Foibe: chiedere perdono è giusto, riflettiamo sulle responsabilità storiche

La Presidente del Consiglio ha giustamente chiesto perdono alle vittime della repressione titina per il silenzio che è calato per molti anni sulla vicenda delle foibe. Si dovrebbe, però, per completezza e onestà storica, chiederlo altresì per le responsabilità politiche di quei fatti e riconoscere che quella tragedia fu anche conseguenza della ferocia dei fascisti cui vennero, in una facile e ingiusta generalizzazione, equiparati tutti gli italiani.

Teresa Simeone

La questione delle foibe e in generale del confine orientale, che sarebbe preferibile definire italo-sloveno per includere le due prospettive, richiede uno sguardo ampio, sia spazialmente sia temporalmente. Se non si vuole avere e dare una visione parziale, solo italiana, bisogna approcciarsi alla storia con il desiderio sincero di conoscere e di capire e ricordare, insieme alle due fasi dell’infoibamento degli italiani nel 1943 e nel 1945, anche il fascismo di confine, l’opera di snazionalizzazione di quelle aree, l’autoritarismo con cui le popolazioni slave furono costrette a cambiare i propri cognomi, la toponomastica, a usare una lingua straniera in tutti i contesti, finanche a cantare e predicare in chiesa in italiano e persino a rinunciare al diritto della scritta sulla lapide nei cimiteri. “Noi Squadristi, con metodi persuasivi – imponevano e si firmavano i fascisti in un noto manifesto a Dignano -, faremo rispettare il presente ordine”.

Quella che ha interessato l’alto Adriatico, una zona difficile, come tutte le zone di frontiera, in cui si mescolano popoli, etnie, storie, è una vicenda complicata che, dalla caduta dell’impero romano alla Grande guerra, è stata un’area di confine in cui convivevano tre mondi, culturali e linguistici, il mondo latino, quello slavo e quello germanico, col loro portato di vivacità culturale certo, ma anche di conflittualità. Trieste, Fiume, Istria erano spazi cosmopolitici, mondi “meticci” nei quali la coesistenza osmotica dava luogo a contaminazioni e scelte come quella, ad esempio, che emerge dallo pseudonimo Italo Svevo o quella di Guglielmo Oberdan, nato Wilhelm Oberdank, con nome tedesco, cognome sloveno, ma appartenenza italiana.

La frontiera è anche uno stato psicologico: guerre, invasioni, conquiste determinano spostamenti di masse di esseri umani da uno spazio a un altro, da una cultura a un’altra, da uno Stato a un altro. Vivendo in tale zona, ci si arricchisce dell’apporto multietnico e multiculturale, ma si vive anche in una condizione di precarietà. Quando il confine, poi, è continuamente spostato, allora sono inevitabili i drammi: pensiamo alla sorte che per secoli hanno vissuto gli abitanti dell’Alsazia e della Lorena, per fare solo uno tra i possibili esempi o a quella, appunto, degli slavi e degli italiani dopo la Prima guerra mondiale.

Bisogna ricordare, nel caso di queste terre, ciò che ne caratterizzò la storia successiva, con la brutalità delle direttive fasciste contro gli slavi, considerati esseri inferiori e quindi da sottomettere, l’aggressione della Jugoslavia del 1941 da parte dei tedeschi e degli italiani, assolutamente ingiustificabile dal momento che il paese aveva dichiarato la propria neutralità, i campi di concentramento di Arbe, isola della Croazia, e di Gonars, in provincia di Udine, la Risiera di San Sabba a Trieste -unico campo in territorio italiano con un forno crematorio – dove furono rinchiusi in particolare gli oppositori politici, l’eccidio di Podhum, vicino a Fiume, in cui nel luglio del 1942 le forze italiane uccisero novantuno civili croati per rappresaglia a un attentato partigiano e deportarono in un campo di concentramento la restante popolazione.

Già nel settembre del 1920, in realtà, Benito Mussolini, in un famoso discorso, diceva a Pola: «Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani.». Nel luglio dello stesso anno, l’hotel Balkan, sede del Narodni Dom, la casa del popolo di Trieste, era stato incendiato, nel corso di quello che Renzo De Felice definirà “il vero battesimo dello squadrismo organizzato”, diventato poi il simbolo delle persecuzioni fasciste delle popolazioni slovene e croate della Venezia Giulia e un punto di svolta nell’affermazione del fascismo di confine.

Il tono con cui da parte italiana ci si rapportava agli slavi è dato dalle varie comunicazioni sul modo di trattarli: come dimenticare la famigerata Circolare 3C che Mario Roatta, in qualità di comandante dell’esercito italiano nella provincia di Lubiana, emanò il 1º marzo 1942? Una vera e propria dichiarazione di guerra contro la popolazione slovena civile.

Tali disposizioni non si discostavano da quelle impartite dagli alleati nazisti: rappresaglie, incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie, raccolta e uccisione di ostaggi, internamenti nei campi di concentramento.

In un bollettino, Roatta specificava: “Non occhio per occhio e dente per dente! Piuttosto una testa per ogni dente”. Perché, si sa, i denti sono molti di più delle teste.

