Gaza e l’empatia selettiva del mondo occidentale

Le terribili atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre non possono giustificare in nessun modo la devastazione di Gaza e il massacro della popolazione che abita la Striscia. Dopo sette mesi di bombardamenti i morti sono 34.000, di cui il 60% donne e bambini, oltre ai milioni di sfollati che soffrono la fame attualmente stipati a Rafah. Che tutt’oggi ci sia una fetta non indifferente di opinione pubblica e informazione occidentale disposta a far rientrare queste atrocità nel diritto a difendersi di Israele dimostra come Gaza sia uno specchio nel quale scrutare i nostri doppi standard morali e il nostro etnocentrismo culturale.

Roberto De Vogli e Alessandro Ferretti

L’articolo che segue si aggiunge al confronto che come redazione di MicroMega abbiamo aperto ai nostri collaboratori e lettori rispetto a quanto sta accadendo in Israele e Palestina. Potete trovare il documento redazionale che ha avviato il dibattito e tutte le reazioni precedenti qui.

Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno imposto alle istituzioni mondiali e ai mass media internazionali di spostare la loro attenzione su ciò che accade a Gaza. Questi attacchi sono stati orribili: dei 1139 morti, 695 erano civili; tra essi trentasei minorenni, di cui venti con meno di quindici anni. Queste uccisioni, e la presa in ostaggio di 233 altri civili sono inequivocabilmente crimini di guerra, che non possono essere né giustificati né approvati, né minimizzati.
I governi occidentali hanno però (purtroppo) tradotto l’ondata di commozione empatica suscitata da questi attacchi in un sostegno pressoché incondizionato a una rappresaglia molto più devastante e sanguinosa del 7 ottobre, che a oggi ha causato più di trentaquattromila morti, tra i quali oltre il 60% sono donne e bambini. Particolarmente atroci sono le violenze inflitte ai bambini, a partire dalla spaventosa cifra di 14 000 bambini uccisi – più che in tutti gli altri teatri di guerra nel resto del mondo degli ultimi quattro anni. Dal 7 ottobre a oggi Israele ha ucciso una media di oltre 70 bambini al giorno. Oltre a ciò, più mille bambini hanno subito l’amputazione di una o due gambe, quasi ventimila sono rimasti orfani e oltre cinquantamila soffrono di grave malnutrizione: 28 sono già morti di stenti dovuti alla fame, almeno due sono stati uccisi dal caldo delle tende in cui sono costretti a vivere dopo che quasi due milioni di persone sono state scacciate dalle loro case, deliberatamente distrutte dall’esercito israeliano. L’accanimento contro i bambini traspare anche dal fatto che è stato distrutto il 90% delle scuole, insieme a tutte le sedi universitarie di Gaza. In pratica, l’esercito israeliano da sei mesi a questa parte uccide, mutila, rende orfani, affama, asseta e priva di un futuro tutti i bambini di Gaza senza che questi abbiano la seppur minima colpa da scontare. Come sottolineato dall’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari e la politica di sicurezza, Josep Borrell, Gaza si è trasformata da “una grande prigione a cielo aperto” a “un grande cimitero a cielo aperto”.
Nonostante tutte queste atrocità avvengano alla luce del sole, nei media Occidentali continuiamo però a vedere opinionisti e politici giustificare ampiamente i crimini israeliani con il famigerato “diritto di difesa” al quale non viene posto alcun limite o condizione, neanche per tutelare i bambini palestinesi. Il sottointeso su cui si basano queste posizioni è evidente: le vite dei bambini israeliani valgono di più rispetto a quelle dei bambini palestinesi. Per ogni bambino israeliano ucciso il 7 ottobre sono stati uccisi oltre 400 bambini palestinesi. Incredibilmente, nonostante questa clamorosa sproporzione, non solo politici e opinionisti ma anche il 20% della popolazione italiana continua a volere la prosecuzione della strage fino a una fantomatica sconfitta totale di Hamas. Il sostegno incondizionato della civiltà occidentale a Israele poggia su un assunto: questo massacro di civili palestinesi non ci sarebbe stato senza gli attacchi di Hamas. In realtà, da più di mezzo secolo, Israele conduce massacri indiscriminati di cittadini palestinesi. Anche prima del 7 ottobre 2023, il bilancio di vittime palestinesi causato dalle “incursioni punitive” dell’esercito israeliano è inaccettabile. Tra il 2008 e metà 2023, sono stati uccisi circa 6000 palestinesi.
Un’altra argomentazione spesso usata da alcuni opinionisti occidentali per giustificare le azioni militari di Israele è la necessità di sconfiggere Hamas, impedire il lancio di razzi e “far ritornare la pace.” Tuttavia, in Cisgiordania, una zona non controllata da Hamas, non c’è mai stata la pace: nel 2023 l’esercito israeliano e i coloni finanziati e armati dal governo di Tel Aviv hanno ucciso 492 palestinesi di cui 120 bambini.
Gli stessi opinionisti e politici insistono nel dichiarare che quello che sta accadendo a Gaza non è un genocidio. Eppure, numerosi paesi Europei, il Canada, la Gran Bretagna e l’attuale presidente degli USA hanno definito l’uccisione di circa 7 000 civili e lo sfollamento di 1 milione di persone in Myanmar un plausibile caso di “genocidio”. I numeri di Gaza parlano da soli. A volte urlano. La logica quale sarebbe? Trattasi di genocidio quando muoiono le vittime delle efferatezze dei nostri nemici, ma non quando siamo noi o i nostri alleati a perpetrarle? Cosa c’è dietro a quest’applicazione della definizione di genocidio così incoerente?

