Gaza, sopravvivere all’orrore in poesia

Ripercorriamo la storia di Gaza attraverso i suoi scrittori e poeti. Dalla Nakba del 1948, all’occupazione del 1967, fino agli incessanti bombardamenti di oggi, con le parole di Mahmoud Darwish, Rifaat al-Areer, May Sayigh, Najwan Darwish, Fatina al-Ghurra, Mosab Abu Toha e Hiba Abu Nada.

Simone Sibilio

Gaza non si vanta delle sue armi, né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio. Lei offre la sua pellaccia dura, agisce di spontanea volontà e versa il suo sangue. Gaza non è un fine oratore, non ha gola. È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme. Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. […]
I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola).

Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.[1]

Questo brano costituisce una delle più citate rappresentazioni letterarie di Gaza e dell’indomita tenacia della sua gente, consegnataci dal grande Mahmud Darwish (raccontato nell’ultimo Mappe dal nuovo mondo), a pochi anni dall’occupazione militare israeliana della Striscia avvenuta con la Guerra dei sei giorni del 1967. Si trova all’interno del suo Diario di ordinaria tristezza, una raccolta di scritti in prosa poetica e meditazioni su vari temi, pubblicato nel 1973. Ebbene, lo stile retorico risente ancora della carica metaforica della cultura della resistenza, così centrale in anni in cui la parola poetica accompagnava i palestinesi nella lotta di liberazione nazionale, diventando una piattaforma dalla vitale risonanza, se non l’unico possibile territorio del sogno per chi, alla luce del contesto internazionale venutosi a configurare, poteva contare a livello politico solo sulle esigue possibilità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat. Anni lontani e condizioni storico-politiche assai diverse dalle attuali. Il processo di Oslo sarebbe iniziato solo un ventennio dopo, non v’era all’orizzonte alcun segno dell’ascesa dell’Islam politico e sarebbe stato arduo immaginare che pochi decenni dopo Gaza si sarebbe trasformata nel “luogo più invivibile al mondo”, come denunciato già  diversi anni fa dalle Nazioni Unite, o nel “più grande carcere a cielo aperto”, consumata definizione che, come ironizza Banksy, non rende giustizia alle carceri, dove non mancano elettricità e acqua potabile[2]. Un luogo sottoposto a diverse cruente operazioni militari dal 2006, tappe del progetto di “genocidio incrementale”, come denominato già anni fa dallo storico israeliano Ilan Pappé, entrato oggi nella sua fase più drammatica[3]. Eppure c’è qualcosa in quei versi di così essenzialmente attuale, e che forse profeticamente racchiude il destino a cui è stata condannata quella popolazione: la corporalità (prima del 7 ottobre si contavano 2 milioni e 300 mila esseri umani confinati all’interno di un’area di 365km2), simboleggiata da sangue e sudore, come unica difesa possibile, in assenza di una voce, per esprimere il più profondo e disperato anelito alla vita. Schiacciati nella narrazione dominante occidentale/coloniale israeliana nell’irriducibile binomio terroristi islamici/selvaggi [4] (o persino “animali umani”, meritevoli di una punizione collettiva, come definiti dal Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant il 9 ottobre per preparare meglio il terreno della vendetta). Abbandonati da tempo dai ‘fratelli arabi’, i palestinesi di Gaza sono destinati a riaffermare l’ostinato paradigma della resistenza collettiva per sopravvivere all’orrore che incessantemente si abbatte su di loro. E il “farsi esplodere” a cui allude Darwish, diversamente da più letterali interpretazioni che richiamano gli attentati di matrice jihadista, è atto oppositivo e liberatorio, quasi palingenetico, che prelude al risorgere dalle ceneri come l’antica Fenice, onnipresente nella poesia araba moderna in cerca di simboli salvifici.
Pur restando priva di gola, senza voce, Gaza si batte per garantirsi la continuità nel tempo. Anche davanti alla presagita fine, celebrare la speranza di rigenerazione attraverso la possibilità del racconto di vita da tramandare, è ciò a cui si appellava Rifaat al-Areer (1979-2023), scrittore e docente universitario di Letteratura, che così scriveva pochi giorni prima che un bombardamento israeliano mettesse fine alla sua vita a Khan Younis, il 7 dicembre scorso:

Se io dovrò morire,
tu dovrai vivere

per raccontare la mia storia
vendere le mie cose
comprare un pezzo di stoffa
e qualche filo
(magari bianco con una lunga coda)
così che un bimbo, da qualche parte a Gaza
mentre fissa il cielo
in attesa di suo padre
– morto all’improvviso senza dire addio
a nessuno
né alla sua pelle
né a se stesso –
veda il mio aquilone
quello che tu hai costruito
volare alto
e pensare, per un attimo, che sia un angelo
a riportare amore.
Se io dovrò morire,
che porti allora una speranza
che la mia fine sia un racconto.

