Gestione della pandemia: più Stato, meno Regioni?

Mauro Barberis

Il governo Draghi non ha ancora portato discontinuità radicali con il modello di gestione della pandemia adottato dal Conte bis. Apparentemente, sono cambiate solo le persone. A presentare il nuovo DPCM non è stato il premier ma i ministri competenti, Speranza per la Sanità e Gelmini per gli affari regionali. Il commissario Arcuri, che aveva concentrato su di sé un enorme potere, è stato sostituito da un generale degli Alpini: ricordate quando si diceva che, dopo Draghi, restavano solo i generali e i vescovi? È stata ridata centralità alla Protezione civile, dipartimento della Presidenza del Consiglio. Gli aspetti distintivi del modello italiano, però, non sono cambiati: ricorso ai DPCM e a ordinanze regionali e comunali; colorazione automatica delle regioni a seconda dei contagi; adozione di zone rosse più ristrette; ulteriori restrizioni alle lezioni in presenza, stavolta giustificate con la maggiore circolazione della variante inglese fra i ragazzi.

Del resto la continuità, o la mancata discontinuità, si capisce perfettamente. I DPCM non erano un’invenzione del precedente governo: sono atti amministrativi ampiamente usati anche prima, certo non controllabili da Presidente della Repubblica e Corte costituzionale, ma dal giudice amministrativo sì. Lo stesso sistema della colorazione delle regioni è stato escogitato per rimediare al possibile conflitto fra Stato, a guida centrosinistra, e Regioni, a guida centrodestra, che tendevano a passarsi il cerino dei provvedimenti più impopolari. Meccanismo, fra l’altro, che sembra ancora dispiacere alle regioni più colpite, a giudicare dalle recenti dichiarazioni di Guido Bertolaso che, dalla Lombardia sempre al centro del ciclone, prevede una zona rossa estesa a tutto il paese: mal comune…

Il problema è che l’insofferenza cresce esponenzialmente, insieme con la curva dei contagi: e non solo fra i ristoratori, gli albergatori o gli artisti. Si arriva a rimpiangere il lockdown generalizzato dell’anno scorso, quando almeno le regole erano uguali per tutti e ognuno sapeva quel che doveva fare. Sistema, questo, che paesi meno regionalizzati e più ricchi del nostro possono adottare meglio di noi, senza mettere a repentaglio il loro debito pubblico. Spostare il cambio di colore delle regioni dalla domenica al lunedì sarà stato utile, ma circola sempre di più la sensazione che il difetto sia nel manico, nella divisione del paese in una ventina di sistemi sanitari consacrata dalla riforma del titolo Quinto della Costituzione. Pure lì, però, non si può fare un’altra riforma costituzionale nel bel mezzo di una pandemia.

L’unica soluzione, a questo punto, sembra tornare a ricentralizzare nello Stato tutto ciò che può ricentralizzarsi, ossia essenzialmente le vaccinazioni. Superato il conflitto fra regioni di centrodestra e Stato di centrosinistra, il Presidente del Consiglio può pensare, più che a una produzione nazionale di vaccini su cui siamo in ritardo, a battere i pugni sul tavolo dell’Unione europea, o a cercare altre soluzioni, senza lasciare spazio a iniziative autonome di regioni come il Veneto. Sulle stesse vaccinazioni, dalla prenotazione alla somministrazione, si può rimediare ai ritardi alcune regioni. Dopotutto lo Stato moderno fu inventato, molti secoli fa, proprio per tutelare la vita degli abitanti da attacchi esterni e disordine interno, tutela solo più recentemente estesa alla salute. Bene, ora torni a esercitare lui queste sue funzioni essenziali, stavolta contro la pandemia.

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