Gestazione per altri, la sinistra e quella coscienza di classe barattata coi desideri

Il dibattito politico attorno alla gestazione per altri ha visto ieri una tornata importante con il dibattimento in aula della legge della destra che istituisce il reato universale di maternità surrogata, approvata a larga maggioranza. A sinistra si è scelto di non entrare nel merito delle contraddizioni di classe che la pratica della Gpa solleva.

Federica D'Alessio

Dopo una lunga giornata di dibattimento in aula, la Camera dei deputati ha approvato ieri a larga maggioranza il Ddl presentato da Fratelli d’Italia che, modificando la legge 40 del 2004, punta a rendere la gestazione per altri o maternità surrogata – a oggi illegale nel nostro Paese – un “reato universale”, ovvero un reato per il quale i cittadini italiani potrebbero essere perseguiti pur avendovi fatto ricorso all’estero, in Paesi dove questa pratica è legalizzata.
Con l’eccezione di un emendamento del Governo legato alla salvaguardia della fecondazione eterologa – pratica proibita dalla legge 40, ma resa legale in Italia a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale – votato di concerto da tutto l’arco parlamentare, e di alcuni ordini del giorno, non un solo emendamento delle opposizioni, com’era prevedibile, è stato accolto e ogni proposta di introdurre correttivi alla legge da loro avanzata è stata respinta.
Questo nonostante la stragrande maggioranza degli emendamenti proponesse in qualche modo semplici “salvagenti” a contrasto della quasi certa inapplicabilità di questa futura legge così com’è. Un reato universale infatti, come è stato opportunamente ricordato dai banchi dell’opposizione, può dirsi tale se la legislazione converge nel Paese di cittadinanza di chi lo commette e nel Paese in cui il presunto reato viene commesso, o se esiste una cornice di trattati internazionali, una “messa al bando universale”, tale da rendere effettivamente perseguibile chi lo commette tramite una rete investigativa coordinata. In più, il reato universale nella proposta della maggioranza diventa tale solo se commesso da cittadini italiani; nel caso di cittadini stranieri o di cittadini con doppia cittadinanza, la legge lascia vuoti giudiziari che spetterà eventualmente ai giudici colmare. Senza contare le possibili, anzi probabili, incongruenze di tipo costituzionale.

Non siamo insomma in presenza di una legge che abbia concrete possibilità di applicazione in questo Paese, come ha sostenuto, durante la fase di audizioni, anche la giurista Marilisa D’Amico. Allora perché portarla avanti? La ragione, secondo chi scrive, ha a che fare con la natura stessa delle destre antisociali – destre come Fratelli d’Italia e Lega in questo Paese, come Vox in Spagna, come il trumpismo americano e globale – e con la loro funzione all’interno delle democrazie contemporanee: distruggere la società democratica attraverso una scientifica attività di fomento di quelle divisioni e differenze di pensiero che in una società laica e plurale dovrebbero essere considerate motivo di ricchezza, ma che di fatto, nessuna corrente di pensiero politico, all’interno dei regimi democratici, è mai riuscita pienamente a onorare e rispettare. Per ragioni tutt’affatto interne alle contraddizioni fondanti delle scuole di pensiero della sinistra, socialiste, comuniste, progressiste, radicali, tutte diversamente tendenti al settarismo e alla squalifica della dissidenza di pensiero. Questione cui si aggiungono, in questo caso specifico, due ordini di problemi fondamentali: la difficoltà a confrontarsi con il femminismo da un lato, l’approccio subalterno al liberismo e al capitalismo dall’altro.
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Difficoltà che si è evidenziata perfettamente nel dibattito di ieri alla Camera, dove oltre al confronto con la proposta di legge della destra in sé e per sé, è venuta a galla più profondamente la difficoltà a prendere di peso e nel merito le questioni più strettamente politiche, inerenti cioè i rapporti di forza, le uguaglianze e le disuguaglianze fra gli attori in corso, specie nel momento in cui un emendamento presentato dal deputato Riccardo Magi di Più Europa/Radicali ha proposto di fatto la legalizzazione della gestazione per altri solidale, al grido di “se non pensiamo debba essere reato universale, non si capisce perché vada bene che sia reato nazionale”. Una posizione piuttosto chiara e trasparente, che Magi ha sviluppato insieme con l’associazione Luca Coscioni, presentando alla Camera insieme a deputati come Ivan Scalfarotto e altri una proposta di legge per la regolamentazione della gestazione per altri, vista esplicitamente come “una tecnica di fecondazione assistita” come è stato ripetuto anche in aula ieri da Benedetto Della Vedova.

