Giochi senza frontiere

Afghanistan, agosto 2021. Una poesia inedita di Ennio Cavalli.

Ennio Cavalli

Se vivevamo dove un popolo (non tutti)
cercava un Duce (o più)
e stomaci forti, una lista di vittime
invenzioni da urlo come la ghigliottina
la roccaforte di Caino nel deserto
una Kabul di faide, sosia di Robespierre
che sfidano a morra l’Altissimo
il male trafugato come il corpo di un rais
il passepartout dell’ignoranza
il suffragio dei maschi
per tenere le donne a casa,
nel loro regno…
Se vivevamo lì, nella certezza delle mancanze,
in un oblio armato di papaveri,
c’era poco da scrivere poesie.
Cosa vuoi scrivere o dire?
Il cuore è un pennino spuntato
il fegato un grosso fermacarte.
Come adesso.
Nel sogno e nel delirio
ripartono i Giochi senza frontiere
più splatter di sempre,
fantozziani e disturbanti come i salti dalle Torri
di fagotti disperati, ascensori di se stessi.
Altro che indice puntato verso il cielo,
calamita, parafulmine, ricetrasmettitore!
Tocca scalare gli aereoplani
afferrarsi alla carlinga con lo sturalavandini
decollare dalle insidie
congedarsi goccia a goccia
dal rubinetto che perde
tornare polvere, granello per granello
precipitare, aquilotti di paglia
mentre gli ex liberatori filmano l’accaduto
lo mostrano ai figli, i figli ai padri,
gli stessi che non hanno permesso
alle comparse in ciabatte
di cuocere nel proprio brodo, una vita fa.

(credit foto EPA/STRINGER)



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