Genova 2001, il respiro della resistenza globale

Genova, venti anni dopo. Nel 2001 Nicoletta Dentico era direttrice generale di Medici senza frontiere. Erano quelli anni cruciali, in piena “pandemia” da HIV, in cui era stata lanciata la “Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali”. Ecco il suo racconto.

Nicoletta Dentico

2001-2021 Genova per chi non c’era* è il titolo del libro edito da Altreconomia e curato da Angelo Miotto che prova a rispondere alle domande aperte da venti anni. Perché è importante raccontare Genova a chi per anagrafe, per distrazione o per scelta non c’era? Che cosa è stato del “movimento”, di quell’afflato collettivo massacrato dai manganelli e dai media? In quali rivoli si è disperso il fiume di persone che ha manifestato? Qual è infine l’eredità, di Genova e chi ha raccolto e perpetuato questo capitale di idee? Pubblichiamo su MicroMega il capitolo di Nicoletta Dentico, all’epoca direttrice generale di Medici senza frontiere.

La nostra partecipazione al G8 di Genova ha cominciato a occupare le nostre giornate e il nostro tempo ben prima di luglio. Nel 2001 infatti si era stretti tra la disponibilità di farmaci – e in particolare dei primi farmaci antiretrovirali – da una parte e, dall’altra, un 95% di pazienti che ne avevano bisogno ai quali erano assolutamente proibiti, visto che il prezzo che all’inizio del 2001 si aggirava intorno a 14mila dollari per terapia. Quindi eravamo in questo momento di forte “tensione” politica. Già allora parlavamo di apartheid sanitario come se ne parla oggi e ovviamente i giorni del G8 di Genova rappresentavano un’opportunità decisiva per Medici senza frontiere e per la Campagna in particolare per interloquire con la società civile italiana. E per articolare la denuncia e la proposta che il GSF di Genova – attraverso la stessa società civile – voleva mettere in campo e squadernare nella sua complessità.

Quindi appunto partecipammo alle iniziative del Genoa Social Forum cioè tutte quelle attività di preparazione, di istruzione e iniziativa del Public Fo- rum di Genova, precedenti prima al corteo sull’immigrazione di venerdì poi ovviamente alle manifestazioni vere e proprie che furono “l’inizio della fine” di questo percorso.

Ricordo bene questa fase preparatoria di cui mi occupai insieme al responsabile, Francesca Pispisa, e molte altre persone dello staff di Medici senza frontiere, per preparare la mobilitazione che aveva lo scopo di rendere visibile che cosa volesse dire il mancato accesso ai farmaci salvavita. E che cosa voleva dire? A quel tempo voleva morire. Non solo perché i farmaci erano troppo costosi ma magari perché i farmaci semplicemente non esistevano.

Erano le malattie “dimenticate”: dimenticate perché chi si ammalava di quelle patologie non aveva nessun potere d’acquisto e quindi le case farmaceutiche ignoravano completamente quel settore. MSF arrivò con due TIR che furono posizionati proprio nei luoghi centrali dove c’erano le esposizioni della società civile e poi non lontano c’era il luogo del Public Forum. Le due mostre caricate sui cassoni erano il nostro contributo a questo dibattito che fu piuttosto vivace: ricordo la partecipazione di Bernard Pécoul, direttore di Medici Senza Frontiere France, e di alcuni leader della Campagna per l’accesso ai farmaci a cui MSF aveva dedicato il Premio Nobel del 1999; in particolare Pécoul nel novembre 1999 aveva lanciato il messaggio all’interministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle, mettendo per la prima volta in discussione i brevetti e la proprietà intellettuale contro il diritto alla vita e il diritto alla salute.

Nel 2001 portavamo a Genova un argomento diciamo relativamente nuovo, perché fu a Seattle che venne fuori per la prima volta. La stampa allora aveva dato molta visibilità alla questione, MSF aveva appena vinto il Nobel per la Pace e inoltre l’HIV/Aids mieteva vittime in diversi Paesi soprattutto africani, con un rigurgito di morte insostenibile. Le cure esistevano, e il monopolio delle aziende, con la proprietà dei brevetti, rendeva il loro costo impossibile per quei governi. Un argomento che a Genova ritenevamo di dover divulgare e rendere fruibile a tutti. Per questo che avevamo pensato di portare queste mostre fotografiche e questi percorsi. La gente entrava nei TIR e i medici di MSF spiegavano quali fossero i problemi e quali le evidenze, secondo le nostre esperienze sul campo. A questa presenza molto importante si affiancava un contributo ai dibattiti: tra questi ricordo un incontro con Susan George in cui si spiegava la necessità di “ridefinire” questa globalizzazione, contestando in primis la definizione che ci avevano affibbiato di “no global”. L’idea era invece che bisognasse essere “diversamente globali” e pensare a una globalizzazione tutta affatto diversa. Forse per la prima volta Medici Senza Frontiere si cimentava in un’azione di campaigning con una decisa piattaforma di rivendicazione politica non meramente umanitaria, ed era importante per noi articolare un ragionamento sistemico sulla globalizzazione che ci mettesse allo stesso tavolo, con altri altri attori della società civile.

