G7: i nuovi scenari delle politiche globali

Il nuovo containment americano contro la Belt and Road e le spinte egemoniche cinesi. Le politiche espansive e la global minimum tax. Gli impegni sui vaccini e le sfide climatiche. Il ruolo dell’UE e dell’intesa Italia-Francia-Germania.

Maurizio Delli Santi

Premessa: la Cina al centro del G7

Senza ombra di dubbi, c’è stato un grande convitato di pietra all’ ultimo vertice del G7 svoltosi a Carbis Bay, in Cornovaglia, tra il 10 e il 14 giugno scorso: la Cina.  Il tema centrale su cui si è sviluppato il forum dei 7 Paesi più industrializzati – CanadaFranciaGermaniaGiapponeItaliaRegno Unito e Stati Uniti d’America –  è stata la richiesta americana di un “fronte comune” contro l’espansionismo cinese. Anche le anticipazioni sulle posizioni che sarebbero emerse già prefiguravano come si sarebbe etichettato il nuovo summit. Il Presidente americano Biden e il premier britannico Boris Johnson hanno da subito annunciato il varo di una “nuova Carta Atlantica”, che impegna i due paesi a “lavorare a stretto contatto con tutti i partner che condividono i nostri valori democratici e a contrastare gli sforzi di coloro che cercano di minare le nostre alleanze e istituzioni”. Ma ancora più netti sono apparsi i propositi di Biden di fare del G7 una tappa miliare della nuova sfida geopolitica, quando alla partenza ha dichiarato che il G7, gli Stati Uniti e l’Unione Europea “mostreranno alla Cina e alla Russia un fronte unito”.  Ed è evidente che anche in questa prospettiva vanno viste le sessioni finali allargate ad Australia, Corea del Sud e India, una scelta esplicita per rilanciare una nuova versione del containment, la strategia di Kennan formulata alle origini della “guerra fredda”.

La sfida cinese per gli USA

Le preoccupazioni di Biden probabilmente sono state confermate dalle proiezioni di crescita che danno la Cina prossima a divenire la prima potenza mondiale in pochi anni, in sorpasso sugli Stati Uniti, come già dimostra un più 18,3% di avanzata del Pil cinese nei primi tre mesi dell’anno. Soprattutto la sfida è avvertita sulla competizione commerciale della One Belt One Road (OBOR), il progetto di espansione economica cinese della nuova via della seta, cui l’Italia e i Paesi europei, ma anche gli altri continenti hanno sinora manifestato grande interesse per gli sbocchi commerciali e l’accesso alle materie prime. La competitività è anche sul monopolio dei semiconduttori, sulla tecnologia del 5G, dell’intelligenza artificiale e dei nuovi software. E proprio recentemente l’allarme è stato ripreso anche dalla Germania che, in un documento del suo Ministero degli esteri, ha segnalato iniziative volte a realizzare “strutture sino-centriche parallele alle istituzioni che non sono nel nostro interesse (…), per estendere l’influenza politica a livello globale, dare una propria impronta agli standard e alle norme mondiali, e per avanzare nella politica industriale, specialmente promuovendo le imprese di Stato”.

In sostanza è il modello espansionistico del capitalismo di stato di Xi Jimping a incutere timori, anche in ragione delle capacità di attrazione in altre aree regionali del successo ottenuto nel sollevare dalla povertà 750 milioni di cinesi negli ultimi trenta anni, invero anche a prezzo di gravi pregiudizi per i diritti umani, i diritti civili e per l’ambiente. Ma su quest’ultimo aspetto va sottolineato che, nonostante le accuse di essere il principale produttore di CO2 con oltre il 30% delle emissioni globali, il modello economico cinese si accinge a diventare competitivo anche nella transizione verde, posto che detiene il 90% del mercato dei pannelli fotovoltaici.

Una prospettiva particolare del “pericolo cinese” per gli USA è stata poi enunciata l’8 aprile u.s. quando il National Intelligence Council, nell’analisi strategica “Global Trends 2040: A More Contested World”, ha tratteggiato anche un possibile scenario in cui l’Unione europea e la Cina “uniranno le forze” per condividere interessi economici e delineare la nuova governance globale.

