Il potere delle informazioni

Estratto dell’introduzione del libro “Fuori i dati! Rompere i monopoli sulle informazioni per rilanciare il progresso”.

Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schonberger

Questo libro (Egea Editore) parla del potere dell’informazione e di come esso possa cambiare a seconda di come cambiamo le regole di accesso all’informazione. […]

Le informazioni decifrabili dalle macchine, la ricchezza di dati offerta da Internet e dagli smartphone, l’ascesa delle grandi piattaforme digitali e delle aziende superstar che le creano e le controllano, gli strumenti di collaborazione digitale che usiamo e le tracce di dati che lasciamo attraverso di essi, tutto questo solleva una vecchia questione in modo nuovo: come legittimiamo – e limitiamo – il potere della conoscenza?

[…] Dobbiamo rendere aperto l’accesso ai dati, alle informazioni e alla conoscenza se vogliamo contrastare le asimmetrie di potere ed eliminare l’indebita posizione di dominio digitale basata sulle informazioni. Abbiamo bisogno di un accesso ai dati molto più ampio per far avanzare il progresso scientifico, sociale ed economico al servizio di uno sviluppo sostenibile. Abbiamo bisogno di regole di accesso, perché la concentrazione del potere dell’informazione è un bene per pochi, ma un male per l’innovazione, la cooperazione e per ciascuno di noi.

Il nostro appello ad ampliare l’accesso all’informazione fornisce un contributo alle discussioni sul miglior modo di procedere alla trasformazione digitale dell’economia e della società. In molti dibattiti pubblici e privati, raramente viene discussa la questione del potere delle informazioni. E quando emerge, la discussione è spesso unilaterale e difensiva, come se la risposta al potere dell’informazione stesse nel continuare a mantenere le persone in uno stato di ignoranza piuttosto che nel responsabilizzarle. Il più delle volte, tuttavia, la questione del potere delle informazioni non viene nemmeno sollevata. Questo è sorprendente per tre ragioni: perché mostra una mancanza di comprensione della natura del potere, perché non rende giustizia al ruolo giocato dalle tecnologie dell’informazione e perché le risposte politiche agli squilibri di potere delle informazioni introdotti dalla tecnologia sono rare.

Secondo Max Weber il potere è «la possibilità di imporre la propria volontà all’interno di una relazione sociale, anche dinanzi a un’opposizione, non importa su che cosa si basi questa possibilità». Questa definizione di potere include l’informazione. L’intera teoria dell’innovazione da Joseph Schumpeter in poi ruota intorno alla questione di come i vantaggi informativi e i progressi nella conoscenza possano essere convertiti in potere di mercato. Manuel Castells fa riferimento all’era post-industriale come all’era dell’«informazionalismo» in quanto fortemente modellata dal ruolo dell’informazione e dal potere che ne deriva. Nel 1999 gli economisti statunitensi Carl Shapiro e Hal Varian pubblicarono una guida per le aziende digitali del XXI secolo, spiegando come potevano usare le piattaforme e gli effetti della rete per conquistare potere economico. Il titolo di quel volume per noi non è stato soltanto rivelatore, ma anche ispiratore1: Information Rules. Le aziende superstar della Silicon Valley e, sempre di più, quelle dell’Asia si sono attenute a questa guida e non è una coincidenza che nel 2007 Google abbia assunto Hal Varian come chief economist e abbia fondato il suo dominio sull’informazione. Quando è l’informazione a dettare le regole, abbiamo bisogno di nuove regole di accesso.

