Fratelli d’Italia e la difficile scelta fra la destra inglese e quella americana

Il passaggio dall’opposizione alla guida del governo ha imposto a Fratelli d’Italia un faticoso percorso di riposizionamento ideologico. I conservatori inglesi sono stati spesso additati come modello per una nuova destra italiana alla ricerca di legittimazione internazionale. Ma le differenze fra i due partiti rimangono sostanziali.

Emilio Carnevali

Il discorso con cui, lo scorso 25 ottobre, Giorgia Meloni ha chiesto la fiducia al proprio governo alla Camera dei Deputati era stato guarnito con una bella citazione del “principe” degli intellettuali conservatori inglesi di epoca contemporanea, Roger Scruton: “l’ecologia è l’esempio più vivo dell’alleanza tra chi c’è, chi c’è stato, e chi verrà dopo di noi”.
Una bella citazione, appunto, perché con pochissime parole permetteva di trasmettere più di un messaggio importante. C’era naturalmente la più didascalica contestazione dell’assunto secondo il quale la protezione dell’ambiente debba essere connotato come un tema “di sinistra”. In fondo, come osserva proprio Scruton nel suo libro A political philosophy, non è un caso se le parole inglesi conservatism (conservatorismo) e conservation (conservazione) hanno una comune radice. Esprimono un atteggiamento affine di protezione e tutela: della società tradizionale (da parte dei conservatives) e dell’ambiente naturale (da parte dei consevationists, ovvero gli ambientalisti) a fronte della minaccia portata dal connubio modernità politica-progresso industriale, che fino a tempi recenti hanno marciato grosso modo di pari passo.
Più sottile, ma forse più significativo, era il modo con cui quella citazione di Scruton permetteva a Meloni di confrontarsi con lo scivoloso concetto di “passato”. Non dalla prospettiva di un riferimento “nostalgico” (la stampa straniera aveva spesso descritto come “nostalgici del Fascismo” i membri del partito che si apprestava a vincere le elezioni in Italia), ma da quella di un tranquillizzante, “moderno conservatorismo”, in cui il passato può perfino assumere una dimensione affettiva e domestica: è il passato dei “nostri nonni”, non quello di un regime da riesumare.
Insomma, dopo essere stati immersi nell’acqua di Fiuggi, i panni degli eredi del Movimento Sociale Italiano venivano ora risciacquati anche in quella del Tamigi.
Erano dunque nati i Latin Conservatives, come qualcuno li aveva ribattezzati oltralpe?  L’Economist si è cimentato sul tema in un recente articolo intitolato Not so moderate after all. Secondo il settimanale britannico il paragone fra il partito di Giorgia Meloni e i conservatori britannici non tiene conto di due differenze fondamentali: “una diffusa ostilità fra i Fratelli d’Italia verso la diversità sociale, sia essa etnica oppure sessuale; e una profonda sfiducia verso il libero mercato, accompagnata dall’entusiasmo verso un vigoroso interventismo statale”. Più oltre si scrive che le radici ideologiche di Fratelli d’Italia quanto a orientamento economico affondano nello “statalismo nazionalista che ha caratterizzato il Fascismo” più che al laizzez-faire proto-liberale di Edmund Burke, la stella polare dei conservatori britannici.