Gaza ha uno statuto privilegiato nella letteratura palestinese, riflesso della centralità che occupa nella coscienza collettiva del suo popolo. Per la sua storia, la sua geografia. O per l’identità simbolica che incarna: rappresenta l’unico accesso al mare, imperitura e universale metafora di libertà e sogno, ancor più quando persino quello è ingabbiato. Il blocco navale imposto dal 2006 dalla Marina militare israeliana in acque territoriali palestinesi, illegalmente secondo il Diritto internazionale, ha negli anni impattato gravemente sulla vita e sull’economia della Striscia.
E nella sua storia annovera molti poeti, un numero consistente dei quali costretti all’esilio, che non hanno mai smesso di declinare la relazione dolore della perdita/diritto al ritorno. In seguito alla Nakba del 1948, sarà costretto all’esilio Harun Hashem Rashid (1927-2020), la cui poesia è gravida di toni che alternano nostalgia, angoscia, ma anche fiducia nel ‘ritorno degli esuli’, vero e proprio leit-motiv nella sua produzione degli anni ’50 e ’60. Altrettanto incisiva è stata la penna di Mu‘in Bseiso (1927-1984) che dovette lasciare Gaza, prima nel 1948 alla volta dell’Egitto, poi nel 1967 alla volta di Damasco. È stato uno degli intellettuali d’orientamento marxista di riferimento in anni in cui attività politica e letteraria si alimentavano a vicenda, come l’opera di Ghassan Kanafani ci ricorda.

Al motivo dell’esodo dedicherà un lungo poema anche la poetessa May Sayigh (1940-2023), costretta a lasciare Gaza nel 1956 e a migrare di luogo in luogo al seguito dell’OLP. Si chiedeva:

[…] Gli aerei da guerra ti scelgono, ti scoprono,
piantano dentro te la loro oscurità.

Come inizierai la storia del raccolto
da quelle ultime visioni annebbiate?
Gli aerei da guerra ti selezionano
all’inizio del sonno
alla fine del sonno.
Quante volte il cielo ti è esploso d’odio addosso?
Quante volte sei stato preso da parte?
A quanti massacri sei sopravvissuto?
Ora, raccogli tutte le ferite, rifugiandoti nella morte,
indossando sogni come ali. [5]