Un’ipotesi che contribuisce a spiegare il continuo sostegno alle efferatezze israeliane potrebbe essere il diverso grado di empatia riservato a certi tipi di vittime di guerra rispetto ad altre. L’empatia selettiva, tema poco studiato nella letteratura scientifica, si riferisce alla capacità di porsi nello stato d’animo, sentire ciò che provano emotivamente e provare compassione per sofferenze di alcuni gruppi di persone, ma non di altri. Si tratta di una predisposizione conscia o inconscia a provare sentimenti di compassione e entrare in empatia in modo selettivo in base a fattori quali la razza, il genere o lo status sociale.
Il nazionalismo e l’empatia selettiva possono essere strettamente correlati, poiché il primo spesso implica un forte senso di identità all’interno del gruppo e lealtà per il proprio popolo, riducendo potenzialmente l’empatia per cittadini di altre nazioni, favorendo un senso di “noi contro loro,” rafforzando l’etnocentrismo, o la credenza che la propria nazione o etnia sia superiore alle altre.
Un aspetto importante dell’empatia selettiva è il pregiudizio all’interno del gruppo, in base al quale gli individui tendono a mostrare maggiore empatia verso i membri del proprio gruppo o comunità, portando a favoritismi, discriminazione, disuguaglianze e deumanizzazione del “diverso”. Tutto questo è ovviamente esacerbato nel colonialismo, dove la differenza tra “noi” coloni e “loro”, proprietari delle terre da colonizzare, è fondamentale per legittimare l’uso strutturale della violenza finalizzato a cacciare gli indigeni. Paradossalmente (ma non troppo) nei paesi occidentali la propaganda di destra promuove da decenni l’empatia selettiva evocando il pericolo di una immaginaria colonizzazione subita dall’Occidente per mano delle popolazioni del sud del mondo (la cosiddetta “sostituzione etnica”).
L’empatia selettiva può anche essere influenzata dai media. Può essere alimentata, ad esempio, dalla presentazione o selezione di fatti e eventi relativi a nazioni o popoli usando filtri nazionalistici o etnocentrici capaci di creare consenso sulla necessità di odiare membri di altre nazioni e entrare in guerra. Nel libro Manufacturing Consent: the Political Economy of Mass Media, Edward Herman e Noam Chomsky hanno presentato un “modello di propaganda” in base al quale i media mobilitano sostegno pubblico selettivo per alcuni interessi speciali dettati dall’agenda economica e geopolitica di stati e settori privati molto potenti. La chiave dell’analisi di questo libro verte su alcuni “filtri” usati dai media per interpretare fatti e eventi ponendo una estrema attenzione solo su alcuni di questi, escludendo in modo deliberato o inconscio fatti e eventi che non confermano la narrativa dominante (pregiudizio di conferma collettivo). Herman e Chomsky hanno etichettato uno di questi filtri con la definizione di “vittime degne e indegne,” sottolineando che mentre alcune popolazioni colpite da eventi tragici sembrano meritare intensa e ampia copertura mediatica, altre non sono invece degne di alcuna attenzione.
In effetti, un rapporto del Centro per il Monitoraggio dei Media (Cfmm) ha esposto significativi pregiudizi nella copertura mediatica del genocidio di Gaza. I risultati hanno mostrato che l’uso del linguaggio evidenziava in modo sproporzionato la sofferenza israeliana, mentre minimizzava le ingiustizie sofferte dalle vittime palestinesi. La maggior parte dei canali Tv ha inoltre promosso in modo esagerato e distorto il “diritto di Israele a difendersi” oscurando i diritti dei palestinesi.  Una nota interna contenente alcune direttive del New York Times ai suoi giornalisti ha intimato agli stessi di evitare di usare parole come “genocidio” e “pulizia etnica” nel caso di Gaza. Un’analisi di Intercept su oltre 1000 articoli apparsi su New York Times, Washington Post e Los Angeles Times, ha mostrato che termini emotivamente potenti come “massacro” e “orribile” erano riservati quasi esclusivamente agli israeliani uccisi dai palestinesi e non il contrario. Anche membri dello staff della Cnn hanno denunciato politiche editoriali alla censura dei punti di vista palestinesi.
L’empatia selettiva non riguarda certo solamente la civiltà Occidentale, ma stona particolarmente poiché questa tende spesso a dipingersi come portatrice di alti valori come la democrazia, la giustizia e i diritti umani. Il fallimento dell’Occidente nell’aderire universalmente a questi valori è stato ampiamente esposto durante guerre del passato, ma la forte mobilitazione istituzionale a favore delle vittime dell’invasione Russa in Ucraina, unita alla scarsa solidarietà per le vittime di Gaza, hanno messo alla luce in modo impietoso che più che sulla democrazia, le nostre istituzioni fondano la propria legittimità sulla continua evocazione e costruzione di cattivissimi nemici esterni dai quali dobbiamo difenderci in modo compatto, anche rinunciando alle nostra libertà di dissenso, in modo del tutto sovrapponibile a ciò che fanno le dittature . In un modo tragico e paradossale, il genocidio di Gaza è come uno specchio dove scrutare i nostri doppi standard morali, la difesa dei diritti umani a targhe alterne e l’etnocentrismo culturale che ci pervade. Come scrisse Aaron Bushnell, prima di darsi fuoco di fronte all’ambasciata Israeliana a Washington: “A molti di noi piace chiedersi: “Cosa farei se fossi vivo durante la schiavitù? O nel Sud di Jim Crow? O dell’apartheid? Cosa farei se il mio Paese stesse commettendo un genocidio?. La risposta è che lo state già facendo. Proprio adesso.”


CREDITI FOTO: Israeli troops gather near the Gaza border, southern Israel, 9 mag. 2024, ANSA/ABIR SULTAN



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