L’alternativa americana: il Build Back Better World (B3W)

Da qui l’alternativa del Presidente Biden al modello cinese presentata al G7, tutta incentrata su una forte affermazione dei valori delle “democrazie liberali”,  e quindi sulla ferma condanna della politica repressiva cinese contro gli Uiguri del Xinjang – che risulterebbe anche la comunità più impiegata in condizioni di coercizione nelle produzioni strategiche, come quella dei pannelli solari – contro i  dissidenti del Tibet e di Hong Kong, e con la richiesta di nuove inchieste sulla origine della diffusione del Covid 19 e di una riflessione sulla partecipazione alle Olimpiadi invernali previste in Cina nel 2022 .Tuttavia la sfida epocale proposta dal leader democratico americano è il Build Back Better World (B3W), “Ricostruire un Mondo Migliore”, una variazione del Build Back Better presentato negli USA per la ripresa economica dopo la pandemia. Il piano si presenta esplicitamente in risposta alla One Belt One Road promossa dalla Cina, offrendo una partnership “guidata da valori di alto livello e trasparente”, con l’obiettivo di “aiutare a costruire infrastrutture soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito”. Gli sherpa della Casa Bianca hanno quindi propagandato “un’agenda positiva concentrata sull’unire i Paesi che condividono i nostri valori sui temi che contano di più”, sottolineando che gli Stati Uniti stanno “offrendo una visione alternativa e positiva per il mondo rispetto a quella presentata dalla Cina e dalla Russia”. Inoltre gli intendimenti dichiarati sono per un’azione “concreta sul lavoro forzato” con l’obiettivo di inviare “un messaggio chiaro al mondo: queste pratiche sono un affronto alla dignità umana e un esempio della concorrenza economica sleale della Cina (…) Il messaggio deve essere che il G7 è serio nel difendere i diritti umani”.

In questa prospettiva è stato scontato leggere un invito al ripensamento per quei paesi dell’aera occidentale che hanno aderito in qualche misura alla One Belt One Road (OBOR), fra cui compaiono l’Italia che, interessata principalmente nelle aree portuali dell’Alto adriatico, a suo tempo ha firmato un memorandum d’intesa dedicato con la Cina, e la Germania che ha voluto un accordo sugli investimenti.

La posizione dell’UE

Rispetto alla proposta americana, in un primo momento la risposta europea è stata senz’altro di rassicurante vicinanza e adesione agli obiettivi posti per l’affermazione del modello delle democrazie liberali, e quindi per la tutela dei valori occidentali anche rispetto ai diritti umani e per le strategie di aiuto ai paesi a basso reddito. In tale senso si è sviluppato anche l’incontro bilaterale tra il presidente Biden e il premier italiano Draghi, che ha confermato le due guidelines della politica estera italiana: l’europeismo e l’atlantismo, comunque sempre nell’ottica di guardare con attenzione ai Paesi che si trovano in difficoltà economiche e sociali.

La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è poi intervenuta anche a sostegno dell’altro fronte del containment americano: “La Russia continua a minare l’ordine europeo” – ha indicato in un tweet, precisando – “poiché la Russia continua a minare l’ordine di sicurezza europeo, possiamo contare su una forte alleanza transatlantica per affrontare questa sfida”. Ha quindi ricordato che l’Ucraina è in cima nell’agenda europea e che il G7 “sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina ed è pronto a fornire assistenza nei suoi sforzi di riforma”, richiamando quindi anche le preoccupazioni per la situazione in Bielorussia.