Il primo punto è difficilmente controvertibile. È stato il primo ministro conservavate David Cameron, ad esempio, ad introdurre il matrimonio gay nel 2013 (matrimonio, non unioni civili). Difficile che con Giorgia Meloni Presidente del Consiglio assisteremo ad una iniziativa analoga in Italia.
Ma si potrebbe evidenziare il contrasto in maniera ancora più brutale. È difficile pensare ad un generale dell’esercito inglese dare alle stampe un libro in cui si dichiara che i tratti somatici di Mo Farah (il grande atleta britannico di pelle nera nato in Somalia) non “rappresentano la britannicità”. Se tuttavia si prova a farlo, risulta del tutto inimmaginabile che un qualche esponente del partito conservatore possa pronunciare parole di solidarietà verso esternazioni simili (o anche solo esimersi da una ferma condanna) senza avere la carriera politica terminata all’istante.
La vicenda – non immaginata, ma assolutamente reale – che questa estate ha avuto come protagonista il generale Vannacci è stata rivelatrice dell’enorme ritardo della destra italiana su questi temi. Il ministro della difesa Guido Crosetto, di Fratelli d’Italia, ha subito stigmatizzato le parole del militare come “farneticazioni”. Ma è rimasto molto isolato: “Si, siamo diversi, e molto”, ha commentato il ministro rispondendo agli attacchi ricevuti dall’interno del suo stesso partito e della maggioranza di governo. Ha ragione, purtroppo.
Per inciso: l’esponente forse più a destra dell’attuale governo conservatore britannico, la ministra dell’Interno Suella Braverman, è una cittadina britannica di origine indiana (e naturalmente di pelle scura); così come lo è il Primo Ministro Rishi Sunak.
Ma veniamo alla questione dello statalismo e della diffidenza verso il mercato che ispirerebbero la dottrina economica di Fratelli d’Italia. In questo caso la contrapposizione fra “Stato” e “mercato” su cui si fonda l’analisi dell’Economist non illumina del tutto la natura delle profonde differenze che anche in questo ambito sussistono fra il modello inglese e l’esperienza italiana.
Senza dubbio Fratelli d’Italia non è un partito che in questo primo anno di governo ha manifestato grande simpatia verso la concorrenza e i meccanismi di mercato. Di esempi se ne potrebbero fare molti. Le attuali concessioni balneari sarebbero dovute andare in scadenza il 31 dicembre 2023, data oltre la quale si sarebbero dovute assegnare con gare a evidenza pubblica e regole concorrenziali. L’attuale governo ha subito cercato di prendere tempo, rimandando la scadenza alla fine del 2024. Parallelamente ha avviato una mappatura nazionale delle concessioni su territori demaniali. L’intento è quello di dimostrare che, in fin dei conti, le coste non possono essere considerate un bene scarso e come tale da sottoporre alla regolamentazione europea in materia di affidamento dei servizi pubblici.
Sono circa 12.000 le imprese del settore (anche se esistono diverse stime di questa cifra). A fronte di un giro d’affari intorno ai 10 miliardi di euro l’anno, lo stato incassa per le concessioni qualcosa come 100 milioni. Un governo “statalista” dovrebbe affrontare con la massima urgenza questo problema, con l’obbiettivo di eliminare l’indebito privilegio di cui gode una certa categoria ai danni dei singoli consumatori, ma anche a spese dello Stato e della collettività, date le enormi risorse che vengono di fatto sottratte al fisco per via di canoni di concessione spesso irrisori.
La protezione di intere categorie professionali dal mercato sembra rappresentare una tendenza molto radicata nella destra italiana. La sua constituency, il suo bacino elettorale, ha stabilmente incorporato una serie di interessi particolari che vedrebbero venir meno dei vantaggi oggettivi se esposti al gioco della concorrenza.
L’idiosincrasia per i pagamenti elettronici e altre misure di contrasto all’evasione fiscale rientra all’interno della stessa tendenza alla tutela di interessi settoriali. È un tema da non confondere con la preferenza per un fisco più leggero, a fronte della presunta eccessiva gravosità del fisco italiano: affidare i tagli delle tasse all’iniziativa “fai da te” di chi decide quanto versare, è ciò che di più iniquo, oltre che di anti-statalista, si possa immaginare.
Un altro tema “caldo” dell’attualità politica recente è stato quello del salario minimo. La campagna sul salario minimo sembra aver unificato il litigioso fronte delle opposizioni, ma ha trovato la netta opposizione del governo e della Presidente del Consiglio. L’argomentazione proposta da Giorgia Meloni poggia sul principio secondo cui la contrattazione delle condizioni di lavoro dovrebbe sostanzialmente essere lasciata all’autonomia delle parti sociali. È una posizione senza dubbio legittima, fatta propria anche da una parte del mondo sindacale italiano. Di certo non è una posizione che tradisce “entusiasmo verso un vigoroso interventismo statale”.
Per contrasto i conservatori inglesi sono favorevoli al salario minino, avendo cambiato la loro posizione dopo che il governo labourista di Tony Blair lo ha introdotto nel 1998. L’anno scorso, il Primo Ministro Rishi Sunak ha aumentato il salario minimo di circa il 10% (da 9.5 a 10.40 sterline, poco più di 12 euro) per contrastare l’effetto dell’inflazione sui redditi più bassi.
La reputazione di Fratelli d’Italia come partito statalista trova forse origine in una certa retorica ostile alle grandi corporations. Le iniziative anticoncorrenziali sono spesso giustificate con il fine di mettere al riparo le nostre coste, le nostre strade, i nostri supermercati, dall’invasione delle famigerate “grandi multinazionali straniere”.
Questo tipo di approccio sintonizza la destra italiana con i recenti sviluppi all’interno del partito repubblicano americano, più che con i conservatori inglesi. Negli Stati Uniti, la convergenza della cultura corporate verso tematiche tipicamente liberal è stata interpretata dalla destra più oltranzista come un attacco ai valori tradizionali: nel suo recente libro American’s Cultural Revolution: how the radical left conquered evertything, l’influente intellettuale di destra Christofer Rufo ha denunciato il fatto che “le corporation non hanno più come obiettivo quello di massimizzare il profitto, ma quello di promuovere diversità e inclusione”. Insomma, il big business si sarebbe reso complice della dittatura del politicamente corretto (la cosiddetta cultura woke). Negli anni recenti le posizioni di questa destra “alternativa” sono diventate sempre più influenti all’interno della base repubblicana, fino a rimettere in discussione la storica posizione pro-business del partito e dei suoi rappresentati politici.
Da noi gli argomenti anti-multinazionali attingono più spesso all’eterno mito italiano del “piccolo è bello”, rivisitato ora in chiave sovranista. Non mancano tuttavia le assonanze con ciò che si muove oltreoceano. Molto simile, ad esempio, l’idealizzazione dell’“Italia contadina” di una volta, speculare a quello della vecchia America (e se loro possono contare sull’epopea dei cowboy, noi abbiamo pur sempre gli agricoltori del ministro Lollobrigida che portano i prodotti genuini ai mercatini rionali).
Oliver Anthony è un cantante country che ha avuto un clamoroso successo questa estate negli Usa con una canzone celebrata come il nuovo inno della destra americana (Rich men North of Richmond). L’eroe di Anthony è una old soul in a new world. Lavora tutto il giorno per una bullshit pay che viene taxed to no end per permettere all’obese milikin’ welfare di comprarsi i suoi biscotti alla crema. Se ne potrebbe fare facilmente una traduzione italiana con riferimenti al “pizzo di stato” e ai “parassiti del reddito di cittadinanza”. Piacerebbe probabilmente anche alla nostra destra. Più che di Latin Conservatives, sarebbe allora il caso di parlare di Spaghetti-Country.
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CREDITI FOTO: Flickr | Number 10



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