Tra il 1948 e il 1967 la Striscia di Gaza divenne “un enorme campo profughi”[6] amministrato dall’Egitto e isolato come zona di guerra, più volte bersaglio degli attacchi militari israeliani. E ciò fino all’occupazione del 1967, che rappresenterà una nuova Nakba, provocando l’esodo forzato di una parte della sua popolazione, tra cui il poeta Rasem al-Madhoun (1947), profugo con la sua famiglia a Gaza da Megiddo (nei pressi di Asqelon) nel 1948 e poi costretto a trasferirsi in Egitto nel 1967. L’insostenibile situazione sociale ed economica venutasi a produrre è all’origine della più nota sommossa popolare palestinese che proprio a Gaza ebbe la sua scintilla: la prima Intifada, scoppiata nel dicembre del 1987, al centro di una ampia produzione letteraria animata dal rinnovato senso di fiducia per l’azione popolare e l’eroismo di giovani armati di sole pietre dinanzi all’avanzare dei carrarmati israeliani. E nonostante gli iniziali entusiasmi e le speranze riposte nell’avvio di un reale processo di liberazione nazionale, non avrà alcun esito positivo sulla vita dei palestinesi della Striscia neanche l’Accordo di Oslo del 1993, che pur assegnando quel territorio alla neonata Autorità Palestinese, sancirà la conferma del suo status come entità geopolitica separata, isolata da Gerusalemme e dalla Cisgiordania, e sottoposta al controllo della potenza israeliana su tutti i suoi confini.
Della seconda Intifada, scoppiata nel settembre del 2000, si ricorda l’immagine iconica, in presa diretta, del piccolo Muhammad al-Dorra, colpito a morte tra le braccia del padre, dall’Esercito israeliano che sedava la rivolta a Gaza nel sangue. Mahmud Darwish gli dedicherà una straziante elegia, il cui incipit recita: “Si annida nel grembo di suo padre, un uccello impaurito del cielo infernale: proteggimi, padre, dal volo verso l’alto! Sono piccole le mie ali al vento e la luce è nera”[7]. Non c’è orizzonte per la colomba di Pablo Picasso, sentenzia il poeta.
Le piccole vittime, quelle strumentalmente e brutalmente definite ‘effetti collaterali’ o ‘scudi umani’[8], sono ampiamente celebrate in poesia. Lo scrittore palestinese-giordano Ibrahim Nasrallah (1954) dedicherà un’intera opera, Specchi degli angeli (2001), alla più giovane vittima della violenza seguita all’inizio della seconda Intifada, Iman Haggiu, di soli quattro mesi, uccisa in un bombardamento a Khan Younis[9].
Il topos del martirio viene declinato dagli autori di Gaza in una molteplicità di forme. Sia il romanziere ‘Atef Abu Saif nella sua opera Una vita sospesa che la poetessa Dunya al-Amal Ismail (1971), utilizzano un espediente comune, uno stesso medium di memoria, per rappresentare un presente mai disgiunto dal doloroso passato: il manifesto dei caduti. Scrive Ismail in Manifesto:

Hanno rubato la sofferenza dei suoi occhi
il palpito del cuore
la follia dell’anima
e ci hanno restituito
un manifesto affisso a un muro. [10] 

Nel 2005 Ariel Sharon ordinerà il trasferimento forzato di migliaia di coloni ebrei (circa 8000) insediatisi nella Striscia nel 1967, il cosiddetto piano di disimpegno unilaterale, per assediare Gaza e farne un laboratorio di sperimentazione militare e di sorveglianza ad alta tecnologia[11]. La successiva ascesa di Hamas, prima attraverso elezioni democratiche e considerate regolari da osservatori internazionali e poi attraverso lo scontro armato contro Fatah, sostenuta da Stati Uniti e Israele, porterà al blocco economico della Striscia con la sospensione dei finanziamenti internazionali. È l’inizio di questa guerra totale, contraddistinta da uccisioni mirate ai leader del partito islamista e soprattutto da operazioni militari in sequenza contro la popolazione inerme, in risposta al lancio di razzi dal confine.
Gaza, come Gerusalemme, permarrà uno dei centri focali dell’elaborazione poetica di numerosi scrittori dediti a tradurre in poesia il senso di una ‘vita sotto assedio’. Il caos del sovraffollamento nei campi profughi, la presenza dei bambini nelle strade, il rumore incessante, la frenesia collettiva abitano i testi di due poeti di Rafah, Khaled Jum‘a (1965) e ‘Othman Hussein (1963), votati a rapprendere quell’esperienza che strangola le due componenti essenziali della vita umana: spazio e tempo. I nuovi barbari (non quelli celebri della poesia di Konstantinos Kavafis), “assediano tempo e spazio”, scrive Hussein nella prosa poetica in Campo Profughi Blocco O.
È una topografia dell’oppressione quella che ha contraddistinto il paesaggio della Striscia di Gaza, prima che si tramutasse in un cumulo di macerie: un autentico panopticon in senso foucaultiano del nostro tempo. Najwan Darwish, poeta di Gerusalemme, in Breve racconto sulla chiusura del mare ricorre ad un ampio impiego di elementi spaziali che connotano l’esperienza di vita a Gaza per restituire il senso dell’assedio: dalla strada al lato della città a quella che porta al campo profughi, dalla scuola che somiglia a una prigione alla soglia del silenzio. Persino il mare è sottoposto a reclusione e al piccolo Taysir non resta che affidarsi alla più feconda immaginazione:

Se entri in quella strada, a lato della città,
quella che porta al campo profughi,

se trovi bambini all’uscita di quella scuola che somiglia a una prigione,
se ne trovi sette sulla soglia del silenzio che osservano,
se vedi un bambino smilzo dagli occhi che brillano dell’intelligenza del
mondo intero,
avrai trovato il mio amico Taysir.
I suoi avevano un paese che fu rubato in pieno giorno.
Potrai scorgere negli occhi suoi inquieti la vivacità degli uccelli del paese
rubato.
Le case di cemento,
il ricordo dello zinco,
il gracchiare spaventoso delle radio dell’esercito occupante durante le
settimane di coprifuoco,
non hanno intaccato il brillare dei suoi occhi.
Una sola volta aveva visto il mare. Nulla lo convincerà a non andarci ancora.
Nei lunghi giorni di coprifuoco lo illudevano: «Finito il coprifuoco ti
porteremo al mare».
Una sera, finito il coprifuoco, gli hanno detto: «Il mare è chiuso a
quest’ora. Va’ a dormire!»
Non aveva dormito quella notte, immaginava un vecchio
chiudere il mare con un’enorme lastra di zinco che si estendeva dalla
stella all’orizzonte alla sabbia della spiaggia,
e lo serrava con un lucchetto grande, più grande di quello del negozio
del padre in via Omar al-Mukhtar.
Aveva immaginato il vecchio tornare poi a casa.
Se entri in quella strada al lato della città
quella che porta al campo profughi
se scorgi due occhi che brillano dell’intelligenza del mondo intero,
chiedi, te ne prego, se il mare di Gaza è stato aperto
o se è chiuso ancora. [12]

Ma il mare in poesia dischiude ulteriori livelli di significato o segni d’appartenenza. La voce di Fatina al-Ghurra, esule in Belgio, ma rientrata dalla famiglia a Gaza prima del 7 ottobre, testimoniando in prima persona il massacro, rivela la bellezza del riconoscimento del sé femminile, rivendicando con orgoglio una provenienza geografica che resiste ai cataclismi, una genealogia ribelle:

Discendo da marinai ribelli alle rive.
Figlia delle onde e della memoria.

Ultima superstite di coloro ai quali Sansone cedette la chioma
prima di insorgere come giovane vergine
ultima discendente della femminilità fresca e antica.
Apro le braccia e il cosmo avvia il suo moto unidirezionale.
Sorrido e miele gocciola dalle mie frivole vergini labbra.
Faccio un passo e il globo terrestre perde equilibrio
al fragore delle mie risa s’odono trilli di terremoti
e i vulcani scuotono l’ordine dei sette strati.
Sono figlia della castità e dell’ozio
figlia della purezza e del vizio
figlia del bianco e del nero
da un mio dito le stelle disputano per definire
la loro prima posizione.
Se chiudo gli occhi
è eclissi solare finché non li riapro così
da sommergere il mondo in raggi color di carrubo
e quando getto indietro le ciocche dei capelli
rabbrividisce il cosmo riverente e dimesso.
Sono l’oggi e il domani
compagna della gloria incoronata sul trono dello spazio
a un battito del mio ciglio i campi si volgono in grano e soli verdi
e io sono il grano e i soli verdi
sono la prima
e l’ultima messe. [13]

Oggi, a gennaio del 2024, dopo bombardamenti a tappeto che hanno colpito la popolazione civile provocando in tre mesi oltre 24.000 morti, di cui il 70% donne e bambini, e oltre 2 milioni di sfollati; dopo la devastazione di un intero territorio, delle sue infrastrutture; di scuole, ospedali, luoghi di culto, rifugi delle Nazioni Unite, con l’accusa di genocidio avanzata al Tribunale dell’Aia dal Sudafrica e sostenuta da molti altri paesi, a Gaza è in corso una lotta per la sopravvivenza nel mezzo di un orrore che non sembra prossimo alla fine, ad ascoltare le dichiarazioni dei leader israeliani. Eppure ci giungono immagini di scritte su ciò che resta di facciate di edifici bombardati che recitano: “Ricostruiremo le nostre case”. Tra i cumuli di macerie risuona ancora più forte la domanda esistenziale posta dal giovane poeta di Gaza Mosab Abu Toha (1993), autore della premiata raccolta Things You May Find Hidden in My Ear: Poems from Gaza, uscita negli Stati Uniti nel 2022. Cos’è allora casa?

Cos’è casa:
è l’ombra degli alberi sulla via di scuola prima che venissero sradicati.