Grazie all’influenza della tecnologia sulla distribuzione del potere delle informazioni tra organizzazioni/aziende, individui/clienti e società/Stati, la digitalizzazione e la datificazione del mondo hanno prodotto una serie di sviluppi dialettici. Negli ultimi decenni, ogni volta che gli innovatori digitali hanno promesso un grande balzo tecnologico in avanti, hanno sempre ugualmente promesso il potenziamento informativo di individui o piccole organizzazioni. Il personal computer ha presumibilmente democratizzato la potenza di calcolo, offrendo l’elaborazione elettronica dei dati alle masse, quando una volta era riservata alle grandi imprese e ai governi. Internet ha aperto la porta alla conoscenza del mondo a chiunque avesse accesso a un computer in rete. La missione fondatrice di Google era di organizzare le informazioni del mondo e renderle «universalmente accessibili e utili». E i social media, fortemente sostenuti dalla connessione a Internet in mobilità e dagli smartphone, sembravano finalmente togliere le chiavi ai vecchi custodi del potere delle informazioni. La Primavera Araba appariva come un’ottimistica prefigurazione di come lo scambio di informazioni potesse alimentare il dibattito democratico e far cadere i dittatori.

Ciascuna di queste promesse è stata in qualche modo mantenuta. Eppure ogni aumento del flusso di informazioni ha prodotto una brutale forza contrastante. La rivoluzione digitale ha intensificato le asimmetrie informative in un modo che i pionieri della tecnologia, da Alan Turing a Vint Cerf a Tim Berners-Lee, con la loro ambizione di migliorare il mondo attraverso la tecnologia, non avrebbero potuto prevedere e che sicuramente non avrebbero voluto. In poche parole: dall’invenzione del pc, in ogni ondata di disordini sociali e riforme politiche la tecnologia dell’informazione è stata usata per cambiare le strutture sociali ed economiche ed espandere il potere individuale. Mezzo secolo dopo, queste strutture di potere non solo non si sono sgretolate, ma si sono rafforzate a favore della centralizzazione. Tutto ciò che è cambiato sono i nomi di coloro che sono al potere. Non sono più i baroni del petrolio o i banchieri seduti in cima alla piramide del potere economico, ma Tim Cook e Satya Nadella, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, Larry Page, Sergey Brin e Pony Ma. Il loro potere deriva dalla loro capacità di raccogliere e analizzare le informazioni digitali, di mantenerne il controllo esclusivo o di distribuirle se e quando fa loro comodo. Per parafrasare Max Weber, possono portare avanti i loro interessi anche dinanzi all’opposizione degli altri grazie al potere dei dati di cui dispongono.

[…]

Lo spostamento del potere economico e mediatico – e del potere politico – a favore delle piattaforme ricche di dati è stato mappato. Negli Stati Uniti il dibattito è stato condotto, tra gli altri, da Shoshanna Zuboff con la sua interpretazione del «capitalismo della sorveglianza», da Tim Wu con il suo lavoro sulla neutralità della rete, da Eli Pariser con la sua definizione di «bolla dei filtri» ( filter bubbles), da Roger McNamee che con il suo saggio Zucked ha messo in luce le responsabilità di Facebook e dell’industria informatica in generale. Adrian Wooldridge, editorialista dell’Economist, ha sintetizzato il crescente disagio per il dominio dell’informazione da parte delle Big Tech suggerendo il termine «techlash», la reazione arrabbiata di consumatori e organismi di regolamentazione contro il potere delle Big Tech di controllare persone e mercati. Ma queste analisi degli attuali enormi squilibri di potere delle informazioni portano a conclusioni che sono tanto unilaterali quanto lo è sempre stata ogni conclusione allorché si criticava la digitalizzazione. La risposta è ancora troppo difensiva.

Negli ultimi vent’anni i legislatori delle democrazie occidentali hanno cercato di contenere il potere delle informazioni delle aziende digitali in ascesa adottando una regolamentazione rigorosa. Che si trattasse di diritto del lavoro, diritto della protezione dei consumatori, diritto amministrativo, diritto d’autore, diritto dei media, o anche di altro, hanno stabilito un numero crescente di regole per limitare l’accesso ai dati a favore dei più grandi vincitori del capitalismo dei dati. Il Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’Europa (General Data Protection Regulation, GDPR), forse l’esempio più evidente, in definitiva era volto a ostacolare i giganti dei dati e a dare ai cittadini europei la sovranità sulle loro informazioni personali.

