In ricordo di “Citto“ Maselli

Il regista di “Gli sbandati” è morto a 92 anni martedì 21 marzo a Roma.

Silvia Panichi

Il regista Francesco Maselli, conosciuto da tutti come ‘Citto’ è morto a 92 anni, allo scoccare della primavera.
Il suo film Storia d’amore uscì nel 1986. In quegli istanti di esitazione prima di spingersi nel vuoto, una giovanissima Valeria Golino trasmise alle spettatrici, già conquistate da quella storia di marginalità, il senso di un riscatto femminile  allora, ma ancora, incompiuto nel nostro paese, concentrando in una sola immagine il  lungo percorso che si era avviato 40 anni prima col diritto di voto e che aveva attraversato l’emancipazionismo di stampo anglosassone, le modifiche legislative al diritto di famiglia, l’elaborazione filosofica del  pensiero della differenza. D’altra parte, Francesco Maselli aveva goduto di un proficuo confronto su questi temi per essere stato, prima della lunga unione con la giornalista Stefania Brai, compagno di vita e di lavoro di Goliarda Sapienza, autrice de L’arte della gioia: un romanzo, uscito postumo dopo il rifiuto di molti editori, che con uno stile anticonvenzionale e ricco di contaminazioni, dava corpo alla storia complessa della protagonista, Modesta, appassionata e vitale a dispetto del nome.

Goliarda Sapienza appare anche nel film del 1970, Lettera aperta a un giornale della sera, dove in un monologo che fa riferimento all’episodio di Giona nel ventre della balena, mette in guardia su una più attuale forma di inutile visionarietà, quella che spinge un gruppo di militanti comunisti a dichiararsi, pubblicamente, pronti a partire per portare sostegno alla causa dei Viet-cong. Maselli, in questa sua opera intelligente, insolita e anche un po’ surreale, soprattutto se paragonata ai capolavori che il cinema americano avrebbe poi dedicato alla violenza tragica della guerra combattuta in Vietnam, esprime benissimo quella forma di autocompiacimento dell’intellighenzia di sinistra a cui era sufficiente intonare ‘Contessa’ per sentirsi rivoluzionaria. E che la borghesia italiana avesse dimostrato di non saper trasformare i suoi privilegi in una forma di militanza etica a sostegno della Nazione già lo aveva raccontato con efficacia il romanzo di Alberto Moravia Gli indifferenti, uscito nel 1929 e portato sullo schermo da Maselli nel 1964. Si dice che Moravia lo considerasse il miglior adattamento cinematografico di un suo libro, fino all’uscita de Il conformista di Bernardo Bertolucci a cui concesse un pari merito.

La militanza politica accompagna Citto Maselli per tutta la vita: giovanissimo militante antifascista, fu a lungo iscritto al Partito Comunista che lasciò dopo la svolta della Bolognina per fondare, insieme ad altri compagni, Rifondazione Comunista. Ma è stato anche attivo nella promozione del cinema, a lungo segretario generale dell’Associazione Nazionale Autori Cinematografici e ideatore delle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia.
In molti suoi film l’urgenza politica si esprime con passione mista a raziocinio, e con una venatura di pessimismo per il costante ripetersi di ingiustizie e ideali traditi: a partire da Gli sbandati, girato a 25 anni, ambientato nell’estate del ’43, passando attraverso I delfini del 1960, specchio impietoso di  mancati riscatti morali e di rivalse sociali mal indirizzate; per arrivare a Il sospetto, con l’apporto alla sceneggiatura di Franco Solinas, la musica di un’autrice del livello di Giovanna Marini e la bella interpretazione di Gian Maria Volonté.

Maselli si era diplomato a soli 19 anni al Centro Sperimentale di Cinematografia e aveva iniziato la sua carriera con un episodio di L’amore in città, intitolato Storia di Caterina.  La collaborazione con Michelangelo Antonioni per Cronaca di un amore e La signora senza camelie lo avvicina a un cinema che, pur fondandosi sulla poetica neorealista, va a incentrarsi sulle relazioni personali, trascinate da incomprensioni e disillusioni a forme di malessere che conducono talvolta a esiti estremi.  Fu invece il sodalizio con Luchino Visconti a spingerlo verso la perfezione stilistica, sostanziata dalla comune passione per la pittura, per l’opera lirica e per il mezzo fotografico. Alla fotografia Maselli si interessò al punto da dichiararsi, negli ultimi anni, quasi più fotografo che regista.

Citto Maselli è stato anche autore di documentari legati ad episodi storici, all’attualità politica, alle rivendicazioni sociali.  Ma l’accelerazione che ha subito questa forma di espressione negli ultimi decenni, con l’irrompere, ad esempio, delle narrazioni cronachistiche e serrate di Michael Moore o delle storie poetiche e universali di Gianfranco Rosi, ci hanno un po’ distaccato da quella lettura leggermente rigida e più convenzionale di passato e presente.
Questo certo non giustifica la parsimonia con cui l’opera di Citto Maselli trova spazio nelle rassegne cinematografiche e nella programmazione televisiva, rendendo questo grande regista ingiustamente estraneo ai giovani appassionati di cinema e ammantato di un’aura un po’ mitica e distante nel ricordo di quelli più avanti negli anni.

 

Foto di Giacomo Alessandroni – Opera propria, CC BY-SA 4.0



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