Con l’eccezione di una sola deputata, Luana Zanella del gruppo Verdi/Sinistra che è intervenuta in dissenso con il suo stesso gruppo sul tema, dichiarandosi contraria a questo emendamento (favorevole invece il suo gruppo) e motivando la contrarietà con la ragione che la Gpa alimenta e convalida la mercificazione delle donne riducendole a strumento e cosa, e che la madre non può essere spezzettata in funzioni organiche prive di personalità e di umanità – argomenti di buon senso, ribaditi in più occasioni da pronunciamenti della Corte di Cassazione a sezioni unite, del Parlamento Europeo, delle Nazioni Unite – nessun altro, dai banchi di opposizione, ha saputo obiettare nel merito alla visione ideologica portata dalla proposta di legge di Magi. E non è un caso, visto che la stessa legge, sempre di concerto con l’associazione Luca Coscioni  era stata presentata nella legislatura precedente da Nicola Fratoianni.

Come si fa a non voler discutere nel merito se una gravidanza, ovvero una fase intera, lunga, definitiva, attesa per decenni, lungamente preparata, a volte traumatica, pericolosa, delicata, intrecciata con l’intera coscienza corporea di una donna per sempre, sia riducibile a “una tecnica di fecondazione assistita”? Definirla così è un’affermazione violentemente disumanizzante. Curiosamente però, il deputato democratico Alessandro Zan nel suo intervento ieri alla Camera, così come qualsiasi altro deputato di opposizione, non soltanto non ha ritenuto di dire una parola su questa definizione, bensì ha stigmatizzato come “violento” e “reazionario” l’intervento di Zanella, senza peritarsi di specificare per quale ragione e nei confronti di chi lo sarebbe stato. Ma peggio ha fatto Elisabetta Piccolotti, sempre di Verdi/Sinistra, che a sua volta senza entrare nel merito delle considerazioni della sua compagna di gruppo, ha bollato con la formula dello “Stato etico” la volontà di impedire “l’autodeterminazione” delle donne che decidono di portare avanti una gravidanza per altri. Insomma il mercato non va frenato e chi decide di prestarsi al mercato non può essere fermato, perché lo fa sulla base della sua libera autodeterminazione.

L’autodeterminazione e la solidarietà sono concetti fortemente manipolabili da chi ha più potere; da compagini che si posizionano a difesa dei diritti degli ultimi il minimo che si può esigere è che lo sappiano. Persino gli industriali liberali dell’Ottocento e di inizio Novecento, quando cominciarono le lotte per la riduzione della giornata di lavoro, si appellavano alla libera e serena scelta degli operai di lavorare per sedici ore al giorno. Ancora oggi, negli Stati Uniti e in Italia, i datori di lavoro, i committenti, chiunque sia in posizione di muovere la leva economica e di potere considera le ore di lavoro straordinario non pagate e la rinuncia ad alcuni diritti fondamentali sul posto di lavoro un’espressione della “libera scelta dei lavoratori”. Non saremmo mai usciti, come società, dal ricatto della “libera scelta” se non ci fosse stato un movimento operaio che attraverso lotte sindacali per tutti imponeva ai padroni condizioni collettive di dignità, alle quali non si può sottrarre nessun lavoratore. Neanche chi lo vorrebbe. Il lavoro riproduttivo, come lo ha brillantemente definito la femminista materialista Silvia Federici insieme ad altre femministe, è soggetto alle stesse condizioni e se collettivamente certi diritti non sono mai stati ottenuti è stato anche per la tradizionale incapacità della sinistra di riconoscere la specificità e insieme le similitudini fra lavoro riproduttivo e sfruttamento padronale. La gestazione per altri è pienamente parte del lavoro riproduttivo, anzi, è un ritorno al “proletariato” in ogni senso: la donna che conduce una gravidanza per una coppia committente è la perfetta combinazione delle due condizioni femminili di subordinazione per eccellenza, l’operaia e la balia. La stessa tecnologia che spezzetta la madre, figura estranea al mercato, in “donatrice” di ovuli e “donatrice” di utero, consente di racchiudere l’esercizio di più sfruttamenti in una sola figura, che cede la sua prole come frutto del lavoro di nove mesi, dietro l’accordo di rispettare le condizioni contrattuali imposte dal committente.

