Giordano Bruno: quella statua che ancora fa tremare

La storia della statua di Giordano Bruno a Campo de' Fiori, un'iniziativa popolare che ha visto l'ostilità da parte della Chiesa.

Teresa Simeone

Passeggiando nel centro storico, a pochi minuti dal Pantheon, tra Piazza Navona e Piazza Farnese, si arriva in una delle piazze più frequentate e dinamiche di Roma, sede di un mercato rionale e luogo di incontro di studenti e giovani. Qui, dove oggi si vendono frutta e verdura e ci si incontra per un gelato o una chiacchierata, un tempo si eseguivano condanne a morte pubbliche come quella di Giordano Bruno che il 17 febbraio 1600, dopo anni di detenzione, prima a Venezia e poi a Roma, e torture indicibili, con una mordacchia che gli teneva chiusa la lingua per impedirgli di bestemmiare, ma anche negargli quell’unico misero conforto che gli sarebbe potuto venire dalla possibilità di urlare le sofferenze che stava patendo, apostata, eretico impenitente, “fu condotto in Campo di fiori e quivi spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo accompagnato sempre dalla nostra Compagnia cantando litanie e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinazione con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita”[1].

Allora era papa Clemente VIII Aldobrandini, il cui rigore e la cui spietatezza non avevano lasciato alcuno scampo né al nolano né a una giovane di appena ventidue anni, Beatrice Cenci, accusata di parricidio e decapitata sulla piazza di Ponte di fronte a Castel S. Angelo l’11 settembre 1599: due condanne esemplari che avrebbero dovuto testimoniare la vittoria della Controriforma.

In quella piazza, il 9 giugno 1889, veniva collocata la statua che Ettore Ferrari, mazziniano, repubblicano e poi antifascista, nonché massone – quando la massoneria non evocava ancora tristi tentativi eversivi dell’ordine democratico come accadrà un secolo dopo – aveva realizzato, in sostituzione della precedente (il cui bozzetto gli era stato bocciato), troppo diretta con quella mano levata in alto contro la Chiesa.

Il monumento che oggi campeggia in Campo de’ Fiori fu voluto e promosso da un comitato studentesco fin dal 1876, anno in cui la Sinistra storica andò al governo del Paese. L’iniziativa, supportata dall’impegno degli studenti che cercarono fondi e diffusero il progetto, raccolse le adesioni di grandi intellettuali dell’epoca come Giosuè Carducci, Ernest Renan, Ferdinand Gregorovius, Victor Hugo, Michail Bakunin, George Ibsen, Giovanni Bovio, Giosuè Carducci, Roberto Ardigò, Cesare Lombroso e Pasquale Villari e fu fortemente appoggiata da Francesco Crispi che nel 1887 invitò il comitato a procedere senza lasciarsi intimidire dalle polemiche che infuriavano. Una dura battaglia tra laici e confessionali, tra anticlericali che si opponevano al Sillabo e strenui difensori dell’autorità papale. Alla fine, nonostante i mille vincoli burocratici imposti anche dai consiglieri comunali filoclericali e le diverse strategie dispiegate, la statua poté essere inaugurata.

Nel clima arroventato, tra difensori del progetto e suoi oppositori, famosa rimase la vicenda di Leopoldo Torlonia, sindaco di Roma, che fu rimosso dal suo incarico: troppo aveva irritato Crispi l’ossequio smaccato della visita al cardinale vicario Parocchi per far arrivare a papa Leone XIII gli auguri per il suo giubileo.

Il pontefice minacciò di abbandonare Roma se la statua fosse stata scoperta al pubblico. La statua fu inaugurata ma lui rimase in Italia.

Nel basamento, di granito rosa, sono presenti otto medaglioni che raffigurano i martiri del libero pensiero: Jan Huss, John Wycliff, Michele Serveto, Aonio Paleario, Giulio Cesare Vanini, Pietro Ramo, Tommaso Campanella e Paolo Sarpi (quest’ultimo in sostituzione di Galileo, che aveva abiurato). Al fine di caricare la statua di un valore universale e non solo in funzione anticattolica, si inserì Michele Serveto, l’umanista eretico messo al rogo a Ginevra dai calvinisti. Nel medaglione di Vanini si può scorgere anche il volto miniaturizzato di Martin Lutero. Sul frontone, risalta la dedica di Giovanni Bovio: “A Bruno / il secolo da lui divinato / qui / dove il rogo arse”.

La statua rimane come documento plastico della difesa della libertà di pensiero, di una libertà che non si arrende di fronte alla paura della morte e di una morte terribile: se Bruno si fosse sottomesso avrebbe avuto salva la vita. Al cardinale Bellarmino interessava più l’abiura della condanna, ma Bruno non si piegò. E la statua, rivolta verso la basilica di San Pietro in Vaticano, a rafforzare lo spirito di ribellione contro chi l’aveva voluto tacitare senza, tuttavia, riuscire a spegnerne lo spirito, sta a testimoniare nel tempo questa tenacia.

Con l’inaugurazione della statua, cui accorse una folla di delegazioni e associazioni da ogni parte d’Italia – si parla di un corteo di 20.000 persone – vinse l’Italia laica e liberale, contro quella confessionale e reazionaria. Quando anni dopo Pio XI ne chiese la rimozione, Mussolini non se la sentì di cancellare ciò che significava, sconfessando un personaggio significativo e amato e rinfocolando così le proteste. La statua rimase al suo posto e lì continua a indicare che, contro i facili compromessi e le umilianti sottomissioni, un’altra strada è possibile, sia pure solo da pochi percorribile.

[1] Registro dell’Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato

 

Foto Flickr | oli xilo



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Teresa Simeone

La Resistenza non va consegnata al passato ma deve rivivere in quest'epoca di diritti sotto attacco.

La violenza delle forze dell’ordine a Pisa e Firenze a danno dei giovani manifestanti in solidarietà al popolo palestinese ha indignato il Paese.

Meloni ha chiesto perdono alle vittime delle foibe per il silenzio calato sulla vicenda. Ma non per le responsabilità politiche storiche.

Altri articoli di Blog

Caso Toti: la tutela dell’autonomia della magistratura, e le intercettazioni sono fondamentali per la qualità della nostra democrazia.

In "La polis siamo noi. Un’altra politica è possibile", un gruppo di adolescenti si è confrontato sulla democrazia in un luogo femminista.

“Non rinnegare, non restaurare”: rimanere fascisti adeguandosi ai tempi che corrono. Il mantra dell’azione politica di Giorgia Meloni.