“Dalla società dell’abbondanza per pochi alla società dell’abbastanza per tutti”

Intervista a Marino Ruzzenenti, autore di "Giorgio Nebbia. Precursore della decrescita. L’ecologia comanda l’economia".

Roberto Rosano

Marino Ruzzenenti è noto come docente e storico dell’ambiente ed anche per il suo lungo impegno in ambito politico e sociale nel Gruppo democratico universitario, in Avanguardia proletaria maoista, nel Movimento studentesco della Statale di Milano e, dal ’71 al ’91, nel PCI. Nel ’91, l’incontro con Giorgio Nebbia, la conversione all’ecologia e alla tutela dell’ambiente, cui si dedicherà sia come militante che come ricercatore. Discutiamo con lui del suo ultimo libro, Giorgio Nebbia. Precursore della decrescita. L’ecologia comanda l’economia (Jaca Book, Milano, 2022), in cui ricostruisce il contributo offerto dal grande chimico, merceologo e militante ambientalista, al dibattito sui limiti dello sviluppo.

Professor Ruzzenenti, in cosa consiste l’attualità scomoda di Giorgio Nebbia?

Da più di trent’anni inseguiamo l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile senza alcun risultato, anzi aggravando sempre più la crisi ecologica. Abbiamo coltivato l’illusione che l’economia potesse farsi carico della salvaguardia dell’ambiente. Nebbia, da chimico e merceologo prestato alla  Facoltà di economia dell’Università di Bari, già oltre mezzo secolo fa aveva compreso che l’economia  non è in grado di confrontarsi con le ragioni dell’ecologia, perché fondata sul calcolo monetario, ovvero su una convenzione del tutto astratta, che prescinde dalla realtà materiale del processo economico: questo, come spiegava Nebbia, è un flusso di materia e di energia prelevate dalla natura e in gran parte poi restituite alla stessa, ma in forma degradata e dannosa per i cicli naturali.

Dunque, se non si studiano dal punto di vista qualitativo e quantitativo i processi reali dell’economia umana, con i metodi di calcolo propri degli ecologi, non se ne viene a capo …

L’economia governata dal calcolo monetario rimane cieca rispetto a quanto avviene nel rapporto tra produzione e “consumo” umani da un canto e ambiente e natura dall’altro. Nebbia ha impiegato trent’anni di ricerca per regalarci alla fine nel 2002 il calcolo del Prodotto interno materiale lordo dell’Italia nell’anno 2000. Ovvero l’unico strumento concreto che può far sì che i vincoli ecologici comandino davvero sull’economia, riducendo a zero le tante vuote chiacchiere su sviluppo sostenibile, green economy…Si tratta di una sorta di rivoluzione copernicana, tanto attuale per una vera transizione ecologica, quanto scomoda per il sistema economico dominante. E forse, proprio per questo, pressoché ignorata.

Lei è d’accordo con Serge Latouche: è impossibile una quadratura del cerchio tra sviluppo e benessere dei popoli?

Convengo con Latouche che è possibile un mondo i cui tutti i popoli possano vivere dignitosamente, se – e qui uso un’espressione cara a Nebbia – dalla società dell’abbondanza per pochi ci convertiamo alla società dell’abbastanza per tutti. E aggiungo un’annotazione oggi doverosa: questo orizzonte, straordinariamente impegnativo, è anche l’unico che possa garantire un futuro di pace per l‘umanità.

Il professor Giancarlo Colò (Ca’ Foscari di Venezia) sostiene il fallimento delle previsioni di Malthus: si aspettava la riduzione del valore pro-capite delle merci, siamo arrivati alle eccedenze alimentari grazie all’innovazione in campo agricolo. Che ne pensa?

Viene evocato qui un dibattito infinito, tante volte ripreso nel secolo scorso, anche da Nebbia. È vero che è aumentata la produttività agricola, in particolare grazie all’invenzione, circa cent’anni fa, della tecnologia capace di sintetizzare l’azoto atmosferico e offrire fertilizzanti sintetici a base di nitrati in quantità smisurata. Ma questa ed altre innovazioni della moderna agro-industria dipendono dalla disponibilità di fonti fossili, destinate ad esaurirsi. Insomma, prima o poi torneremo a fare i conti con Malthus e, se non saremo preparati, saranno guai seri.

