Giorgia Meloni, la leader lepenista che al governo diventa thatcheriana. “Lo Stato non genera lavoro”.

Per Giorgia Meloni ieri la conferenza stampa è stata una sorta di confessione del suo manifesto politico e dei suoi valori. “Tutti di destra” perché se non fosse così “non potrei essere fiera di quello che faccio”, e di una destra che combina due tendenze: quella lepenista e quella thatcheriana.

Federica D'Alessio

Con una innegabile generosità e anche una molto ben dosata punta di compiacimento e autocelebrazione del suo traguardo personale, Giorgia Meloni in veste di Presidente del Consiglio dei ministri si è offerta ieri a una maratona con i giornalisti – “Telethon!” ha scherzato a un certo punto lei stessa sottovoce – durata circa tre ore in cui 45 domande poste da testate nazionali e internazionali sorteggiate dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti non hanno ottenuto neanche per un attimo di metterla in difficoltà nell’offrire le sue risposte. L’atmosfera fra i giornalisti forse non sarà stata di adorazione dell’Autorità come nei confronti del predecessore Mario Draghi – al rapporto con il quale è stata dedicato una significativo passaggio su cui torneremo in seguito – ma certo, questo si può dire, l’acquiescenza e una certa forma di riverenza nei confronti del potere hanno rappresentato la cifra predominante fra i colleghi intervenuti.
Gli argomenti su cui la Presidente del Consiglio ha potuto spaziare liberamente senza che nessuno la mettesse in difficoltà sono stati infatti molti. Ieri la conferenza stampa è stata di fatto, per chi ha avuto il tempo di ascoltarla integralmente, una sorta di confessione del suo manifesto politico e dei valori. “Tutti di destra” perché se non fosse così “non potrei essere fiera di quello che faccio”, e di una destra che combina, come si è reso chiaro da numerose risposte, due tendenze, entrambe rappresentate da leadership femminili europee che l’hanno storicamente preceduta: quella lepeniana, che vede un ancoraggio fortissimo alla tradizione nazionalista di destra – l’utilizzo a profusione del termine “nazione” al posto di Paese non è che il punto di caduta linguistico di un atteggiamento concettuale molto chiaramente espresso in tutta la sua retorica – e quella, meno scontata ma sempre più evidente, thatcheriana, che vede altrettanto forte e in realtà nei fatti preminente la collocazione ultraliberista, oltre che atlantista, della sua visione di governo.
Con alcune enormità che ieri la Presidente si è lasciata scappare e che rappresentano a parere di chi scrive il reale fulcro di ciò che segnerà la sua politica di governo nei prossimi anni. In ossequio alla sua visione dell’economia come innanzitutto il dovere di promuovere la creazione di ricchezza –  “non disturbare chi crea ricchezza” – Meloni ieri ha difeso la sua legge di bilancio innanzitutto come una legge che ancora il lavoro all’impresa, dunque la creazione di lavoro al profitto. “Lo Stato non genera lavoro” ha detto a un certo punto con la sua solita perentorietà. MicroMega non era stata sorteggiata per porre domande e alla fine della lunga maratona non c’era spazio né l’energia per un fuori programma. Ma se avessimo potuto avremmo chiesto conto – e lo facciamo ora – alla Presidente del Consiglio delle basi di un’affermazione tanto perentoria e delle conseguenze programmatiche, ma anche concrete, della stessa. Il settore pubblico non soltanto impiega milioni di lavoratori in questo Paese – circa 3,5 milioni di lavoratori – ma è il settore che genera tutto il lavoro attraverso il quale sono garantiti ai cittadini i loro diritti fondamentali. Dalla salute all’istruzione, all’espletazione di ogni funzione di cittadinanza che rende possibile la vita quotidiana della società. Come si fa a dire che lo Stato non genera lavoro? Persino il PNRR è un propulsore per la generazione di lavoro pubblico, senza il quale la iper-proclamata “messa a terra” sarà pressoché impossibile. Ma anche: se lo Stato non genera lavoro, cosa devono aspettarsi gli insegnanti, i medici, gli infermieri, i magistrati, gli impiegati amministrativi e tutto il personale del settore pubblico nei prossimi anni? Che la loro professionalità sarà tutta spostata verso l’impresa privata e lo Stato diventerà soltanto una gamba per gli interessi delle aziende? O che ciò che oggi è Stato diventerà qualcos’altro, magari Regioni in ossequio all’autonomia differenziata che disgrega l’unità della Repubblica e sulla quale pure ieri ci si sarebbe aspettati qualcuno ponesse almeno una domanda?
Il lavoro che non genera profitto privato nella visione di Meloni, evidentemente, non è lavoro; di fatto è questo il leit motiv fortemente thatcheriano con il quale vanno prese in considerazione molte altre risposte che ha fornito durante la Conferenza stampa relative all’affaire con Intel, all’automotive, al PNRR, alla tassazione degli autonomi, a TIM.
“Non disturbare chi crea ricchezza” è per lei la ricetta “dell’ottimismo”, il suo programma: rendere l’Italia un Paese “fiero” e “ottimista” laddove l’ottimismo è la decisione di un commerciante di non chiudere più il suo negozio, mentre la fierezza è l’orgoglio patriottico di un’Italia “che tutti all’estero stimano” e che si propone addirittura come “capofila di un nuovo approccio verso l’Africa” concertato con i “patrioti africani” – come da tradizione rossobruna – affinché prima del diritto di migrare venga riconosciuto quello “a non migrare” e si creino nuovi rapporti con i Paesi africani improntati non alla predazione ma alla reciprocità. “C’è bisogno di un Piano Mattei per l’Africa” ha ribadito anche ieri come già detto in precedenza, facendo uso di una capacità di mistificazione affinata con l’esperienza decennale: “fare come ENI che ovunque è andata ha sempre lasciato qualcosa e non ha preso qualcosa” è una formula furbesca per non specificare cosa ha lasciato ENI ovunque sia andata, in termini di inquinamento del territorio se non altro, e che l’ENI di cui i Paesi africani hanno avuto modo di fare esperienza in questi decenni non è certo quella di Mattei, semmai è quella di Mattei morto.
In più di una circostanza, e riguardo a più di un tema, Meloni ha sfoderato ieri una capacità ammirevole – perché rappresenta un’abilità politica – di non dire, dando sempre però l’impressione di dire; con sicurezza e con mestiere, perché non si tratta certo di un’improvvisata della politica, e la sua arringa a difesa della storia del Movimento Sociale Italiano rivela ciò che la caratterizza e la rende molto più forte – e per gli avversari, molto più dura da battere – rispetto a un Matteo Salvini. Laddove la Lega è quel partito che in pochi anni ha disperso la sua identità passando dall’essere un partito nordista a uno nazionale perdendo tutto o quasi il richiamo che aveva verso i suoi elettori,  la cifra dell’identità politica missina per Meloni non si baratta facilmente. “Il MSI ha avuto un ruolo importante nella storia della Repubblica, è un partito della destra democratica e repubblicana. Ha traghettato verso la democrazia gli sconfitti della guerra e ha avuto un ruolo nel combattere violenza politica e terrorismo” ha affermato ricordando la frase di Almirante: “doppia pena di morte per i terroristi di destra”. Ancora, un modo incredibilmente furbo quello di Meloni di riqualificare un’affermazione aberrante facendola passare come densa di valori: perché “doppia pena di morte” significa che per altri è prevista quella singola, e che va bene così.