Sono storia, come si legge dai verbali dell’epoca, queste brutalità. In uno stralcio delle comunicazioni verbali fatte a Fiume, il 23 maggio 1942, si legge: “Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perché Lubiana è provincia italiana. […] Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario.” Roatta esprime il suo pensiero nei riguardi del sistema da usare per risolvere la situazione in Slovenia che insieme ad altre disposizioni prevede, secondo la proposta del duce, di internare “anche 20-30.000 persone” e di estendere l’internamento a “determinate categorie di persone”, ad esempio studenti. In un’altra nota ad esempio, di Robotti, ci si lamenta che si ammazzi troppo poco!

Si comprende, allora, come anche la drammatica vicenda delle foibe sia da inquadrare nell’esplosione di violenza consequenziale al fascismo di confine dal 1919 in poi, e, in seguito, all’invasione della Jugoslavia del 6 aprile 1941 e al dominio nazista sul Litorale adriatico. Tale è lo scenario in cui sono da collocare le foibe del 1943 e del 1945 e l’esito delle tristi vicende di cui furono vittime i nostri connazionali, equiparati, ingiustamente, ai fascisti.

D’altronde, dovremmo chiederci: in quel periodo, chi erano i veri nemici degli italiani? Non gli slavi, non gli sloveni, ma i nazisti che avevano occupato un nostro ampio territorio in una prospettiva annessionistica. E mentre spesso i partigiani italiani combattevano per la libertà insieme a quelli sloveni e croati, i collaborazionisti dei tedeschi, al di là della magniloquenza sulle bandiere tricolori, erano al servizio del Terzo Reich, a cominciare dalla X Mas.

Fu quella politica nefasta a far scaturire, nelle popolazioni slave, un fortissimo sentimento anti-italiano e l’idea dell’equivalenza, senza distinzioni, tra Italia e fascismo. La violenza degli iugoslavi, nel periodo successivo all’8 settembre 1943 e poi nel 1945, quello delle due ondate di foibe, non fu rivolta soltanto contro i collaborazionisti del nazifascismo, ma coinvolse indiscriminatamente la popolazione italiana locale, in una sorta di “resa dei conti” che affondava le sue radici in oltre vent’anni di sopraffazioni e odio etnico e ideologico. Gli infoibamenti e la sorte terribile che toccò a molti civili innocenti fu deplorevole, ingiustificabile e merita la nostra condanna assoluta. La domanda successiva è: se i fascisti non avessero compiuti tutti quei soprusi, se l’Italia non avesse, insieme all’alleato tedesco, aggredito quelle terre, il loro destino sarebbe stato lo stesso? Se l’Italia non avesse partecipato alla Seconda guerra mondiale e non fosse stata punita con la cessione dei possedimenti istriano-dalmati ci sarebbe stato ugualmente l’esodo? Certo, è noto anche il disegno iugoslavo di annettere parte dei territori di confine occupati da Tito ma questo è stato possibile nell’ottica che si è creata a causa delle scelte belliche di Mussolini.

Negare le responsabilità del fascismo, sia quando arrivò al potere sia quando entrò in guerra al fianco della Germania nazista, è un grave torto che si fa alla storia.

Su queste stragi, è vero, calò a lungo un imbarazzato silenzio da collocarsi nel quadro dei rapporti internazionali postbellici e soprattutto di quelli tra l’Italia e il regime comunista iugoslavo, con particolare riferimento ai rispettivi crimini perpetrati durante la guerra: se si fosse insistito nel reclamare i criminali che avevano infoibato gli italiani in Istria e a Trieste, si sarebbero dovuti consegnare alle autorità jugoslave i nostri militari protagonisti di crimini in Slovenia e Montenegro. Nell’ottica di una pacificazione successiva agli orrori della guerra, si scelse tacitamente di rinunciare alle reciproche rivendicazioni. Questo silenzio ha umiliato e offeso le vittime, tutte le vittime, quelle italiane da parte degli jugoslavi, quelle slave da parte degli italiani, non solo le prime.

Quindi il ricordo è necessario, come necessario dal punto di vista civico è riconoscere la violenza che gli italiani subirono nelle foibe e la tragicità dell’esodo e allo stesso modo, dal punto di vista storico, il ruolo che ebbe l’Italia fascista, sia nella politica di brutalizzazione successiva alla Prima guerra mondiale, sia nella scelta scellerata di entrare in guerra, di aggredire la Grecia, fatto che fece intervenire in soccorso la Germania con l’invasione della Jugoslavia e di sottoporne le terre e le popolazioni all’occupazione più feroce del Novecento, un’occupazione, tra l’altro, che anche noi, dal ‘43, avremmo vissuto e da cui ci avrebbero liberato i nostri partigiani e le truppe angloamericane.

Che il ricordo ci sia dunque e sia non silenzioso ma forte, lucido, fertile per il futuro, soprattutto fecondo di conoscenza e di studio onesto, l’unico in grado di porsi come scudo contro le manipolazioni e le strumentalizzazioni ideologiche e capace di generare una riflessione attenta e consapevole sui mali che i totalitarismi, i nazionalismi e i vari fanatismi creano in ogni tempo e a qualsiasi latitudine.

Come ha scritto Predrag Matvejevic, dobbiamo lasciare le reciproche sordità e unirci in un dolore corale che solo può dare ragione della sofferenza degli uni e degli altri.

CREDITI FOTO: ANSA/ANGELO CARCONI – La facciate della Farnesina, sede del ministero degli Esteri, illuminata con la scritta “Io ricordo”, in omaggio alle vittime delle foibe, Roma, 11 febbraio 2024.



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