Quali sono le trappole più importanti in cui l’umanità è caduta nella sua corsa al progresso? 

La trappola più importante è quella dei combustibili fossili che, con l’attuale civiltà termo-industriale, ci ha convinti di poter alimentare un’economia in continua ed illimitata crescita, in un pianeta di per sé finito. Una sorta di potente droga dalla cui dipendenza è molto complicato liberarsi.

Che effetto le fa oggi rileggere “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma?

Riprendere in mano questo testo mi evoca il ricordo del discorso di Enrico Berlinguer il 15 gennaio 1977, all’Eliseo di Roma, cui mi capitò di assistere. In esso prefigurava l’austerità “giusta”, come via necessaria per ridurre le disuguaglianze tra i popoli. Questo mi spinse a leggere per la prima volta il testo del Club di Roma al quale il leader comunista si ispirava.  Convengo con il principale autore di quel testo “epocale”, Dennis Meadows, che in un’intervista rilasciata recentemente e da noi pubblicata su “Altronovecento” concludeva: “Le nostre previsioni si sono rivelate abbastanza accurate rispetto all’evoluzione degli ultimi 50 anni … Ad oggi, non ho osservato nulla che mi induca a pensare che le conclusioni di base del nostro studio siano errate”.

Lei ha parlato di “violenza delle merci”. È solo un’iperbole?

È un’espressione anche questa cara a Nebbia. Si tratta di una provocazione, necessaria a veicolare un messaggio profondamente vero, scientificamente incontestabile. A noi che amiamo circondarci di prodotti green ad impatto zero, Nebbia spiegava, implacabile, quanta materia ed energia prelevata alla natura era incorporata, in ogni merce, quante emissioni inquinanti comportava la sua produzione, il suo uso e la sua riduzione a “rifiuto” restituito alla natura.

Nessuna merce si salva?

Nessuna, siamo costretti a scegliere tra merci con maggiore o minore impatto, per questo tutte le merci sono violente e dobbiamo, come diceva Nebbia già mezzo secolo fa, coltivare la virtù della continenza, pensare ad un “desviluppo”, innanzitutto noi dell’Occidente ricco. E se le merci sono in generale violente, ve ne sono alcune, in particolare, che sono “oscene”, le armi distruttive di vite umane e dell’ambiente.

Dopo quasi trent’anni di amicizia con Giorgio Nebbia, cosa le è rimasto? Quali insegnamenti, quali sentimenti? 

All’amicizia con Giorgio Nebbia devo quel poco che sono riuscito a combinare come studioso, ricercatore, militante ambientalista nella seconda parte della mia vita. In particolare Nebbia mi ha insegnato, con il suo esempio, a ricercare in profondità e con spirito libero, consapevole che la scienza e la tecnica non sono di per sé cosa buona e giusta, anzi, a volte, invece di curasi del bene comune, si dimostrano troppo asservite al potere. Un insegnamento, quello di Nebbia, cui mi piacerebbe le nuove generazioni sensibili all’ambiente potessero avvicinarsi.

Cosa scoprirebbero rileggendolo?

Scoprirebbero che mezzo secolo fa il pensiero ecologico aveva chiarito, molto più di quanto si va dicendo oggi, la gravità e complessità della crisi ambientale e ciò che andava fatto per porvi rimedio.

Lei non ha l’impressione che l’attenzione sulla crisi ecologica sia andata svigorendosi nell’ultimo anno?

Mi permetto di risponderle di sì, anche perché, forse per il giusto slittamento dell’attenzione verso la tragedia della guerra, la crisi ecologica corre il rischio di essere derubricata a crisi climatica e ridotta a politiche di adattamento e di mitigazione, come le propagandate iniziative di piantare milioni di alberi. In sé buona cosa, ma certo non risolutiva.  Se non vogliamo perdere anche questa opportunità di affrontare finalmente alla radice la crisi ecologica, rileggere Nebbia può essere, paradossalmente, di bruciante attualità.

 

Foto Canva | wildpixel 



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