Nei gruppi di discussione europei basta menzionare la «protezione dei dati» per sottolineare le buone intenzioni. Ma le leggi europee sulla protezione dei dati di fatto hanno aiutato le superstar digitali a espandere il potere delle informazioni nelle loro mani e a creare le loro economie digitali centralmente pianificate. Nell’era del capitalismo dei dati permetterne l’elaborazione solo con il consenso dell’individuo ha conseguenze indesiderate e spiacevoli. Perché, in pratica, gli individui offrono volontariamente le loro informazioni personali a piattaforme digitali di Paesi stranieri. L’utilizzo di una moltitudine di servizi digitali ci impone irrimediabilmente il compito di gestire con prudenza le nostre impostazioni di protezione dei dati. A queste condizioni continuiamo a usare tali servizi perché sono comodi e utili. Il prezzo che paghiamo è la dipendenza individuale ed economica a dispetto – e in parte anche a causa – delle leggi sulla privacy, poiché la maggior parte della responsabilità di quando e come usare i dati viene fatta ricadere sull’individuo. Nonostante i tentativi europei di regolamentazione, le asimmetrie informative continuano a crescere a favore delle superstar digitali. Il risultato è preoccupante: i giganti globali dell’informazione se la cavano abbastanza bene. Dal punto di vista tecnologico e legale, padroneggiano il complesso ambiente normativo, mentre le aziende indigene, in ritardo sul piano digitale, sono indotte alla disperazione dal peso della burocrazia. Di conseguenza usano i dati ancora meno. Se lo guardiamo in modo oggettivo, il GDPR, di cui molti sostenitori europei della protezione dei dati sono così orgogliosi, sta facilitando il potere dei giganti digitali. E dietro le porte chiuse della Silicon Valley e della Cina spesso si sente dire: non è strano che gli europei non si accorgano nemmeno di come si stiano dando la zappa sui piedi?

In questo libro esamineremo da vicino come la mancanza di regolamentazione abbia determinato negli Stati Uniti una debole tutela della privacy e l’importanza e la necessità di proteggerla. Ma il nostro messaggio principale è che, al di là degli Stati Uniti e della Cina, i Paesi devono sviluppare una strategia attiva piuttosto che reattiva e difensiva nei confronti della concentrazione del potere delle informazioni. Spetta al resto del mondo costringere i giganti dell’informazione, ovunque si trovino, a condividere la loro ricchezza di dati con gli altri. Dobbiamo aprire l’accesso alle informazioni a tutti: cittadini e scienziati, startup e aziende affermate, così come al settore pubblico e alle ONG.

Nella nostra epoca, con la guerra fredda tecnologica che infuria tra Stati Uniti e Cina e con la guerra cibernetica ibrida scatenata dalla Russia, un accesso aperto ai dati a livello mondiale può sembrare un’utopia idealistica senza alcuna possibilità concreta di realizzarsi. Ma se l’Europa offre un’alternativa basata su un accesso ai dati ampio, le economie emergenti innovative dell’Asia e del Sud del mondo possono unirsi e, insieme, creare una reale opportunità di cambiamento. […]

Allora, nello spirito dell’economista Joseph Schumpeter, l’Europa potrebbe reinventarsi come il continente più innovativo del mondo: poiché l’accesso ai dati sarebbe aperto e ampio, ci sarebbe abbondanza per tutti della risorsa più importante del mondo. Altre democrazie innovative potrebbero unirsi. E invece di perdere i loro migliori data scientist a vantaggio degli Stati Uniti, queste nazioni richiamerebbero i più brillanti e i migliori da tutto il mondo, attratti dalla diversità culturale, dalla democrazia, dalla coesione sociale e, non ultimo, dalle migliori condizioni di lavoro per chiunque cerchi di trasformare i dati in conoscenza.

