I paradossi della ricchezza

Si è spento ieri a Roma Giorgio Ruffolo, economista, politico, cofondatore di MicroMega nel 1986. Lo ricordiamo ripubblicando uno dei suoi saggi, uscito sul numero 5/94, nel quale con grande lungimiranza analizzava le contraddizioni del capitalismo e con spirito pragmatico avanzava delle proposte concrete che sono ancora oggi di grandissima attualità.

Giorgio Ruffolo

La disoccupazione di massa non può essere accettata da una società del benessere degna di questo nome.
Come riallocare la spesa nazionale orientandola verso la spesa sociale. Per un ‘mercato regolato’.

1. Nelle economie ricche di questa fine secolo, il paradosso della ricchezza, segnalato da tanti economisti – basti citare i nomi di Keynes e di Galbraith — e divenuto palese e intollerabile. Allo sviluppo economico si accompagna una massiccia disoccu­pazione e un crescente malessere sociale. Né le diagnosi né i rimedi finora proposti per affrontare questo paradosso possono essere considerati soddisfacenti. Quanto alla disoccupazione, in particolare, è opportuno premettere una di­stinzione fondamentale, quasi sempre trascurata (fa eccezione il saggio di A. Boitani su Politico ed Economia del gennaio-febbraio 1994) fra politiche di gestione della disoccupazione e politiche di sviluppo dell’occupazione.

La maggior parte degli sforzi compiuti dai governi europei, in questi ultimi anni, e stata rivolta molto più verso le prime che verso le altre. Rassegnati ormai alla riemergenza di una disoccu­pazione di massa come ad una variabile esogena della politica e­conomica, quei governi si sono ingegnati a mitigarne, compensar­ne, ritardarne, ammortizzarne gli effetti: indennizzando i disoc­cupati, ritardando l’ingresso sul mercato del lavoro, accelerando l’uscita, sussidiando lavori utili. (e più spesso inutili): insomma, cucendo e rattoppando, qua e là. Misure di questo tipo sono, tal­volta, opportune, o comunque inevitabili. Ma non hanno niente a the fare con il problema centrale: che è quello di ricostruire con­dizioni generali c strutturali perché il processo dinamico dell’eco­nomia assicuri permanentemente condizioni di piena occupazione (cioè, di disoccupazione frizionale e involontaria).

Vi sono tre tipi di interpretazione della disoccupazione (semplifi­cando al massimo) cui corrispondono tre strategie di politica eco­nomica:

a) la lezione keynesiana, che spiega la disoccupazione attraverso una tendenza strutturale del capitalismo al sovra-risparmio e al sotto-investimento e affida allo Stato i1 compito di garantire un li­vello di domanda di piena occupazione, soprattutto attraverso il finanziamento, se necessario in deficit, dell’investimento pubblico;

b) la lezione neoclassica, che spiega la disoccupazione con la rigidità delle retribuzioni, causata da insane politiche di protezione sociale attuate dallo Stato e dai sindacati operai;

c) la lezione che possiamo chiamare «sindacale», che considera la disoccupazione come risultato di una sproporzione, non tra salari e produttività, ma tra l’aumento della produttività e la rigidità del tempo di lavoro. E che, di conseguenza, propone la riduzione dei tempi di lavoro.

È evidente che ognuna delle tre interpretazioni può fornirci delle utili indicazioni. Rigidità della domanda, rigidità dei costi di la­voro, rigidità dei tempi di lavoro rappresentano aspetti importan­ti e complementari di uno stesso problema. Tuttavia, nessuna di esse riesce a dare una esauriente spiegazione al paradosso della disoccupazione; e, principalmente, le politiche proposte si rivelano ampiamente inattuabili o inefficienti.

In primo luogo, si dimostra inattuabile una politica keynesiana classica di promozione pubblica della domanda; non soltanto per-ché la crisi fiscale dello Stato la rende impensabile, ma anche perché con i nuovi sempre più elevati rapporti tra sviluppo e occupazione, il livello della domanda di piena occupazione cor­risponde a dei tassi di sviluppo incompatibili con la stabilità dei prezzi esteri e dei cambi (la formula keynesiana era indirizzata ad una economia sostanzialmente chiusa).