Per noi era un grande cambiamento poter veramente far parte di questo tessuto di proposte, di idee che venivano dalla realtà delle cose, che vedevamo attraverso la nostra presenza diretta nei Paesi colpiti dalle malattie infettive – non solo l’Aids. Genova fu per tutti, sotto questo profilo, un punto di svolta. La società civile aveva ottenuto per la prima volta un riconoscimento anche da parte della stampa mainstream, che in parte aveva capito il valore delle nostre denunce e aveva preso a interloquire con noi ben oltre la pratica giornalistica del pezzo di colore. La stampa internazionale soprattutto, ma anche la stampa italiana, aveva cominciato ad ascoltare le nostre proposte, come proposte di senso e competenti: veniva premiata la nostra capacità di leggere la realtà del mondo nelle sue varie articolazioni, anche locali. Se ne ricavava non solo una lettura precisa ma anche percorsi di soluzione. E questo fu un punto di non ritorno, che fece scattare una preoccupazione, e anche la necessità, credo, di una reazione da parte dell’establishment.

Per me uno dei momenti veramente splendidi di Genova fu la straordinaria manifestazione sui temi dell’immigrazione. Nel 2001 avevamo già chiaro che era necessario pensare l’immigrazione con uno sguardo nuovo, con un’attenzione diversa, con un approccio non securitario e non repressivo.

Siamo nel 2021 e non solo non è successo niente ma le cose sono solamente peggiorate. Poi ovviamente c’è stata la grande mobilitazione e tutto è cambiato: quando abbiamo cominciato a vedere la mala parata la decisione è stata quella di por- tare via repentinamente i TIR, che erano stati un importante investimento per noi. Ricordo che lasciarono la piazza del Social Forum una manciata di ore prima che cominciasse la violenza e l’annientamento di tutta la mobilitazione popolare che si era ritrovata intorno alle idee che il Social Forum e Genova aveva prodotto. Sappiamo bene come le frange estreme siano state lasciate libere nelle loro scorribande, permettendo loro di devastare la città nonostante fossero identificabili. A queste si sono unite forze che di spontaneo non avevano niente; si trattava di gruppi sguinzagliati per neutralizzare e distruggere quella enorme mobilitazione di senso che era la grande folla che popolava Genova e non aveva nessuna intenzione violenta ma anzi rappresentava un’enorme fonte di energia critica, una forza matura ma gioiosa, una carica potente e creativa che voleva asserire l’urgenza di un’altra globalizzazione. Io personalmente ero vicina insieme ai volontari di MSF alla Rete di Lilliput: eravamo tutte e tutti con le mani bianche alzate. Incomprensibilmente, su di noi si è riversata la prima ondata di repressione della polizia.

Dal 1999 in poi non c’è dubbio che la società civile globale fosse diventata una forza dirompente, una leva diciamo di dialettica rispetto ai poteri della globalizzazione e ai governi che li rappresentavano, i quali si dovevano chiudersi sempre di più nelle “zone rosse”. Sì, c’era proprio la esternazione attraverso i corpi del contrasto epistemico e politico fra i leader dei Paesi che si chiudevano nei loro fortini inaccessibili anch’essi per discutere delle sorti del mondo, e la società civile, le società tout court, che occupavano le strade, che urlavano l’incapacità del mondo di respirare già allora, l’aspirazione al cambiamento, sapendo di stare dalla parte giusta della storia. A Genova era arrivato il tempo di delegittimare quel grande respiro collettivo dal basso.

L’eredità di Genova? Beh, bisogna ritornare alla storia immediatamente successiva. La lunga estate calda del 2001 terminò, non lo possiamo dimenticare, con l’attacco alle Torri Gemelle. Io penso che abbiamo vissuto quella che possiamo chiamare la Nakba, la catastrofe, della società civile mondiale. C’è stato cioè un trauma, una disintegrazione psicologica, una frantumazione decisiva che ha prodotto effetti sulla capacità di mobilitazione. Di fronte alla efferatezza che si era consumata con spietata regia alla Diaz e poi a Bolzaneto siamo rimasti impietriti. Abbiamo vissuto in quelle ore, lo ricordo come se fosse ora con un brivido dietro la schiena, un senso di stupore e terrore agghiacciato rispetto alla violenza di Stato, che si era abbattuta in maniera così arbitraria e feroce contro persone di tutto il mondo, che erano agenti di cambiamento positivo della contemporaneità, giocatori in un campo sicuramente nonviolento.