Certo, una tale «autodistruzione» non è un’impresa facile, dal punto di vista culturale e tecnologico. Ma si potrebbe fare se l’Europa avesse la volontà politica. Legalmente sarebbe più facile da realizzare di quanto si possa pensare. Qualsiasi impresa sarebbe obbligata a dare a tutti l’accesso ai suoi dati. Sarebbe una precondizione per concludere affari. Naturalmente i dati sarebbero spogliati degli identificativi personali. Sarebbero esclusi anche i segreti commerciali e i dati protetti. Ma i dati sanitari anonimizzati e relativi alla ricerca, per esempio, potrebbero circolare liberamente. Anche al settore pubblico sarebbe richiesto di aprire i suoi archivi di dati. […]

Quando abbiamo promosso l’idea della condivisione obbligatoria dei dati nel nostro libro del 2018, Reinventare il capitalismo nell’era dei big data, alcune persone hanno visto in noi dei fantasiosi artisti. Ma a Bruxelles rendere obbligatorio l’accesso ai dati è oggi argomento discusso con sempre maggiore intensità. Ci sono anche segnali incoraggianti dalle economie emergenti che un impegno europeo alla condivisione dei dati potrebbe innescare un dibattito globale sull’accesso ai dati. I responsabili della politica digitale in economie emergenti popolose come l’India, il Pakistan e la Nigeria – dove la dimensione stessa delle popolazioni dà loro una sovrabbondanza di dati – si stanno sempre più rendendo conto che l’asimmetria del potere delle informazioni sta facendo rivivere il conflitto post-coloniale tra il Nord e il Sud del mondo. La loro dipendenza dai servizi digitali delle piattaforme statunitensi e cinesi cresce di giorno in giorno. […]

Nel frattempo, l’impero dei dati si prepara a una lunga e aspra battaglia difensiva. Un segno rivelatore è il modo in cui Apple, Google, Facebook e Amazon stanno espandendo a rotta di collo e con estrema urgenza la presenza dei loro eserciti di lobbisti a Bruxelles e a Washington. In Europa la questione centrale non è più la protezione dei dati. Le aziende superstar sanno di potersene occupare facilmente. La loro agenda di lobbying è ora invece concentrata sull’assicurarsi di mantenere l’uso esclusivo dei dati che gli utenti di tutto il mondo lasciano sui loro server. Non lo dicono a voce alta, ma hanno compreso che la protezione dei dati come la intendiamo adesso semplicemente li aiuta a raggiungere questo obiettivo.

Un accesso ai dati ampio non è un sogno irrealizzabile. È una visione raggiungibile. Perché la visione diventi realtà ci vuole solo il coraggio di darle corpo. È ora che l’Europa elabori questa strategia, perché né gli oligopoli di dati in stile americano né il mercantilismo di dati semi-governativo prevalente in Cina sono compatibili con i valori e gli interessi europei. Ma per raggiungere questo obiettivo dovremo dire addio al principio di minimizzazione dell’uso dei dati. Dobbiamo capire che un Regolamento generale sull’uso dei dati è necessario per la prosperità e la democrazia tanto quanto un Regolamento generale sulla protezione dei dati è necessario per proteggere i diritti individuali. Sono due facce della stessa medaglia.

Come la conoscenza, i dati  hanno  una  qualità  sorprendente. Dal punto di vista economico costituiscono un «bene non rivale». Rispetto a qualsiasi altra importante risorsa economica, questa caratteristica li rende più adatti a essere un bene pubblico. «Dati per tutti» non significherà il fallimento semplicemente perché tutti faranno pascolare le loro mucche e tutta l’erba verrà mangiata. Come bene digitale pubblicamente accessibile, i dati non scompaiono se sempre più persone li usano. Questo perché i dati si trasformano in valore solo quando vengono usati. E il loro valore aumenta a ogni uso aggiuntivo. È semplicemente assurdo lasciare che poche società ricche di dati limitino il valore e le intuizioni che la società può ottenere da essi. Non dobbiamo nemmeno espropriare le imprese, dato che in senso strettamente legale i dati non possono essere «posseduti». Le nazioni europee e le altre nazioni ricche di dati hanno solo bisogno di riscrivere le leggi sull’accesso ai dati.

