredità della metafisica greca”.

All’opposto, Flores d’Arcais sostiene che il nuovo protagonismo della religione, nel segno della contro-secolarizzazione, è dovuto alla globalizzazione e al multiculturalismo: ad esempio le comunità dei migranti sono portatrici di pretese fideistiche (si pensi all’islamismo) che sfidano lo stato laico e liberale. E qui l’autore si riferisce al patriarcalismo di queste formazioni sociali, i cui costumi conculcano i diritti individuali, con particolare riferimento alle donne. A ciò si affianca una Chiesa gerarchica che vorrebbe imporre taluni indirizzi in vari ambiti sensibili – dal divorzio all’aborto, fino alla bioetica. La rivincita del discorso religioso sarebbe inoltre propiziata dalla crisi della democrazia: dalle promesse non mantenute si passa a invocare, indebitamente, il ruolo salvifico delle religioni. La società occidentale, invero, sarebbe non ancora del tutto secolarizzata e “disincantata”.

Altresì, le “comunità [religiose] dell’interpretazione” tendono a compensare il deficit di rappresentanza politica degli immigrati: ma a questo punto bisognerebbe rafforzare la democrazia anziché – come sembra fare Habermas – inseguire “risarcimenti” morali. Contro l’idea habermasiana di una “coscienza europea” da aprirsi alle religioni, le uniche forme di fede conciliabili con la democrazia sono quelle che rinunciano al fondamentalismo. Flores d’Arcais si schiera dunque contro il patriarcalismo e il comunitarismo (pre-moderno) delle fedi, a difesa dell’autonomia degli individui.

Contro Habermas, l’autore difende il “non cognitivismo etico”: da un lato, è ideologico pensare, come Habermas, che la politica rappresenti una comunicazione generalizzata volta alla “verità”, rimuovendo le asimmetrie; dall’altro, il “non cognitivismo etico” non porta necessariamente al nichilismo. Il non cognitivismo etico pretende semplicemente che la norma o il valore fondamentale non possa darsi razionalmente, e che sia frutto di una scelta ineludibile. Homo Sapiens sarebbe “condannato” a decidere i valori etici di riferimento senza poterli fondare in modo assoluto-razionale e senza poterli derivare dalla dimensione fattuale (e qui vale il divisionismo Sein/Sollen). Va adottato, quindi, il non-cognitivismo etico che non è scetticismo; per il non cognitivista ci sono certo buone ragioni per argomentare moralmente ma non per fondare i “valori ultimi”: i valori decisivi si scelgono per via esistenziale (e qui l’autore si richiama ad Albert Camus). E persino un filosofo cristiano come Blaise Pascal riteneva che l’uomo non avesse nozione assoluta della “giustizia”. Per la Diskursethik, invece, sulla base dei presupposti dell’argomentazione, “possono pretendere validità soltanto quelle norme che trovano (o possono trovare) il consenso di tutti i soggetti coinvolti quali partecipanti a un discorso pratico” (vi sarebbe dunque “capacità di verità” nella morale). In realtà, l’etica di Habermas presuppone un tipo di riconoscimento e una relazione simmetrica tra gli interlocutori che già rappresentano una morale, ispirata al telos dell’intesa: ma tale presupposizione di contenuto, per il nostro autore, è implicitamente scelta, non dimostrata. In linea più generale, Flores d’Arcais non accetta il privilegio che Habermas riserva all’agire finalizzato all’intesa distinto dall’agire strategico. Per il nostro autore, l’agire comunicativo sarebbe anche strategico: la comunicazione può orientarsi anche all’inganno, alla “persuasione”. Insomma, Habermas trascura la fenomenologia del conflitto.

L’autore rifiuta, inoltre, l’idea di Habermas di equiparare il fondamentalismo religioso allo scientismo ateo presuntivamente “nichilista” (ad esempio di un autore come Dawkins). Flores d’Arcais difende il naturalismo e la moderna ragione scettica (ed empirico-critica), per cui l’uomo è una mera evoluzione casuale della scimmia; a suo avviso, invece, il filosofo tedesco, nel far valere un’idea di ragione più ampia, si richiamerebbe a Hegel, il cui concetto di “Ragione” sarebbe “teologia”.