A livello globale poi c’è stata secondo me una regia molto sapiente che è intervenuta dopo Genova, della quale ho provato rintracciare un percorso nel mio libro sul filantrocapitalismo (in bibliografia), in cui i vincitori della globa-lizzazione, ovvero i grandi monopolisti che erano cresciuti nel giro di pochi anni, imprenditorialmente e finanziariamente, proprio grazie alla deregulation della globalizzazione, hanno preso in mano in qualche modo le redini della gestione di questo conflitto su scala globale. Secondo me questi plutocrati, quando videro a Seattle i manifestanti che accoglievano le delegazioni africane che uscivano dalla prima interministeriale del WTO – una rappresentazione fortissima della connessione tra gli Stati del Sud del mondo e la società civile occidentale -, da sacerdoti della globalizzazione capirono la portata di quella rappresentazione e decisero che era tempo di ordire alcune piste di azione in grado di neutralizzare ogni spinta trasformativa della società civile ormai articolata su scala globale. Si attivarono con grande lena sulla riforma delle Nazioni Unite, riuscendo in qualche modo a compiere quella che possiamo chiamare una “controrivoluzione”.

Dopo il disastro di Genova avrebbero avuto campo libero. Sicuramente presero piede le nuove forme del neoliberismo, le soluzioni tecniche ai problemi che avevano invece una matrice potentemente politica. Questo approccio mirato alla depoliticizzazione della agenda della globalizzazione io l’ho visto molto direttamente nel campo della salute, e proprio sul terreno dell’accesso ai farmaci essenziali. Sia chiaro, la stessa cosa è accaduta anche con altre aree, come l’educazione, il cibo. Hanno pensato così di mettere in piedi un meccanismo di guida dell’agenda mondiale tramite nuove realtà che si sarebbero occupate di queste cose, cioè partenariati pubblico-privato che sono di fatto nuove entità di diritto privato le quali hanno contribuito negli ultimi venti anni a fram- mentare, depotenziare e produrre una deistituzionalizzazione di quelle istanze che avrebbero dovuto risolvere le sfide del mondo; e facendo questo hanno astutamente coinvolto la società civile, finanziando molte Ong, le quali a quel punto sono state piuttosto “addomesticate”, nel nome di un certo pragmatismo delle soluzioni, e diventando diciamo implementatori piuttosto che agenti di cambiamento. Ripeto: è stata secondo me una strategia potentissima, molto strutturata, sapientemente concepita e attuata in tempi rapidissimi, tant’è che ancora oggi ne paghiamo le conseguenze a livello globale.

Poi naturalmente da Genova in poi le ferite della società civile sanguinolente sono state tali e tante che c’è stata una paralisi della protesta, spesso combinata con un’azione securitaria nei confronti di qualunque mobilitazione che poi comunque è stata portata avanti ancora. Nelle varie manifestazioni che si sono viste in giro per il mondo non era più possibile avere quello spazio di agibilità che c’era stata almeno fino a Genova, fatta eccezione per il Social Forum Mondiale di Firenze del 2002, grazie a un grande lavoro di organizzazione, e fatta eccezione per il movimento pacifista schierato contro le guerre preventive del 2003.

Forse l’intuizione di questa gente non era poi così sbagliata, dal loro punto di vista ovviamente: era chiaro che la mobilitazione mondiale aveva espresso una capacità di analisi e di diagnosi del mondo e anche di formulazione di proposte così aderenti alla realtà, che se a qualcuno fosse venuto in mente di prenderle per buone, il loro potere ne avrebbe potuto subire qualche contraccolpo.

Quindi sì, i problemi sono ancora tutti qui. Sono in un certo senso gli stessi, voglio dire che quello che noi vediamo oggi è l’esasperazione dei problemi che già erano stati affrontati nella grande riflessione collettiva di Genova. L’agenda dei grandi nodi strutturali da sciogliere è la stessa. Lo vediamo in questi mesi rispetto alla questione dell’accesso ai farmaci essenziali, così de- terminante in relazione ai vaccini contro Covid-19. Dal 2001 a oggi – cioè 20 anni dopo – quello che dicevamo è ancora tutto vero: l’apartheid sanitario che c’era sugli antiretrovirali nel 2001 è direttamente legato l’apartheid sanitario che denunciamo oggi con i vaccini.

