Sopravviverà il Movimento Cinque Stelle al 2022?

Finita l’illusione, ora la domanda è se resterà qualcosa dell’idea e del progetto di Beppe Grillo.

Pierfranco Pellizzetti

Reo confesso, a lungo mi sono illuso che i Cinque Stelle potessero diventare i portabandiera dell’Altrapolitica, rifondatrice della sinistrata politica nazionale; poi che il Giuseppe Conte, primo ministro garbato e più che dignitoso nel suo secondo mandato, rivelasse le spalle larghe e la cassa toracica necessarie per far evolvere un’accozzaglia di ultras casinisti nel partito che non c’è: un mix virtuoso di ambientalismo e democrazia radicale. Qualcosa in grado di popolare i peggiori incubi di un banal grande “caviale e Confindustria” alla Carlo Calenda; scuotere l’immobile quotidianità dell’establishment affaristico e senza visione che grava sui nostri giorni.

Chi ha esercitato la benevolenza leggendosi queste mie note negli anni passati, saprà che ho sempre indicato l’handicap insuperabile, per dare vita al ricambio di cui il Paese ha vieppiù bisogno, nella figura del padre fondatore del movimento, che aveva anticipato a Bologna 2007 l’insorgenza dell’indignazione come soggetto politico; esplosa a livello internazionale quattro anni dopo – nel 2011 – dalla madrilena Puerta del Sol al newyorchese Zuccotti Park. Ossia l’ingombrante e controversa presenza di Beppe Grillo, asceso in un processo di beatificazione fanatica a supremo santone adorato da masse crescenti; che coltivavano le proprie speranze e anestetizzavano le insofferenze praticando cieca credenza nelle doti taumaturgiche dell’Elevato. Poco importava che il messaggio profetico proveniente dalla villa di Sant’Ilario – a ben vedere – si rivelasse un’accozzaglia di confusi ermetismi e di ricette incoerenti. In un ambiguo palleggiamento tra posizioni contraddittorie, dietro le quali si potevano intravvedere pulsioni demagogiche e reazionarie; fobie da borghese piccolo, piccolo di destra. Pure nelle fughe in avanti dei vaneggiamenti di improbabili democrazie dirette che minavano il poco di democrazia sostanziale, lascito dei Padri Costituenti e usurato da decenni di miserevoli pratiche consociative; nella xenofobia malcelata e nel machismo ostentato nei video-karakiri Facebook: da quello a induzione sessista “cosa faresti con Laura Boldrini in auto” a quello improvvido, nel suo giustificazionismo paternalistico, su imbarazzanti vicende sarde.

Ultimo contributo confusionista grillesco era stato il viatico all’operazione palesemente anti-M5S rappresentato dal governo Draghi, con l’ignobile castroneria di definire “grillino”, chiedendone l’investitura ministeriale, uno spudorato impresario in carriera, lo scienziato illusionista pro business community Roberto Cingolani.

Dopo questa impressionante sequenza di pateracchi era sembrato che Grillo si fosse fatto da parte. Illusione di breve durata, mentre l’arrivo alla guida del movimento allo sbando dell’avvocato del popolo, l’ex premier forte di un elevatissimo livello di popolarità, sembrava poter raddrizzare la barca pentastellata. E contenere i processi degenerativi di un personale politico di improvvisati: parlamentari selezionati con il solo criterio di avere una massa di manovra malleabile e ora sfuggita di mano.

Cercando di salvare il salvabile, Conte si è messo al lavoro. Ma dando subito l’impressione di non essere in grado di virare i modi civili e il naturale perbenismo da democratico cristiano di matrice morotea in un capo guerriero che va all’attacco, recuperando spazi di consenso con l’iniziativa politica. Perché tale non è il perbenismo nel sostegno al governo (palesemente ostile) di Draghi o l’inseguimento di un consenso pacifista oscurato da quello chiassoso e scopertamente filo-putiniana di Matteo Salvini.

Occorreva polso saldissimo che il neo-leader (da verificare quanto riconosciuto tale dagli stessi suoi) non sembra proprio possedere. Mentre la sua leadership è sotto l’assedio congiunto da parte di un Grillo in astinenza da egolalia e dell’atlantista Luigi Di Maio, che nella fregola ministeriale della difesa a ogni costo della poltrona rivela l’emergere, sotto la sottile pellicola dell’indignazione di inizio carriera, del vero e proprio DNA d’origine: l’eterno profilo del notabile campano. Dai Gava a Pomicino.

Un vero peccato. Perché l’ipotizzato restyling contiano appariva l’ultima occasione per non disperdere un’aggregazione sociale che poteva diventare la leva politica per scardinare il blocco da regime della Seconda Repubblica berlusconiana, rapidamente scivolata nella Terza dell’avventurismo dei Mattei e del minimalismo retrò alla Letta.



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