Bodycam e codici identificativi: Lamorgese sul solco di Minniti e Salvini

Da un lato la chiusura all’uso dei codici identificativi sui caschi dei reparti mobili delle forze dell'ordine, dall'altro, invece, via libera alle bodycam.

Valerio Nicolosi

“Il Parlamento europeo esprime preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell’UE; invita gli Stati membri a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico delle autorità incaricate dell’applicazione della legge e del loro personale sia rafforzato, l’assunzione di responsabilità sia garantita e l’immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o degradanti; esorta gli Stati membri a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo”. Questo il testo della Risoluzione del 12 dicembre 2012 del Parlamento europeo.

Spesso sui temi economici sentiamo ripetere frasi come “dobbiamo adeguarci agli standard europei” o “ce lo chiede l’Europa”, L’atteggiamento italiano, però, cambia radicalmente quando ci viene chiesto di adeguarci alle polizie degli altri Paesi membri e utilizzare i codici alfanumerici di identificazione sui caschi dei reparti mobili di Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e Polizia penitenziaria. Su 27 Paesi membri, solo 5 non li utilizzano: Austria, Cipro, Lussemburgo, Olanda e Italia.

Ultima, in ordine di tempo, a opporsi è stata Luciana Lamorgese, sollecitata durante una discussione parlamentare a seguito delle cariche della polizia contro gli studenti scesi in piazza in solidarietà del diciottenne Lorenzo Parelli, morto a causa di un incidente nel suo ultimo giorno in una fabbrica per l’alternanza scuola-lavoro. “Sono già in essere le telecamere sui caschi delle forze di polizia che servono a documentare le azioni proprio per la massima trasparenza e questo serve a tutti, a chi manifesta, ma anche alle forze di polizia” ha dichiarato Lamorgese.

I codici identificativi alfanumerici non vengono introdotti per volontà politica e corporativa: la prima, con una maggioranza trasversale, si è sempre opposta, esprimendo addirittura pareri contrari sul tema degli abusi e del reato di tortura. “Gli agenti non potrebbero fare il proprio lavoro” ha commentato la segretaria di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni durante la fase dibattimentale. Un paradosso secondo cui chi dovrebbe far rispettare le leggi e l’ordine pubblico sarebbe ostacolato da una legge contro la tortura, che evidentemente secondo la destra italiana è uno strumento di “ordine pubblico”.

Quella corporativa invece è di un corpo (o meglio, dei corpi) che cercano di autotutelarsi e, quando costretti, sono soliti indicare come “mela marcia” chi si macchia di abusi, correndo così a evidenziare unicamente la responsabilità individuale. Comprensibile da parte loro, se non fossimo il Paese del G8 di Genova, dei casi Cucchi e Uva (per citarne solo due), se non fossimo il Paese della repressione e della spedizione punitiva nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere.

“Come Amnesty International abbiamo lanciato una campagna a dieci anni dal G8 di Genova. Da allora abbiamo raccolto 150mila firme e le abbiamo consegnate al governo. L’abbiamo rilanciata lo scorso anno per i venti anni da quei fatti perché crediamo che sia necessario adottare i codici alfanumerici di riconoscimento” dichiara a MicroMega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che sottolinea: “Nei fatti accaduti lo scorso anno nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere non sono stati identificati alcuni funzionari, nonostante la procura abbia in mano la registrazione dei pestaggi e delle violenze. Con i codici sarebbe stato tutto più facile”.

E le telecamere sono un altro tema scottante per Lamorgese perché, contestualmente all’ennesimo rigetto dell’applicazione dei codici identificativi, ha annunciato l’utilizzo di mille bodycam per i reparti mobili di Polizia e Carabinieri. “Non siamo contrari a priori ma ci sono diversi nodi da sciogliere – aggiunge Noury – quando saranno accese e quando spente? Le registrazioni come saranno archiviate e che utilizzo se ne farà? Faranno parte di un database per il riconoscimento facciale?”.

Le bodycam sono state l’espressa richiesta di alcuni sindacati di Polizia ai parlamentari che hanno sostenuto la campagna di Amnesty International, trasformandola in proposta di legge. Tra loro ci sono Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Riccardo Magi di +Europa e Giuditta Pini del Partito Democratico, che già nella scorsa legislatura aveva avanzato questa legga: “Non servirebbe nemmeno” dichiara Pini. “Basterebbe una circolare del ministero per un aggiornamento delle divise, cosa che Minniti fece mentre era in discussione in commissione la mia proposta, ma che non ha recepito”.

Nel disegno di legge di Pini ci sono anche le bodycam, inserite dopo un’interlocuzione con alcuni sindacati di polizia, che chiedono di poter avere le registrazioni del loro punto di vista: “Possono essere uno strumento utile ma c’è la necessità di regole d’ingaggio molto chiare e ben definite” aggiunge la deputata.

Le bodycam in tutto saranno poco meno di mille: 700 alla Polizia di Stato e 250 ai Carabinieri. Le immagini saranno conservate per sei mesi.

Per il resto norme chiare sembrano non esserci e questo potrebbe rivelarsi un problema: già in passato le immagini sono state utilizzate per mettere sotto processo o condannare persone che si trovavano vicine a degli scontri di piazza o nei pressi dell’incendio di un blindato delle forze dell’ordine, senza però che quelle immagini provassero la reale responsabilità della persona. “Lo strumento delle bodycam può essere molto più pericoloso di quello che potrebbe sembrare, in particolare se teniamo presente come questo possa incidere nei contesti delle manifestazioni, per via dell’istituto perverso della flagranza differita” commenta Federica Borlizzi, ricercatrice in sicurezza urbana, che aggiunge: “La flagranza differita consente di considerare in flagranza di reato chiunque, sulla base di documentazione video-fotografica, emerga come autore di un fatto di reato, sempre che l’arresto sia compiuto entro le 48 ore dal fatto”. La flagranza differita è stata applicata a lungo negli stadi e nel 2017 è stata estesa al Daspo urbano nel Decreto di sicurezza urbana di Minniti per poi essere allargata ulteriormente nel 2018 nel Decreto sicurezza di Salvini, nonostante gli appelli di molti giuristi che mettevano in discussione l’impianto perché in contesti come manifestazioni politiche o sportive non c’è, ad esempio, il rischio di reiterazione del reato nelle ore successive.

“L’introduzione delle telecamere sui caschi delle forze dell’ordine sembra nascondere la volontà di potenziare l’utilizzo dell’istituto della flagranza differita, consentendo l’arresto di manifestanti a causa di immagini estrapolate in contesti confusi tra centinaia di persone in movimento, criminalizzando e reprimendo chi scende in piazza per manifestare il proprio dissenso” commenta ancora Borlizzi.

Con le bodycam rischiamo di avere prove parziali che potranno essere usate contro i manifestanti con l’arresto differito entro le 48 ore successive, anche quando non c’è il rischio della reiterazione del reato e quindi basterebbe l’apertura “classica” delle immagini.
Lamorgese sta così terminando il lavoro iniziato da Minniti e portato avanti da Salvini, in piena continuità quindi con gli ultimi governi.



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