Georges Perec. Il racconto della quotidianità

Recensione del libro di Georges Perec, "L'infra-ordinario", edito da Quodlibet.

Raffaele Aragona

È uscito già da qualche mese, in Francia, un inedito di Georges Perec, Lieux (Seuil, pagg. 608, euro 29,00), una sorta di mappa geografica di Parigi, rimasta purtroppo incompiuta. L’uscita del libro è coincisa con la pubblicazione da consultare liberamente in rete, direttamente in italiano: una maniera brillante di seguire il percorso che il lettore vuole, a partire, per esempio, da quello cronologicamente primo di Place Jussieu (gennaio 1969). L’idea si riferiva a 12 luoghi di Parigi legati in qualche modo al passato dello scrittore e per 12 anni Perec si proponeva di descriverli facenti parte della categoria “reale”; successivamente avrebbe riportato i ricordi che quei luoghi gli sollecitavano “memoria”. 

Non incompleto è invece un altro libro di Perec, Tentativo di esaurire un luogo parigino per il quale egli trascorre tre giorni nei bar di Place Saint-Sulpice prendendo appunti per una descrizione minuziosa delle cose e degli avvenimenti di quella piazza. 
La stessa idea trova altra rappresentazione in una terza opera, un libricino dal titolo significativo uscito di recente: è L’infra-ordinario (Quodlibet, pagg. 120, euro 13,00), una riedizione di quanto edito da Bollati Boringhieri (1994), sempre con la traduzione di Roberta Delbono. 
L’infra-ordinario uscito anch’esso postumo, nel 1989 (Georges Perec morì il 3 marzo 1982), contiene egualmente una scrittura di luoghi, ma per essi lo stesso lettore è spinto dall’autore a scovare qualcosa al di fuori dell’ordinario.  Ciò che accade ogni giorno e ritorna ogni giorno, le cose evidenti, quelle comuni, ordinarie, quelle infra-ordinarie, i rumori di fondo. È l’osservazione continuata, appassionata e meravigliata dell’ordinario, e anche dei ricordi che quelle cose fanno riaffiorare: infra-ordinaire è una parola coniata da Paul Virilio per la nascita di “Cause commune”, la rivista che si proponeva proprio una sorta di indagine a tappeto del quotidiano, a tutti i suoi livelli, di quanto viene generalmente passato sotto silenzio, rimosso. Ed è su quella rivista che Perec diede forma a questa particolare investigazione della vita quotidiana. 

“Approcci di cosa?”, il primo capitoletto che apre la raccolta, specifica bene il cómpito dell’«infra-ordinario», che è quello di parlare di sé come si è abituati a parlare di altri, di prendere spunto dalle cose comuni, di indagare la vita d’ogni giorno, ogni atto del proprio quotidiano. A fare notizia è abitualmente il fatto inatteso, insolito, lo straordinario, giacché l’ordinario pare non meriti attenzione: «I giornali parlano di tutto tranne che del giornaliero. I giornali mi annoiano, non m’insegnano niente, quello che raccontano non mi riguarda… Quello che succede veramente, quello che viviamo, tutto il resto dov’è?» osserva Perec. 

Il contenuto del libro è ciò che sostiene la letteratura, l’osservazione appassionata e nello stesso tempo meravigliata dell’ordinario; il domandarsi di quanto sembra non ammettere discussione; sono le passeggiate di uno scrittore che vede la realtà con occhi di chi è giunto da poco e che dipinge ripetutamente lo stesso quadro. 

“La rue Vilin” è il titolo del successivo capitolo che contiene la descrizione minuziosa di quella strada (al numero 24 è la casa nella quale Perec ha abitato da bambino con la madre, prima che ella scomparisse in un campo di sterminio); una descrizione fatta in sei giorni diversi nel córso di due anni annotando ciò che di volta in volta andava mutando. 