Tuttavia, come è emerso dagli ulteriori approfondimenti maturati nella Commissione UE, l’approccio europeo sui rapporti con la Cina è stato più strutturato e attento a calibrare i rischi di eccessive polarizzazioni, inopportune e deleterie proprio in questi momenti decisivi per la governance globale, specie per gli accordi che dovranno a breve aggiornarsi sugli obiettivi climatici. Da qui le indicazioni della Commissione, frutto soprattutto dell’intesa tra Francia, Italia e Germania: “la Cina è un partner per le sfide globali, un concorrente economico e un rivale sistemico”. Il richiamo al partenariato cinese sulle sfide globali era dunque necessario per salvaguardare la possibilità di dialogo sulle emergenze sanitarie e climatiche, che altrimenti rischierebbero di travolgere l’occidente e l’umanità intera. E d’altra parte non può sottacersi che l’Europa abbia interessi propri da tutelare nei rapporti con la Cina che non può precludersi definitivamente, pure nel contesto di una assolutamente preferenziale e indiscussa scelta filo-americana. Dunque i leader europei hanno dovuto correggere il tiro, anche al fine di evitare che il G7 si trasformasse “in una specie di piattaforma anti-cinese”.

In proposito è stato particolarmente incisivo quanto il premier italiano Draghi ha avuto occasione di precisare, confermando anche in questo caso di saper cogliere con indiscussa autorevolezza la più giusta chiave di lettura del problema: “Rispetto alla Cina il comportamento di governi come quelli del G7 deve essere fondato su tre principi. Innanzitutto bisogna cooperare, poi bisogna competere. Nessuno disputa che la Cina debba essere una grande economia. Quello che è stato messo in discussione sono i modi che utilizza, è una autocrazia che non aderisce alle regole multilaterali, non condivide la stessa visione del mondo che hanno le democrazie. Il terzo punto fondamentale è essere franchi: l’ho già detto in altre occasioni, bisogna essere franchi sulle cose che non condividiamo, Biden a un certo punto ha detto che il silenzio è complicità”.

Le politiche economiche e la global minimum tax

Chiarite quindi le prospettive di condivisione – ma anche di differenze non proprio sfumate – nei rapporti con la Cina, al G7 i colloqui sulle politiche globali si sono spostati sugli altri scenari.  Si è quindi parlato della validità delle scelte comuni sulle politiche espansive, anche se non è stato sottaciuto il rischio di un debito pubblico che, qualora evolvesse in una crescita incontrollata, potrebbe creare allarme negli investitori, su cui dovrebbero intervenire le politiche restrittive delle banche centrali. Ma rimane indubbia la fase favorevole per l’espansione delle economie, purché sia orientata – ancora una volta ritorna Keynes! – agli investimenti e alla crescita e non a meri sussidi. In questa prospettiva si colloca anche la global minimum tax, la tassazione al 15% delle rendite delle grandi corporations, voluta dal G7 per garantire maggiore equità fiscale e redistribuzione dei redditi. La posizione sulla nuova tassazione, riferita soprattutto ai colossi dell’informatica e della logistica, era stata annunciata in maniera netta nel discorso dei 100 giorni del presidente Biden, che aveva citato uno studio dell’Institute on Taxation and Economic Policy secondo cui il 55% delle corporation lo scorso anno avrebbero pagato “zero tasse” su oltre 40 miliardi di utili. “E molte aziende – aveva aggiunto Biden – hanno evaso il fisco attraverso paradisi fiscali, dalla Svizzera alle Bermuda alle Cayman”.

Bisognerà mettere in previsione che la scelta dalla tassa globale non piacerà – oltre che alle potenti lobbies legate alle piattaforme – a paesi come l’Irlanda, che ha fatto del suo regime fiscale un vantaggio competitivo, attirando aziende, posti di lavoro e capitale: sono quasi 180.000 le persone che lavorano per aziende statunitensi in Irlanda, e solo 10 aziende, tra cui figurano Apple e Intel, hanno corrisposto circa 7,2 miliardi di dollari in tasse societarie nel 2020, una cifra che corrisponde quasi alla metà delle entrate fiscali delle aziende irlandesi. Di fondo, la questione centrale rimane quella di affrontare con maggiore coerenza la lotta alle diseguaglianze, e ciò anche nella considerazione che, come ha sottolineato il premier Draghi, deve essere considerata un “dovere morale” per l’Occidente “l’attenzione ai più deboli e alla coesione sociale, a volte dimenticata in passato. A cominciare dai giovani e dalle donne”.

