Francia: l’inquietante virata a destra di Macron

La sinistra francese si riferisce al nuovo esecutivo di Macron come al governo “Sarkozy IV”. Il presidente infatti, oltre a riesumare personalità politiche del passato, accentua il carattere autoritario del governo riducendo il numero di ministri.

Marco Cesario

Il rimpasto di governo macronista ha un sapore stranamente vintage. Dopo la sorpresa del rampollo Attal, il più giovane ministro della V repubblica, entra a far parte della squadra del governo la riesumata Rachita Dati, sopravvissuta dell’epoca glaciale sarkozista, un’epoca che sembrava essere stata messa nel cassetto dal rampante Macron nel lontano 2017. Persino il giornale conservatore Le Figaro, in un editoriale firmato da Yves Thréard, parla di atmosfera “macronzy” in seno al governo. Il presidente francese, spiega il quotidiano, ha voluto un “pacchetto” ristretto di ministri “rivoluzionari” da cui si aspetta “risultati, velocità ed efficienza per semplificare la vita dei cittadini”. Un lessico arcaico che potrebbe essere uscito direttamente da una consultazione di ChatGPT.
Ironia a parte, l’arrivo dell’ex ministra di Sarkozy Rachida Dati nel nuovo esecutivo Macron ha suscitato sconcerto anche nelle file del campo presidenziale. Come mai questo ritorno al passato? Certo, nella difficoltà degli ultimi mesi forse è meglio affidarsi all’usato sicuro, anche se questo sconfessa in parte il tuo iter politico. Del resto la riesumazione di Rachida Dati non è l’unico elemento a far capire che la svolta a destra è oramai operata e se Emmanuel Macron ne è il regista ufficiale, l’ex presidente Sarkozy (o chi per lui) potrebbe esserne il manovratore occulto. Nella mente di Macron c’è il voler tornare alle origini, allo spirito cioè del 2017 quando il suo partito, che non si voleva né di destra né di sinistra, sbaragliava la concorrenza a destra (approfittando del passo falso di Fillon, messo fuori gioco da vicende giudiziarie) e sorprendeva anche la sinistra in quanto il deus ex machina del neo-partito macronista proveniva dalla costola della presidenza socialista di Hollande. Eppure, a guardar meglio l’iter politico di questo sorprendente rimpasto, più che lo spirito del 2017, sull’Eliseo sembra aleggiare lo spirito del 2007. Lo hanno notato politologi, giornalisti, fini analisti. Negli slogan, nelle posture e soprattutto negli attori: Dati, la fedelissima di Sarkozy rimessa in sella, tra gli otto ministri “più pesanti”, dopo 15 anni di traversata nel deserto politico, poi Le Maire, Darmanin, Vautrin, senza tralasciare Lecornu e Bergé, che all’epoca agivano nell’ombra ma gravitavano pur sempre nell’orbita sarkozista.

Rachida Dati dunque succede a Rima Abdul Malak, scivolata sulla buccia di banana dell’affare Depardieu. La missione di Rachida Dati, secondo l’Eliseo, sarà quella di “abbattere le barriere di accesso alla cultura, in linea con il dna del macronismo”. Ma c’è un vizio di fondo, almeno se parliamo di cultura giuridica. Se infatti nel 2017 Macron ha inaugurato la presidenza con la consuetudine che i ministri che si trovano sotto inchiesta durante il loro mandato rimangano al loro posto, l’ex ministra della giustizia sarkozista entra nel governo in un momento in cui è già indagata per “corruzione” e “traffico di influenze”, il che è una sconfessione del vademecum macronista di questi ultimi anni ed una novità assoluta. “Un’incriminazione non è una condanna ( ), non significa colpevolezza”, l’ha difesa il rampollo Gabriel Attal su TF1, salutandola come “una donna di impegno ed energia”. Da segnalare anche l’ingresso inaspettato di Catherine Vautrin, altro dinosauro della destra gollista ed ex ministra sotto Jacques Chirac (2004-2007). Gli arrivi di Rachida Dati e Catherine Vautrin segnano dunque un ulteriore spostamento a destra del governo. L’effetto è tanto palese in quanto diverse figure della sinistra sono state apertamente scartate dal rimpasto: pensiamo ai vari Olivier Véran, Clément Beaune e Olivier Dussopt. Non è infatti un caso che la sinistra stessa abbia etichettato questo nuovo governo come “Sarkozy IV”.
La scelta è strategica e guarda al lungo termine. Ma governo di destra, vuol dire anche governo più “machista”. Se infatti la parità è rispettata numericamente nella prima ondata di nomine di questo nuovo esecutivo (sette uomini e sette donne), i cinque ministeri più “pesanti” (Interni, Giustizia, Forze Armate, Affari Esteri ed Economia) sono occupati da soli uomini. E solo quattro degli undici ministri titolari sono donne, a cui vanno aggiunti i tre ministri che fanno capo al Primo Ministro. Dopo la partenza di Elisabeth Borne da Matignon, questo squilibrio ha suscitato critiche, soprattutto da sinistra. C’è poi la questione della squadra ridotta del governo che ne accentuerebbe il suo carattere “autoritario”, almeno a quanto ne dice il costituzionalista Jean-Philippe Derosier. “Il principale vantaggio di un governo più piccolo -spiega dalle colonne del quotidiano Le Monde – è che rafforza l’autorità, perché più piccolo è il governo, più facile è per il leader imporre la sua decisione: è più facile gestire una squadra di una decina di persone che una squadra di venti o quaranta”.
Fin qui non ci piove. Ma c’è da dire che Macron da sempre ci aveva abituato all’oligarchia al potere. Se prima pero’ era l’oligarchia delle banche, dei giovani rampanti della finanza e dei poteri economici ora è diventata anche l’oligarchia dei dinosauri della politica di destra. Un connubio esplosivo, a soli sei mesi dalle elezioni europee.



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