Altrettanto inattuabile a una politica di flessibilità dei salari spin­ta oltre una opportuna azione di lubrificazione del mercato del lavoro. Se si tratta non di migliorare l’efficienza del mercato del lavoro, ma di «comprare» occupazione attraverso la riduzione dei salari, occorre istituire dei mercati di lavoro non protetti. D’altra parte, come il più recente rapporto dell’Ocse riconosce: spingere troppo oltre lo smantellamento della protezione sociale condur­rebbe al formarsi di una underclass di cripto-disoccupati.

È la scoperta dell’America!

In ultimo, parimenti inattuabile e una politica di riduzione della durata del lavoro che non miri soltanto — cosa per altro del tutto ragionevole — ad una maggiore duttilità, libertà e differenziazione dei tempi di lavoro in modo da accrescerne al massimo l’utilità so­ciale, ma che pretenda anche di creare occupazione massiccia­mente e rapidamente di nuovi posti di lavoro. Se a tale strategia si accompagna una corrispondente riduzione dei salari, si ottiene non la creazione di nuovi posti di lavoro, ma la ridistribuzione dei costi della non-occupazione. Invece, se i salari non vengono toccati, si ha come risultato una situazione di inflazione indotta determinata dai costi: con tutte le conseguenze economiche connesse.

2. In pratica, quindi, nessuna delle tre grandi strategie classiche sembra pater offrire gli strumenti necessari a eliminare il paradosso della disoccupazione nei paesi ricchi. Ciò non significa che 143 esse non rappresentino elementi importanti di una politica più generale. E tuttavia nostra opinione che, anche se integrate, queste strate­gie non offrano una soluzione soddisfacente E che un approccio efficace debba puntare soprattutto su due tipi di strategie innova­tive. La prima riguarda la riallocazione del prelievo fiscale. La seconda riguarda lo sviluppo del settore sociale.

Una caratteristica paradossale dell’attuale assetto delle economie industriali avanzate è costituita dalla irrazionale allocazione del carico fiscale. Esso grava molto più pesantemente sul fattore sot­toutilizzato (il lavoro) e molto memo sui fattori «sovrautilizzati» (risorse naturali ed energetiche, risorse ambientali). Questo a­spetto a posto chiaramente in rilievo dal Libra Bianco Delors: ma solo per enunciarlo, senza ricavarne indicazioni e raccomandazio­ni «forti» ed operative.

Occorre invece promuove.re una riforma fiscale «neutrale» rispet­to al livello del prelievo totale, che realizzi una più alta tassazione delle risorse scarse (energia, spazio eccetera) e una corrisponden­te detassazione dell’uso della risorsa sottoccupata (lavoro), attra­verso una riduzione degli oneri fiscali e contributive. Un esempio di questo tipo e offerto dalla proposta, avanzata due anti fa dalla Commissione di Bruxelles, di introdurre nell’Unione una tassa suite emissioni di CO2, compensata da forme, non spe­cificate, di detassazione in altri settori. L’insabbiamento di quella proposta a un indice significativo delle fortissime resistenze che essa incontra net mercato capitalistico, orientate da una logica di breve periodo.

È evidente che una riallocazione non marginate del carico fiscale può contribuire in misura rilevante a una razionalizzazione delle economie capitalistiche verso modelli di produzione orientati ver­so il pieno impiego del lavoro e verso un uso più sobrio ed effi­ciente delle risorse naturali e ambientali. È altrettanto evidente che una strategia di questo tipo comporta una visione assai più lungimirante di quella nella quale si colloca, attualmente, la poli­tica economica dei paesi cosiddetti «avanzati». Essa comporta inoltre un’ottica e un campo di applicazione «sovranazionale»,: non essendo probabile che in Europa, ad esempio, i singoli paesi siano disposti a introdurre riforme che, almeno nel breve periodo, alterino le loro condizioni competitive rispetto ai paesi più diret­tamente concorrenti.