Il piano di aiuti per i vaccini Covid 19

Al G7 si è poi parlato della lotta alla pandemia, partendo dalle proposte di rafforzamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e per un ruolo più forte del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, specie per l’obiettivo della vaccinazione globale. In tale prospettiva, il G7 ha portato anche alla c.d. “Dichiarazione di Carbis Bay”, che prevede un modello più avanzato della sperimentazione vaccinale basato su tempi ristretti a 100 giorni rispetto ai 300 giorni attualmente previsti, un obiettivo che è considerato fondamentale per scongiurare ulteriori ritardi nelle risposte alle pandemie.

Ancora sul tema dei vaccini, Biden ha annunciato che offrirà ai PVS 500 milioni di dosi, mentre Ursula von der Leyen ricorda che l’Europa nel programma Covax ha contributo finora con 3 miliardi di euro, ha esportato metà della sua produzione di vaccini, circa 350 milioni di dosi, e intende raggiungere l’obiettivo di 700 milioni di dosi esportate nell’anno. Sul punto, va detto che secondo alcuni analisti tali misure non inciderebbero molto sulla campagna globale di immunizzazione: per la sola Africa, che conta 1,3 miliardi di abitanti, occorrerebbero oltre 2 miliardi di dosi, a fronte di solo 35 milioni di somministrazioni sinora effettuate. I dati dell’Oms stimano l’esigenza di 11 miliardi di dosi per raggiungere l’immunità della popolazione globale, e finora le somministrazioni ammontano a 2,2 miliardi, di cui solo circa 500 milioni le vaccinazioni completate. E in tutto questo purtroppo nel G7 non è emersa una posizione netta dei paesi industrializzati sulla richiesta di sospensione dei brevetti per trasferire il know-how e le risorse tecnologiche, avanzata al WTO da India e Sudafrica e sostenuta da oltre 100 paesi, oltre che dalla Presidenza italiana del G20. Probabilmente anche per queste ragioni le ultime comunicazioni ufficiali sugli esiti del G7 hanno parlato di un impegno a donare un miliardo di ulteriori dosi di vaccini ai Paesi meno ricchi.

Gli impegni sul clima per la COP26

Altre condivisioni importanti del G7 hanno riguardato alcuni obiettivi più stringenti di contenimento delle emissioni globali in vista della Cop26, la conferenza sul clima prevista a Glasgow a novembre. I leader del G7 si sono impegnati ad accelerare gli sforzi per dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030, mantenendo a regime l’aumento della temperatura di 1,5 gradi. Ma in particolare il nuovo impegno del G7 è ora l’aumento del target per il 2030 “con un taglio collettivo delle emissioni della metà rispetto al 2010 e di oltre la metà rispetto al 2005”. La Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha precisato: “Dobbiamo de-carbonizzare il settore energetico. Il 25% dell’energia dell’Unione europea viene da fonti rinnovabili: puntiamo a salire al 38% per il 2030”. E il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha lanciato la proposta: “Chiediamo ai nostri partner di unirsi agli sforzi dell’Ue sui finanziamenti sul clima per raggiungere l’obiettivo di 100 miliardi di dollari all’anno, a sostegno dei Paesi in via di sviluppo”.

Il focus sull’ambiente è stato quindi una scelta efficace della presidenza inglese del G7, che ha voluto anche dare spazio all’intervento di sir David Attenborough, il 95enne divulgatore naturalista che ha avvertito i Grandi che non c’è tempo da perdere, perché gli esseri umani sono già sull’orlo dell’abisso, “sul punto di destabilizzare l’intero pianeta e la natura in modo irrimediabile”.  E quindi ha raccomandato: “Le decisioni che prendiamo in questo decennio, in particolare le decisioni prese dai Paesi economicamente più avanzati, sono le più importanti nella storia umana”. Lo stesso premier Boris Johnson ha quindi lanciato la proposta di un contributo da mezzo miliardo di sterline da destinare al UK Blue Planet Fund, in favore di Paesi come Ghana, Indonesia e isole del Pacifico, contro la pesca incontrollata e l’inquinamento dei mari, in difesa dell’ecosistema costiero e a tutela delle barriere coralline. “Proteggere il nostro pianeta – ha dichiarato il premier britannico – è la cosa più importante che i leader possano fare per la gente. Vi è una relazione diretta fra la riduzione delle emissioni nocive, la salvaguardia della natura, la creazione di posti di lavoro e la garanzia d’una crescita economica a lungo termine. Come nazioni democratiche, abbiamo la responsabilità anche di aiutare i Paesi in via di sviluppo, sulla strada di una crescita pulita, e questo G7 rappresenta un’opportunità senza precedenti per guidare il mondo verso una Rivoluzione Industriale Green che abbia il potenziale di trasformare il nostro modo di vivere”.

