Gianetti Ruote e Timken, parlano i lavoratori licenziati

Nel video reportage di Valerio Nicolosi le testimonianze degli operai dei due stabilimenti che le multinazionali proprietarie hanno deciso di chiudere dall’oggi al domani dopo lo sblocco dei licenziamenti da parte del governo.

Valerio Nicolosi

108 chilometri dividono due stabilimenti che le due multinazionali che detengono le azioni hanno deciso di chiudere: la Gianetti Ruote, in Brianza e la Timken, vicino Brescia, due zone molto produttive dove il tessuto economico e sociale è fortemente legato alle fabbriche.

La prima lascia a casa 152 persone e una produzione di ruote per veicoli commerciali, tir, autobus e Harley Davidson ancora attiva, con tanta materia prima nei magazzini.

“Abbiamo lavorato fino a poche ore prima, poi è iniziato un turno di manutenzione e ci è arrivata la comunicazione che lo stabilimento avrebbe chiuso” racconta Gianni Pignataro, Capo Reparto attrezzeria e RSU FIOM della fabbrica. La Gianetti è stata la prima in Italia a licenziare dopo lo sblocco dei licenziamenti del Governo Draghi lo scorso 1 luglio. “Sappiamo che la nostra vertenza non riguarda solo noi ma tutta Italia, proprio perché siamo i primi” aggiunge l’altro RSU FIOM, Davide Monti.

Il caldo umido brianzolo non aiuta il picchetto fuori la fabbrica ma associazioni di protezione civile e singoli cittadini hanno donato cucine e tende per mangiare e ripararsi dal sole.

Chi prepara la pasta, chi il caffè, chi riordina. Quello che erano i turni di lavoro vengono fatti fuori dallo stabilimento per impedire che il fondo finanziario Quantum riesca a portar via macchinari e prodotti finiti. “Ci sono due container di ruote per la Harley Davidson che sono già stati pagati dal cliente, così come la tantissima materia prima che è arrivata nei giorni precedenti alla chiusura. È stato davvero tutto improvviso” racconta Pignataro.

La lunga strada piana che percorre la Lombardia da ovest a est porta fino alla Val Trompia, dove le Alpi Orobie svettano sopra una zona fortemente industrializzata. La Timken produceva cuscinetti per mezzi di movimentazione terra e acciai legati, ma il 19 luglio con poche righe è stato comunicato che lo stabilimento avrebbe chiuso per gli eccessivi costi di gestione.

“Hanno aperto uno stabilimento gemello in Romania e la produzione continuerà solo lì, delocalizzano per risparmiare” racconta Walter Zubani, RSU Timken, all’ingresso dello stabilimento dove gli operai si sono organizzati in assemblea permanente per evitare anche in questo caso che la proprietà possa portar via i macchinari, magari proprio nello stabilimento gemello nell’Est Europa.

“Sappiamo che non è semplice ma vogliamo convincere la proprietà a mantenere aperto questo stabilimento” dichiara Antonio Ghirardi, segretario FIOM di Brescia.

Quello che una volta era il territorio delle piccole fabbriche a gestione diretta della famiglia proprietaria, oggi è cambiato profondamente ed è per gran parte in mano a dei fondi finanziari che chiudono e aprono fabbriche con la velocità di una linea a penna, quella che serve a cancellare centinaia di posti di lavoro. Anche per i sindacati è diventato più difficile portare avanti le lotte. “Una volta c’erano i padroni, cattivi o buoni che fossero, ma c’era un’interlocuzione e lui conosceva i dipendenti. Oggi parliamo con delle entità, con dirigenti che possono cambiare da un momento all’altro” chiosa Ghirardi.



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