Ritorna anche in questo libricino il gusto di Perec per i giochi combinatori, e il suo legame con le liste trova spazio in un capitolo dedicato a Italo Calvino, “Duecentoquarantatré cartoline illustrate a colori autentici”. A partire da Ajaccio, le cartoline toccano luoghi particolari come Cipro, Ulster. Yucatan, Zanzibar, Ios, Giava ecc. I “colori” sono le poche righe scritte di saluto, inventate con una regola ben precisa, usando soltanto cinque frasi elementari in tre varianti (243 è pari a 3 elevato alla quinta potenza): frasi stereotipate che dicono di saluti, clima bellissimo, mare magnifico. 

In un altro scritto, sulla rivista “Manger”, Perec aveva applicato lo stesso sistema alle ricette di cucina indicandone 81 (3 elevato alla terza potenza): 3 ingredienti su 4 fasi di lavorazione. Sono gli esercizi tipici di quel circolo fondato da Raymond Queneau: l’Ouvroir de Littérature Potentielle, «Oulipo», dalle cui regole è nato anche il maggiore libro di Perec La vita istruzioni per l’uso, romanzo meraviglioso, del quale in Italia è presente soltanto una traduzione fatta nel 1984 (due anni dopo la morte di Perec), quando non erano ancora note tutte le contraintes usate dallo scrittore; erakrno contenute nel suo Cahier des charges pubblicato postumo, nel 1993. La Vie mode d’emploi, che Calvino, nelle sue Lezioni americane, in quella sulla “molteplicità”, giudicò «l’ultimo vero avvenimento nella storia del romanzo», andrebbe nuovamente tradotto. C’è anche chi l’ha fatto, ma le leggi dell’editoria ancora non ne permettono la pubblicazione. 

Nei successivi capitoli lo sguardo di Perec si muove in spazi più limitati: “Tutt’intorno a Beauboug” contiene notazioni le più varie riferite all’origine delle strade, ai loro nomi, alla loro storia e alle storie cui rimandano: «Tutt’intorno si estende uno dei più vecchi quartieri di Parigi. È un dedalo di vie i cui nomi talvolta strani risalgono al cuore stesso della storia della città (…). Affidando al caso l’itinerario della vostra passeggiata, passerete davanti a Saint-Merri la cui acquasantiera, ornata dello stemma di Anna di Bretagna, è una delle più antiche di Parigi, davanti a Sant’Eustachio dove Molière fu battezzato, dove Luigi XIV fece la prima comunione, dove si sposò Lully, dove si svolsero i grandiosi funerali di Mirabeau e dove Berlioz diresse per la prima volta il suo Te Deum…». 

Lo stesso vale per le “Passeggiate londinesi” strutturate come una sorta di breve guida turistica, ma con osservazioni financo linguistiche, come quando, a proposito di quel «gigantesco microcosmo nel quale è venuto agglomerandosi tutto quello che gli uomini nel córso dei secoli», egli osserva che laddove i francesi arrivano a mala mena a sette parole per designare ciò che genericamente si indica con ‘via’ (rue, avenue, boulevard, place, cours, impasse, venelle), gli inglesi ne posseggono almeno venti (street, avenue, place, road, crescent, row, lane, mews, gardens, terrace, yard, square, circus, grove, greens, houses, gate, ground, way, drive, walk ecc.); «la cosa – osserva Perec – pone non pochi problemi a chi cerca di localizzare un indirizzo, poiché, ad esempio, Cambridge Circus, Cambridge House, Cambridge Place, Cambridge Road, Cambridge Square, Cambridge Street, Cambridge Terrace non sono assolutamente situati nello stesso quartiere…». 

Nel capitolo finale, “Still lyde/Style leaf”, Perec scende ancor più nel dettaglio soffermandosi sul proprio scrittoio, descrivendone ogni minima caratteristica e imperfezione; mostra in ogni dettaglio tutti gli oggetti che sono depositati su quel tavolo, così come fossero foglie sul terreno, destinate a volar via, ad andar via riposte in un cassetto o altrove. E lo fa con la cura accurata di chi vede in quel ripiano tutto il proprio mondo. 

 

Foto Flickr



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