Le questioni aperte: brexit e politiche migratorie

Sullo sfondo sono rimaste aperte le questioni critiche della Brexit, specie in relazione alla posizione dell’UE sulla tenuta degli accordi sull’ Irlanda, che prevedono controlli per il rispetto degli standard del mercato unico europeo sui beni e le merci che viaggiano al confine interno fra Belfast e la Gran Bretagna.

A margine del G7, sul piano delle intese bilaterali l’Italia sembra avere ottenuto una forte rassicurazione del sostegno statunitense sul dossier libico. Ma un tema molto controverso invece non è stato trattato, come è accaduto al G20: la crisi delle nuove pressioni migratorie, una sfida che sta a cuore soprattutto all’Italia, che tuttavia dovrà affrontarlo più direttamente a breve sullo scenario europeo. Rimane comunque l’impegno del G7 a stanziare 100 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo, e il premier Draghi ha comunque indirettamente posto il problema ricordando che se la pandemia ha contribuito a portare almeno 88 milioni di persone in condizioni di povertà estrema nel 2020, sulla base di analisi della Banca Mondiale il cambiamento climatico potrebbe spingere ancora alla povertà altri 132 milioni di persone nel prossimo decennio.

In ogni caso, il G7 non conclude questa fase delle relazioni internazionali, che sta procedendo ad altre tappe ravvicinate e altrettanto importanti: in questi giorni si tornerà a discutere ai vertici della Nato e USA-UE, per cui tutto è ancora in evoluzione.

L’analisi di Foreign Affairs sul rischio di Clash of Systems

Una riflessione significativa sulla richiesta americana di un “fronte comune” contro l’espansionismo cinese è stata fatta proprio in questi giorni dagli analisti del Council on Foreign Relations di Foreign Affairs. L’11 giugno, in pieno G7, sull’autorevole rivista è apparso un articolo dal titolo significativo: Clash Of Systems?,  a cura di due accademici della Cornell University, Thomas Pepinsky e Jessica Chen Weiss. “Scontro di sistemi”, un titolo chiaramente evocativo di un altro interrogativo, quel “The Clash of Civilizations?”, lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington nell’ormai lontano 1993, da cui lo studioso aveva cercato invano di metterci in guardia. Lo stesso dilemma sembra venire posto ora con il rischio di un nuovo scontro globale tra “sistemi”, che gli stessi Stati Uniti e l’Occidente, ma in genere tutta l’umanità, hanno più motivi di evitare piuttosto che alimentare, per tutto ciò che ne conseguirà nella ulteriore progressione della crisi governance globale. E tutto questo specie ora che vanno ricercati – come ha cercato di fare la Presidenza italiana del G20 – motivi di condivisione piuttosto che temi divisivi, quando il mondo è in piena emergenza pandemica, ha necessità di pervenire tempestivamente a scelte decisive sui cambiamenti climatici, sulle diseguaglianze globali e sull’effettività dell’international law, anche sul tema dei diritti umani.