Di nuovo, da realtà che si ritengono di sinistra e progressiste ci si attenderebbe considerazioni su questa catena della produttività, considerazioni legate a prospettive di classe sociale, oltre che possibilmente integrando i saperi femministi sulla classe sessuale, ma anche considerazioni legate alle pressioni del mercato nell’epoca liberista, ammettendo, se non altro, che dietro la formula della “solidarietà” si cela una copertura mistificatoria e moralistica – questa sì da Stato etico – a rapporti di forza che passano per differenze patenti di ceto di appartenenza e spesso anche di provenienza etnica. Com’è possibile che nessuna considerazione su tutti questi elementi, fin qui accennati, sia stata svolta in aula dai deputati delle opposizioni, con l’eccezione di Zanella? Tristemente, è stato lasciato campo libero alla destra per presentarsi come paladina della difesa delle donne, strumentalizzando – com’era ovvio che accadesse – le parole della stessa Zanella, e inserendosi come ricordato prima proprio lì dove l’incapacità di esprimere con onestà e coraggio il proprio pensiero genera confusioni, contraddizioni e ipocrisie, che qualsiasi elettorato non può non registrare con sconcerto.

Nel Partito democratico, così come nel femminismo e nella comunità Lgbt, c’è una ostinata negazione del dibattito in corso su questi temi che va avanti da anni, che ha comportato guerre, scomuniche, violenza ideologica in più direzioni. La decisione di ieri del Partito democratico di non partecipare al voto dell’emendamento Magi a seguito di numerose obiezioni giunte in seno al partito sulla linea da tenere lo ha testimoniato. Le difficoltà a entrare nel merito favoriscono la possibilità per le destre di appropriarsi di concetti banali: le donne non sono un oggetto né uno strumento. Un figlio e sua madre hanno un legame umano che è emotivo, sentimentale, coscienziale, cognitivo, in principio estraneo allo Stato così come al mercato e tutto interno all’umanità, recidere o sovrascrivere il quale richiede, parafrasando le parole della femminista radicale Carla Lonzi, di spiegare “per il piacere di chi” lo si sta facendo. Senza dare per scontata la dimensione stessa dei desideri, a loro volta tutt’altro che immuni dai condizionamenti culturali, sociali, di status e prestigio. Come le donne bene sanno, giacché il percorso di liberazione femminista comporta da decenni misurarsi con la difficoltà enorme a definire in chiave consapevole i propri stessi desideri.

Ieri tanti interventi hanno fatto appello ai diritti dei bambini figli di surroga; diritti sui quali la legge della destra in realtà non interviene, scegliendo di lasciare le cose come stanno e rimettere cioè alle Procure e alle amministrazioni locali la diatriba sulle registrazioni all’anagrafe. Significativamente nessuno in aula nelle opposizioni, tranne la sola Zanella, ha speso una parola per ricordare la figura delle gestanti. La mistica della “solidarietà” o il feticcio dell’“autodeterminazione” agiscono come alibi sufficiente per molti a cancellarne l’esistenza e privare di qualsiasi dignità politica tali donne, senza contare le parole dei radicali che riducendole a “tecnica” ne hanno calpestato persino la basilare umanità. È difficile trovare qualcosa che porti, più di questa dimenticanza, il segno della classe sociale privilegiata e della forma mentis liberistica all’interno della quale si stanno definendo le coordinate di questa discussione.
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