Ginnaste: il prezzo della perfezione

Per fare sport o danzare, magari anche per arrivare a risultati eccellenti, si deve accettare di subire vessazioni, o di fermare il corso dello sviluppo dei propri corpi?

Monica Lanfranco

C’è un dato chiaro, e doloroso, nella storia raccontata da qualche giorno dalle giovani ginnaste, che, speriamo non in maniera superficiale ed episodica, porti alla luce i guasti, le sofferenze e le storture di quel mondo, sportivo e non solo: si tratta di un mondo quasi interamente di donne, dove evidentemente sono adulte quelle che vessano le più giovani.

Del come e del perché ciò accada l’analisi e il pensiero femminista ne discute, nel nostro paese, a partire dagli anni ’70, anche attraverso l’uscita di alcuni testi che evidenziarono gli effetti, nei corpi delle giovani donne nella danza e nelle discipline sportive della ginnastica artistica e ritmica, di una serie di condizionamenti sociali e culturali che oggi chiamiamo stereotipi e che allora, e oggi, passano dall’educazione familiare e scolastica, dalla formazione culturale e sportiva, trasformandosi spesso in una forma implacabile di controllo sociale invisibile e  letale.
Un libro, tra i primi, fu Tutto il pane del mondo di Fabiola De Clercq, che raccontò in modo crudo l’anoressia e la bulimia con le quali per oltre vent’anni dall’adolescenza ha convissuto, infrangendo l’omertà che occulta i disturbi alimentari nelle famiglie. Quasi vent’anni dopo uscirà Malate di perfezione. Anoressia, bulimia, alcolismo: una perfetta infelicità di Marion Woodman, autrice di Puoi volare, farfalla nel quale descriverà i sintomi di malessere incarnati di un ideale femminile distorto della perfezione.
Tutte le ginnaste che stanno pubblicamente denunciando il clima di umiliazioni e vessazioni subite per quegli etti (non chili) ritenuti di troppo dalle allenatrici sono passate attraverso la dolorosa trafila del disturbo alimentare, e analogamente raccontano di questo calvario anche le storie di molte ballerine di danza classica: a meno di non avere in dote genetica un corpo filiforme, ossa leggere e metabolismo veloce  (ed è assai raro in questa triplice combinazione) l’impegno ferreo che si richiede ad una atleta della ginnastica artistica così come alla danzatrice classica è il mantenimento del peso in un corpo che non deve cambiare di una virgola, proprio mentre è nella fase dell’età di massimo, necessario cambiamento.
Quando guardiamo quei giovani corpi leggiadri che volteggiano senza peso apparente, sfidando la gravità e le leggi della materialità che pare affliggano tutte tranne loro stiamo guardando uno straordinario e perverso meccanismo di controllo della natura del corpo, che prima o poi chiede il conto. Un conto salatissimo: blocco delle mestruazioni, i già citati disturbi alimentari, alterazione del ciclo sonno-veglia, disagio psicologico, difficoltà nelle relazioni sociali e sessuali con il gruppo di pari, e si potrebbe andare avanti. Tutto questo sta dietro, (per le poche che ce la fanno subendo questi costi), alla ribalta dei premi, del palcoscenico, delle partecipazioni a gare e spettacoli in contesti internazionali.
Per aprire un dibattito pubblico sui modelli di riferimento in questi ambienti forse potrebbe essere utile la visione della recente serie tv in sei puntate Corpo libero, tratta dal romanzo omonimo di Ilaria Bernardini, disponibile su  Paramount+, nella quale si promette di raccontare la competizione, la paura del fallimento, la pressione fisica e mentale della disciplina sportiva unitamente alla pretesa di perfezione dei corpi delle giovanissime, gravati da una sfida impossibile da vincere, che non riguarda le avversarie, ma il proprio stesso corpo, e la vita che va avanti in esso, riassunta nella frase di Carla, la stella della squadra: “Abbiamo 15 anni, altri 4 anni e siamo finite”.
Nel suo Io sono emozione, un libro che madri e figlie dovrebbe leggere fianco a fianco, l’attivista, autrice teatrale e scrittrice Eve Ensler annota:” Le ragazze capiscono tutto. È il loro modo speciale di essere nel mondo. Sanno tutto dell’amore, sanno consolare chi ne ha bisogno, hanno una spiccata intelligenza emotiva e affettiva, sanno anche quali colori abbinare, ma non per civetteria, solo per un innato senso del gusto. Spesso invece chi le guarda, chi vive con loro, sa poco o quasi niente delle loro vite. I genitori, la società, la religione vogliono etichettarle, manipolarle, impedire che si esprimano liberamente. Le pretendono belle, perfette, magre, obbedienti, sante”.
Leggendo i resoconti che emergono dalle denunce delle ginnaste viene in mente un altro recente libro dal titolo assai significativo La maledizione della brava ragazza, della studiosa Rachel Simmons, da anni impegnata a segnalare i meccanismi di controllo del corpo sulle adolescenti in ogni ambito sociale. Scrive Simmons: ”Carina, educata, modesta, altruista. A dispetto di anni di battaglie e proclami per l’emancipazione femminile, il mito della brava ragazza non dà segni di debolezza. Anzi sopravvive e prolifica, spesso alimentato dall’educazione familiare, dalla scuola e in genere dalle aspettative sociali. Essere una brava ragazza, però, è un’impresa logorante. Troppo stretti i confini di un’identità imposta dalle convenzioni sociali. Troppo forte la pressione. Prima o poi si finisce per credere di non essere all’altezza, l’autostima crolla e la realizzazione personale diventa un’utopia”.
Per fare sport o danzare, magari anche per arrivare a risultati eccellenti, si deve accettare di subire vessazioni, o di fermare il corso dello sviluppo dei propri corpi?  Questa è una delle domande che il mondo adulto dovrebbe porsi, e in fretta.

CREDITI FOTO: Ciro Fusco/ANSA



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