Invero, Habermas adotta una concezione della modernità simile a quella di Max Weber, ma approda a differenti conclusioni. Secondo la rilettura habermasiana di Weber nel moderno si verifica una triplice razionalizzazione sociale, riferita rispettivamente alle scienze cognitive, all’etica e al diritto, e all’arte. Ma mentre nella prospettiva weberiana si giunge al politeismo dei valori e al disincanto (Entzauberung), per Habermas la ratio comunicativa riunirebbe le diverse forme di razionalità ed è possibile individuare le “norme giuste” mediante la Diskursethik. Il nostro autore non accetta queste conclusioni – sia derubricando l’etica discorsiva ad un’etica del riconoscimento pregiudizialmente scelta, sia confutando la pretesa di unitarietà (quasi hegeliana) delle varie forme di razionalità.

In definitiva, Flores d’Arcais riconosce la crisi e le debolezze delle vigenti democrazie, ma auspica – invece che il richiamo al ruolo succedaneo della religione – un rafforzamento della democrazia attraverso forti politiche di welfare, il pluralismo dell’informazione, il superamento della partitocrazia, una più piena partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica.

Nell’ultimo paragrafo, l’autore ribadisce le critiche già rivolte al filosofo tedesco, con particolare riferimento all’Europa. Il patriottismo costituzionale – ispirato a valori universalistici e da contrapporre agli identitarismi – pretenderebbe una democrazia più forte: ma questa, a sua volta, non si può realizzare confidando nella comunicazione orizzontale o nel riformismo europeo. Sembra irrealistica l’idea habermasiana di rafforzare la democrazia al livello dell’Unione europea, concretizzandone l’“unità politica” ed economica: ciò richiederebbe una “costituzione europea” per la quale mancano le condizioni etico-politiche (e i rapporti di forza, al momento orientati, in molti Stati membri, verso la destra populista). La volontà, condivisibile, di Habermas di governare politicamente il capitalismo, di “addomesticare” i mercati, rafforzando, da sinistra, lo stato sociale – un programma che vorrebbe ereditare, a suo modo, Marx – si scontra con la necessità di nuove forme di lotta politica e di conflitto, non previste dal filosofo tedesco. E in fondo, secondo il nostro autore, il peculiare interesse habermasiano per la religione – e per una ragione di tipo “hegeliano” – non aiuterebbe nella direzione dell’emancipazione e di una democrazia radicale.

In conclusione, a mio avviso, questo libro è particolarmente interessante, perché discute temi di ordine sia teorico che politico, riferiti all’attualità. Le tesi di Paolo Flores d’Arcais si rivelano in gran parte condivisibili: è evidente che l’approdo alla democrazia deliberativa, e alla rivalutazione della religione in un quadro post-secolare, porta il filosofo tedesco a compensare per via morale la crisi della democrazia (e della sinistra europea). Tuttavia, va riconosciuta ad Habermas una notevole profondità culturale, specie laddove, ereditando il senso etico della religione, ha criticato lo “scientismo”: sovente lo scientismo si traduce nell’apologia della tecnoscienza, la quale, alleata del capitale, non è certo innocua per la nostra Lebensform (e per la stessa democrazia).

Dal lato storico-filosofico, nondimeno, l’opzione di Flores d’Arcais per una ragione esclusivamente scettica ed empirica, in stile analitico, come essenza della modernità, – unita alla critica della ragione hegeliana come “teologia” – richiederebbe un supplemento di riflessione. Il rischio, forse, è di svalutare il carattere olistico e dialettico d’una certa filosofia moderna: dall’idealismo, allo stesso Marx. Peraltro, Habermas non è “hegeliano”, nella misura in cui si richiama a una ragione comunicativa e al pensiero post-metafisico (Nachmetaphysisches Denken).

In ogni caso, è un testo di pregio: non solo per la critica ad Habermas, ma anche perché affronta con intelligenza il tema della secolarizzazione, in un periodo storico interessato dalle peculiari vicende – economiche, politiche e culturali – della globalizzazione.



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