Gli studi dimostrano che l’85 per cento di tutti i dati generati non viene usato nemmeno una volta. La ragione principale è che coloro che potrebbero creare valore usandoli non vi hanno accesso. I monopoli di dati sono un furto di progresso. L’uso dei dati è un servizio al bene comune.

I tempi sono maturi per riprenderci il potere dai giganti dell’informazione, che sono cresciuti fino ad avere il predominio solo grazie all’uso dei nostri dati. Negli ultimi dieci anni la pressione sulle Big Tech ha continuato a crescere, ma forse ci vuole un evento dirompente come un virus letale per farci ripensare l’accesso alle informazioni. La pandemia ci ha aperto gli occhi in due modi. In primo luogo, abbiamo scoperto che i nostri sistemi sono significativamente meno resistenti di quanto pensassimo. In secondo luogo, riguardo allo sviluppo di vaccini, farmaci e misure di salute pubblica, ci siamo resi conto che abbiamo cominciato a controllare il virus solo attraverso uno scambio di informazioni insolitamente aperto. Di fronte a una minaccia mortale, ciò che prima pensavamo impossibile è diventato possibile. Gli scienziati di tutto il mondo hanno rapidamente e generosamente condiviso le loro conoscenze come non era mai accaduto nella storia della scienza. I produttori di farmaci concorrenti hanno formato nuove alleanze nella ricerca di test, terapie e vaccini perché hanno riconosciuto che solo tramite la condivisione delle informazioni e la cooperazione sarebbero stati in grado di lavorare alla velocità richiesta, in definitiva a beneficio della salute di tutti (e naturalmente dei loro profitti).

Anche le grandi aziende tecnologiche hanno fornito il loro contributo. Con la sua gigantesca macchina logistica, Amazon ha svolto un buon lavoro fornendo beni di prima necessità a molte persone che non potevano uscire dalle loro case durante il lockdown. Apple e Google hanno pubblicato dati di movimento anonimizzati, finemente calibrati geograficamente, in modo che i funzionari della sanità pubblica potessero valutare meglio l’effetto delle chiusure parziali. Microsoft ha avviato nell’aprile 2020 un’iniziativa di open data con l’obiettivo esplicito di sostenere le innovazioni a beneficio di tutti.

Oltre un anno dopo che i medici di Wuhan hanno diagnosticato per la prima volta i sintomi di un’infezione polmonare sconosciuta, nell’occhio del ciclone di una crisi economica globale, è ora estremamente chiaro – come non lo è mai stato dalla fine della seconda guerra mondiale – che saremo in grado di rendere il nostro mondo più resistente contro le grandi crisi solo attraverso una migliore condivisione delle informazioni. Perché questo avvenga è fondamentale il libero flusso di dati, informazioni e conoscenza. L’epoca dei monopoli dell’informazione è finita. Nel libro descriveremo il percorso verso una nuova era, in cui le persone di tutto il mondo avranno sempre gli strumenti digitali per accedere ai dati e alla conoscenza necessari per trovare soluzioni alle grandi sfide sociali, economiche, ambientali e sanitarie con cui ci confronteremo. Le società europee non praticheranno più la protezione dei dati come una religione di pochi illuminati che impongono il loro credo agli altri. L’Europa non razionerà più i dati artificialmente attraverso regolamentazioni troppo complesse. Gli Stati Uniti riconosceranno che i monopoli dei dati stanno minando la concorrenza a spese dei consumatori e dello Stato. Le nazioni ricche di dati in tutto il mondo apriranno l’accesso per raccogliere il loro dividendo di dati.

E tutti noi capiremo che il vantaggio dei dati emerge dal loro uso. Più spesso li usiamo e con gli scopi più diversi, maggiore sarà il valore economico e sociale che raccoglieremo. Il mondo prima percepirà e poi misurerà con precisione che, quando regna il libero accesso, i dati per tutti sono un bene per tutti.

 



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