Dunque, quello che è emerso nel contesto del G7 è ancora l’hardware del sistema delle relazioni internazionali, in cui ricompaiono le frizioni geopolitiche, e probabilmente la scelta strategica americana è stata orientata dalla natura stessa del G7, il forum dei grandi paesi industrializzati in cui non compaiono Russia e Cina. Ha certamente un senso il rilancio del “modello delle democrazie liberali” nel contrastare i nuovi autocrati e nell’affermare il primato della tutela dei diritti umani anche sulle sfide economiche e commerciali. Ma occorre grande cautela in uno scenario globale in cui potrebbero maturare risentimenti e reazioni scomposte degli esclusi, fra cui figurano principalmente la Russia e la Turchia e i loro alleati, attuali e potenziali – diffusi in varie propaggini continentali – che potrebbero anche convergere su posizioni filo-cinesi, ancora maggiormente in funzione anti-occidentale. E la Cina, pur non intervenendo al momento con una dichiarazione che sarebbe stata clamorosa di Xi Jinping, ha lasciato che fosse un portavoce dell’ambasciata a Londra a commentare causticamente: “Sono finiti i tempi quando un piccolo gruppo di Paesi poteva decidere i destini del mondo (…) noi crediamo che i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, poveri o ricchi, siano tutti uguali, e che gli affari del mondo devono essere gestiti attraverso la consultazione tra Paesi”.

Meglio pensare, dunque, ad altri contesti, come ad esempio lo stesso G20, in cui non è stata contraddetta l’apertura al multilateralismo che Biden ha annunciato nel suo programma di governo, tanto che all’arrivo in Europa il 9 giugno è stato salutato dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel con le parole: “È tornata l’America, è tornato il multilateralismo”. Non c’è dunque che sperare che il tema di un multilateralismo più “inclusivo” torni più chiaramente nell’agenda della politica estera degli Stati Uniti e dei Paesi che intendono perseguire una ripresa più efficace dell’ordine internazionale liberale.

Conclusioni: il ruolo dell’UE e dell’intesa Italia-Francia-Germania

Il bilancio conclusivo del G7 si delinea quindi nei profili appena esaminati, con ancora molte aspettative sul ritorno alla governance globale. Il G20 a guida italiana ha preparato il terreno per promuovere un nuovo modello di multilateralismo inclusivo e la ricomposizione delle polarizzazioni, e sarebbe davvero una iattura che dopo il G7 si ritorni alla logica dei “blocchi” di influenza. È una prospettiva che potrebbe riportare alle contrapposizioni più estreme e quindi a ulteriori arretramenti della governance globale, assolutamente deleteri rispetto alle emergenze in atto della lotta alla pandemia, dei cambiamenti climatici, delle diseguaglianze globali e della tutela dei diritti umani. È dunque necessaria, anche in questo caso, una scelta più inclusiva che sappia promuovere altre iniziative di riavvicinamento, avendo la consapevolezza e la responsabilità che solo con la condivisione delle soluzioni si ottengono risultati. E su questa convinzione non si può che sperare che l’Unione Europea, con la nuova intesa Italia-Francia-Germania che certamente si è delineata al G20, abbia la forza di promuovere una “diplomazia assertiva”, capace di sostenere le proprie posizioni con la forza degli argomenti, ma sempre ricercando il dialogo ed il confronto, in modo propositivo, costruttivo e positivo.  Bene ha fatto dunque il Premier Draghi a precisare la linea da tenere: “Con la Cina bisogna innanzitutto cooperare, poi competere ed anche essere franchi sulle cose che non condividiamo”.

I leader mondiali dovrebbero avere in mente che l’esperienza della globalizzazione ha insegnato che il mondo si regge tendenzialmente sulla legge di Stevino, il sistema dei vasi comunicanti che vale anche nella geopolitica e nelle analisi sociologiche: un effetto di squilibrio da una parte tende a spingere sulla parte opposta fino a quando non si raggiunge un riallineamento. E nello scenario di uno scontro tra nazioni, anche solo in termini di guerre economiche, che lascerebbero comunque vittime sul campo, gli squilibri porterebbero l’umanità intera a pagarne le conseguenze, in termini di instabilità generale, impoverimento crescente, pressioni migratorie, nuovi rischi per la salute e l’ambiente, per le condizioni di vita e la tutela dei diritti umani.



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