Gianni Vattimo, il filosofo e la politica: ermeneutica contro realismo

Il “pensiero debole” ha sempre avuto nella politica di emancipazione il suo necessario destino. Lo si capisce bene leggendo l’opera omnia di Gianni Vattimo pubblicata da “La Nave di Teseo”.

Angelo Cannatà

Riassumere in poche battute l’opera del filosofo torinese e le possibili obiezioni è impresa ardua. Provo a farlo, e mi scuso coi lettori per le semplificazioni, partendo da un dato personale. Per molti anni ho spiegato Nietzsche al liceo partendo da Gianni Vattimo: “Bisogna leggere Il soggetto e la maschera, ragazzi, per capire il filosofo tedesco: qui per la prima volta il termine Übermensch viene interpretato come ‘oltreuomo’. Liberatevi della lettura superomistica dannunziana”. Insistevo sul punto perché la collega di lettere era fissata col Nietzsche di D’Annunzio. C’è l’eco di ciò nel mio “Nietzsche e Leopardi” (Vailati), ma non è di questo che voglio dire. È che oggi “La nave di Teseo” pubblica l’Opera omnia di Vattimo ‒ Gianni Vattimo. Scritti filosofici e politici ‒ con una splendida introduzione di Antonio Gnoli, ed è impossibile non parlarne: per il valore filosofico del testo, e per la testimonianza dell’impegno civile e politico del pensatore torinese.

È a Torino che muove i primi passi il giovane Vattimo. Ed è nella città piemontese che, attraverso Pareyson, passando per la lettura di Maritain, approda a Nietzsche e Heidegger e, successivamente, al “pensiero debole” (1983). Può sembrare un percorso contraddittorio e invece ha una coerenza interna. Qui evidenzio che l’idea di un pensiero debole ha un suo significato (anche) politico: è Vattimo stesso a ricordarlo: “L’idea che abbiamo per tanto tempo coltivato di una ‘democratizzazione’ dell’oltreuomo – qualsiasi cittadino deve diventare un ‘individuo’ autonomo, responsabile, capace di non essere più assoggettato al dominio… – è da molto tempo un sogno finito”. C’è una nota di malinconia e Gnoli fa bene a evidenziarla (p. 20); ma che il sogno non si sia realizzato (fino a oggi) non significa che sia errato: che ogni uomo debba divenire “oltreuomo”, liberandosi da mille alienazioni è un compito infinito cui occorre tendere. Vattimo ci ha indicato la strada con Essere, storia e linguaggio in Heidegger, Al di là del soggetto, Le avventure della differenza, Etica dell’interpretazione, Credere di credere, Comunismo Ermeneutico, per citare alcuni titoli (tutti antologizzati nell’Opera omnia).

Invito il lettore a riflettere sull’idea di comunismo ermeneutico. Al di là della “paradossalità dell’espressione” – leggiamo nell’introduzione agli Scritti – “si intuisce una certa idea di scandalo, rivolta soprattutto al versante dell’ortodossia ideologica”. È che Vattimo pensa il comunismo – contro le degenerazioni sovietiche – come lotta alle ingiustizie, alle disuguaglianze, alla povertà; e l’ermeneutica – approfondita col maestro Gadamer (Vattimo ha tradotto Verità e metodo) – è una chiave d’interpretazione del mondo utile allo scopo: attraverso Nietzsche, e la convinzione che non esistano fatti ma solo interpretazioni, è proprio l’ermeneutica a rafforzare in lui l’idea di liberarsi da ogni pretesa di conoscenza certa e assoluta, di fondamenti immutabili ed eterni. Lavoriamo su ciò che è possibile sapere qui e ora – dice Vattimo – su ciò che è possibile fare adesso, nelle circostanze date – rinunciando alle filosofie forti (“l’annuncio ‘Dio è morto’ significa che non vi sono più fondamenti né religiosi, né metafisici”) – per migliorare il mondo: questo è il pensiero debole, un relativismo filosofico che rinuncia ai concetti di oggettività, verità, realtà, all’idea che esistano certezze assolute, senza per questo rinunciare alla ricerca di ciò che è utile e giusto (qui e ora) per la Comunità.

Ha una ricaduta politica questo discorso? Decisamente, sì. L’età postmoderna è, per Vattimo, l’epoca della fine delle certezze assolute; ergo: basta con l’idea di principi unitari, fondamenti, sostanze necessarie, che sarebbero alla base della nostra vita, prendiamo atto della contingenza dell’essere e liberiamoci dell’idea di Verità: elimineremo, nello stesso tempo, la violenza e il fanatismo (metafisico, religioso, politico) che l’idea di Verità assoluta porta con sé. L’approccio ermeneutico (vedi, per es., La società trasparente, pp. 1741-1794), una particolare lettura di Nietzsche e Heidegger, l’interpretazione debole della realtà (in tutte le sue forme) approda, sul piano politico, per Vattimo, a una certa idea di comunismo ermeneutico; e, sul versante religioso, a una versione secolarizzata del cristianesimo. Di questa passione per l’ermeneutica e il pensiero debole, sono testimonianza i suoi libri, tradotti in tutto il mondo, ma anche gli scritti giornalistici e le battaglie politiche combattute negli ultimi anni sul Fatto Quotidiano, dove ha avuto la possibilità di sostenere i diritti dei più deboli e indifesi e meno garantiti (non solo i diritti dei gay), e ribadire la sua idea di un “cristianesimo debole”, antidogmatico, non-violento intriso di caritas. A testimonianza di un impegno filosofico che – alla Sartre – solo se trova esplicazione nell’impegno politico mostra tutto il suo senso.

Ciò detto, all’ermeneutica e al pensiero debole sono state fatte obiezioni di cui bisogna pur dire; alcune hanno un senso anche politico e provengono da sinistra – una sinistra critica e antidogmatica, attenta ai diritti, che ha molti punti in comune con Vattimo. Che cosa si contesta al filosofo torinese? La risposta più chiara è in Paolo Flores d’Arcais. Contro l’ermeneutica, e l’idea che non esistano fatti ma solo interpretazioni, scrive: “Riconoscere i fatti e la loro ‘durezza’ intersoggettiva transculturale non significa affatto piegarsi a interessi e violenza del più forte. Al contrario, dissolvere i fatti nell’interpretazione regala al più forte la giustificazione della propria manipolazione oppressiva, anziché essere strumento di emancipazione e libertà, poiché quando nessuna interpretazione ha titoli maggiori di un’altra prevale quella della nuda forza” (MicroMega, 2/2015, p. 6).

È un’obiezione lucida, che Vattimo respinge con gli argomenti sopra accennati. Non si tratta qui di “decidere” chi abbia ragione (ammesso che sia possibile); si registrano posizioni divergenti (al realismo, quarant’anni dopo Flores d’Arcais, arriva anche Maurizio Ferraris che è stato allievo di Vattimo). Il dibattito è in corso. E comunque, lo sguardo complessivo sul mondo del filosofo torinese conserva – nonostante le possibili critiche – il suo fascino. L’ottimo Gnoli coglie il punto quando scrive: “Prima che pensatore debole, Vattimo è un esistenzialista, che si rivolge con religiosa speranza alla finitezza umana, contenendone gli effetti tragici” (p. 25). È così. Leggere Vattimo integralmente, attraverso la sua opera omnia (nonostante le possibili obiezioni) è un atto dovuto per chi crede in una società aperta, emancipata, tollerante, per chi ama la filosofia, il pensiero critico, l’intelligenza.

 

(foto Ministerio de Cultura de la Nación Argentina, CC BY-SA 2.0 via Wikimedia Commons)



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