Che cosa è cambiato? È cambiato che in questi vent’anni gli accordi multilaterali sulla proprietà intellettuale sono stati spesso soppiantati da una proliferazione di accordi commerciali bilaterali che rendono il vecchio accordo WTO sulla proprietà intellettuale quasi una versione “benevola”; gli accordi bilaterali commerciali hanno infatti reso più restrittive le clausole sulla brevettazione e sui diritti di proprietà intellettuale. Le norme di salvaguardia nell’accordo TRIPS, come la licenza obbligatoria o l’importazione parallela, in molti casi non sono più percorribili perché gli accordi bilaterali le hanno rese inapplicabili, hanno molto circoscritto lo spazio di manovra dei governi. Di fatto quindi noi oggi ci ritroviamo un regime di proprietà intellettuale caratterizzato per diversi governi da uno standard normativo più severo di quello che era stato negoziato dal WTO negli anni ‘90.

Ma non finisce qui: il problema che nel 2001 era del Sud del mondo mentre oggi è un problema globale, perché il costo dei farmaci ormai è un problema che coinvolge anche i Paesi ricchi, perfino Paesi come la Norvegia. Lo vediamo con il continuo incremento del prezzo dei farmaci antitumorali. Lo abbiamo visto con i farmaci salvavita contro l’epatite C. Quindi noi vent’anni dopo ci ritroviamo in una situazione peggiore del 2001, in questo regime di mono- poli che permette a un farmaco essenziale di costare 2,1 milioni di dollari. Mi riferisco al Zogelsma, una iniezione che serve a impedire la morte di bambini nella terapia di una malattia genetica come l’atrofia muscolare.

Perciò si può dire che siamo in una situazione di maggiore esasperazione ri- spetto a vent’anni fa. Si è anche trasformata la nostra stessa cultura: si è creato un certo “fatalismo” da Genova in poi. Come dire che anche la società civile è diventata molto pragmatica, molto “soluzionista”. Si è diffusa una cultura politica che, in molti casi, punta a trovare le scorciatoie senza indugiare sui determinanti distali e profondi dei problemi che si devono affrontare, nel caso della salute, ma anche in quello dell’agricoltura, della questione ambientale, dell’industria. Questo è un cambiamento enorme: una sorta di arretramento culturale, sul tema della responsabilità delle istituzioni ad esempio. Anche la Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali della prima ora, quella di Ge- nova, aveva un’impronta molto più politica e una chiara idea di quale fosse la responsabilità dello Stato, il ruolo delle case farmaceutiche, piuttosto che di altri eventuali settori del mondo privato, come la finanza.

Possiamo sperare in un risveglio della società civile? Secondo me è bene dirsi le cose anche nella loro durezza perché credo che non dobbiamo trastullarci in narrazioni fuorvianti. Siamo in un tempo di bassissima marea; gli ultimi due decenni sono tutti nel segno della controrivoluzione delle élites e quindi questo non è certo tempo di trasformazione ma tempo di resistenza. Per fortuna la storia va assolutamente oltre di noi e la storia potrà – anzi dovrà – rappresentare un nuovo respiro. Non credo però che sarà l’Europa il luogo da cui verranno fuori le scintille della speranza. Io credo che saranno le periferie del mondo che rappresenteranno la svolta. Tuttavia mi pare che anche durante la pandemia Covid-19 sia iniziata una vasta spinta di rivolta di ribellione. Lo abbiamo visto con Black Lives Matter, che è diventato un movimento globale, addirittura con l’abbattimento delle statue in alcuni Paesi, cosa che simbolicamente è un atto fortissimo. Ci sono queste faglie di rivolta e di ribellione che stanno mettendo a nudo anche l’impalcatura neo-colonialista degli assetti istituzionali e delle modalità decisionali che vigono oggi. Sono loro a cui guardo: penso appunto ai contadini indiani che da mesi continuano a manifestare contro la liberalizzazione del cibo, dell’utilizzo del cibo e delle regole del cibo. Penso ai Fridays for Future, penso ai movimenti delle donne e a tutto il movimento femminista globale. Insomma io vedo che sotto le macerie, di cui Genova è stato credo il punto di rottura e di cesura più violento, oggi ci siano delle braci che infiammano il “respiro trasformativo” del pianeta. Oggi forse sono fiammate isolate, ma sento un afflato di resistenza globale che viene dai movimenti sociali, dai movimenti popolari nelle periferie del mondo. Io vedo qui la speranza del futuro.

* In “Genova per chi non c’era” hanno scritto: • Vittorio Agnoletto • Enrica Bartesaghi • Marco Bersani • Norma Bertullacelli • David Bidussa • Martina Comparelli • Danilo De Biasio • Donatella Della Porta • Nicoletta Dentico • Chicco Elia • Haidi Gaggio Giuliani • Lorenzo Guadagnucci • Carlo Gubitosa • Alessio Lega • Giulio Marcon • Rossella Muroni • Riccardo Noury • Giuliano Pisapia • Fabrizio Ravelli • Alfredo Somoza • Jacopo Tondelli • Antonio Tricarico • Enrico Zucca. Con le illustrazioni di Giancarlo “Elfo” Ascari.



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