È la foto in bianco e nero del matrimonio dei miei nonni prima che i muri crollassero.
È il tappetino da preghiera di mio zio su cui dormivano in notti invernali dozzine di formiche prima che fosse saccheggiato ed esposto in un museo.
È il forno in cui mia madre cuoceva il pane e arrostiva il pollo prima che una bomba riducesse la nostra dimora in cenere.
È il caffè in cui guardavo le partite di calcio e giocavo –
Mio figlio mi interrompe: come può una parola di appena quattro lettere racchiudere tutto questo? [14]

Sono tanti gli artisti, i giornalisti, gli intellettuali, gli scrittori che, come Rifaat al-Areer, hanno perso la vita nel genocidio in corso. Hiba Abu Nada, nata a Mecca nel 1991 da una famiglia proveniente da Bayt Jarja, a nord-est di Gaza, villaggio distrutto nel 1948, e specializzata in biochimica all’Università al-Azhar di Gaza, è stata una delle più giovani scrittrici vittime delle bombe israeliane. Autrice di opere in prosa e poesia, ha ottenuto ampi riconoscimenti per il romanzo L’ossigeno non è per i morti, pubblicato in Kuwait nel 2017. Scrive questi versi intrisi di una intensa carica devozionale pochi giorni prima che un bombardamento colpisse la sua casa, mettendo fine alla sua vita:

Ti proteggerò
se sarai ferito o morirai

nel cuore di questo assedio
nel ventre della balena
A ogni bomba caduta
le nostre strade lodano Dio
e pregano per case e moschee […]
Ti proteggerò
se sarai ferito o soffrirai
con le sacre scritture ho custodito
dal fosforo il sapore delle arance
e dal fumo tossico le tinte delle nubi
ti proteggerò
un giorno la polvere si disperderà
e rideranno i due innamorati morti
mano nella mano. [15]

[1]Darwish, M., Una trilogia palestinese, trad. E. Bartuli, R. Ciucani, Feltrinelli, Milano 2014, pp. 118-120.
[2] Trevisan, M., Banksy: Vita, opere e segreti di un artista ribelle, Diarkos, Sant’Arcangelo di Romagna 2023, p. 2076.
[3] Pappé, I., “Israel’s Incremental Genocide in the Gaza Ghetto”, Electronic Intifada, July 13, 2014, in https://electronicintifada.net/content/israels-incremental-genocide-gaza-ghetto/13562
[4]Sullo ‘status selvaggio’ della popolazione di Gaza un’interessante analisi si trova in Sen S., Decolonizzare la Palestina. Hamas tra anticolonialismo e postcolonialismo, Meltemi, Milano, 2023, p. 24.
[5] Handal, N. (ed.), The Poetry of Arab Women. A Contemporary Anthology, Interlink Books, New York – Northampton 2001, pp. 279-280.
[6] Pappé I., I campi di sterminio di Gaza (2004-2009) in I. Pappé – N. Chomsky, Ultima fermata Gaza. Dove ci porta la guerra di Israele contro i palestinesi, Ponte alle grazie, Milano 2010, p. 195.
[7] Il testo in lingua araba è disponibile qui: https://poetsgate.com/poem.php?pm=726
[8] Gordon N. – Perugini N., Human Shield. A History of People in the Line of Fire, University of California Press, Oakland 2020, p. 172.
[9]Nasrallah I., Specchi degli angeli, trad. di W. Dahmash, Edizioni Q, Roma 2019.
[10]Capezio, O. –  Chiti, E. – Corrao, F. M. – Sibilio, S. (a cura di), In guerra non mi cercate. Poesia araba delle rivoluzioni e oltre, Le Monnier, Milano 2018, p. 56.
[11] Si veda Eyal Weizman, The Least of All Possible Evils: A Short History of Humanitarian Violence, Verso, 2012.
[12] Idem, pp. 50-51.
[13] Al-Ghurra, F., Tradire il Signore, a cura e trad. di S. Sibilio, Cascio Editore, Lugano, 2011, pp. 36-37.
[14]Tratto da Mosab Abu Toha, Things You May Find Hidden in My Ear: Poems from Gaza, City Lights Book, San Francisco 2022. Testo reperibile su https://lithub.com/where-is-mosab-abu-toha-a-poem-from-gaza-in-21-languages/
[15] Il testo in lingua araba è reperibile qui: https://manar.com/page-47931-ar-ar.html



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