Su questo terreno, grazie a un’opposizione di sinistra imbelle quanto mai e particolarmente sul terreno culturale, la conferenza stampa di ieri ha segnato la certezza che il governo di Meloni si muove nella prospettiva dell’affermazione non solo e non tanto di un’esperienza politica di Governo quanto di un’egemonia culturale di partito. Come donna di Governo Giorgia Meloni si muove orgogliosa nel solco di Mario Draghi e ieri ha detto in modo chiarissimo che confrontarsi con la figura di Draghi per lei è un onore e una grande sfida personale; ma la sua forza e la sua cifra sta nel fatto che Giorgia Meloni è innanzitutto una donna di partito e di corrente, una donna che ha del potere una visione funzionale al trionfo di una concezione del mondo. Nel XXI secolo il suo patriottismo nazionalista e dunque sciovinista – la lode del popolo ucraino mentre con garbo rispondeva alla giornalista dell’agenzia russa Tass va tutta nel senso dell’ammirazione sciovinista verso la resistenza guidata da Zelenskyi, che forgia l’identità di una nazione – perfettamente inserito nella filosofia economica neoliberista a trazione anglosassone, che identifica il bene delle società nella creazione di ricchezza tramite il trionfo dell’impresa privata e ritiene il lavoro una funzione del profitto, lo Stato una funzione del Capitale. Anche su questo non c’è alcuna presa di distanza né tradimento rispetto alla sua provenienza politica, al contrario: la funzione storica dello Stato fascista, un secolo fa, fu sostanzialmente la stessa e la visione che accompagnò Mussolini nel suo ventennio anche. Questo non significa affatto che ci aspetta un nuovo fascismo. Ci aspetta qualcosa di più sinistro e più difficile da decifrare: una nuova forma di esercizio del potere, ancorata al passato ma adeguata ai tempi odierni,  da parte degli stessi che nel secolo scorso scelsero di appoggiare il fascismo.

CREDITI FOTO: © MicroMega



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