3. Per quanto riguarda il malessere sociale, la povertà pubblica nell’opulenza privata, è nota l’analisi, considerata ormai classica
di J.K. Galbraith. Secondo Galbraith, il fenomeno della povertà sociale sarebbe dovuto alla pressione esercitata dalle tecnostrut­ture (le grandi imprese manageriali) sulla domanda dei privati, attraverso la creazione sistematica di bisogni sempre più specifici, che «imprigionano» le spese nel settore del consumo privato, la­sciando ai margini i grandi bisogni sociali e culturali. Si tratta di una interpretazione che di sicuro tocca uno degli aspetti della realtà. Tuttavia, neanche essa e sufficiente, da sola, a spiegare l’e­norme sproporzione (la frattura) creatasi nelle nostre economie tra beni «privati» e beni «pubblici».

In tempi molto recenti (1993) un’analisi, a mio parere, più rigo­rosa e più convincente e stata condotta da William Baumol nel saggio Social Wants and Dismail Science: The Curious Case of the Climbing Costs of Health and Teaching, incluso in un volume di prossima pubblicazione. William Baumol — sintetizzo per grandi linee e in modo alquanto approssimativo il suo pensiero — divide l’economia in due settori: il settore a forte aumento della produttività che corrisponde, grosso modo ai beni e — in misura sempre maggiore — ai servizi del mercato; e il settore a produttività stagnante o ad aumento molto debole, che corrisponde, grosso modo, ai grandi servizi pubblici: sanità, scuola eccetera.

È evidente che, in un’economia basata sul mercato, lo sviluppo del settore sociale (chiamiamolo così) è frenato dall’aumento dei suoi costi di produzione. Primo: non è possibile aumentarne la produttività oltre margini di razionalizzazione. Secondo: un’operazione di questo tipo non è neppure auspicabile — come si potrebbe immaginare di ridurre tempi di esecuzione di un quartetto di Mozart o di un’operazione chirurgica? Terzo: data the non è possibile riportare orchestrali o chirurghi a remunerazioni preindustriali, i costi del settore sociale continuano ad aumentare. Non si tratta quindi di un problema galbraithiano di domanda: si tratta di un problema di costi, che spiega la povertà sociale nell’opulenza privata. Non solo: poiché, come abbiamo vista, il settore privato non offre prospettive di aumento massiccio dell’occupazione (ne attraverso la domanda ne attraverso i costi) e poiché il settore sociale a debole incremento di produttività e l’unico che offra possibilità oc­cupazionali grosso modo proporzionali al suo sviluppo, il blocco alla sua espansione costituisce anche un blocco all’espansione dell’occupazione.

4. La tesi di Baumol e semplice. Perché l’occupazione e la qualità della vita possano evolvere allo stesso ritmo della produttività (cioè perché una società ricca sia anche una società del benessere e della piena occupazione in cui il vergognoso paradosso sia eliminato) occorre un travaso delle risorse (degli input) dal settore privato al 147 settore sociale e in particolare occorre che la quota della spesa sociale sul prodotto nazionale aumenti allo stesso ritmo della produttività nel settore privato. In realtà le cose vanno altrimenti: quasi ovunque la quota della spesa sociale sul Pnl rimane invariata. È più che evidente che tale travaso lascerebbe all’espansione del settore privato un margine che gli consenta di svilupparsi, ma con minore celerità: il che significa, insieme, una minore pressione sull’ambiente e una minore congestione dello spazio e del tempo.

E la stessa logica espressa dalla famosa legge di Engel: man mano che aumenta il reddito aumenta corrispondentemente la quota spesa per soddisfare necessità non alimentari (e non elementari). Questa tesi che può essere giudicata scandalosa soltanto dal fon­damentalismo liberista. Essa è totalmente nella linea del pensiero di Smith o di Stuart Mill. Non si scontra con la logica (anzi, al contrario!) bensì con la pratica: cioè con le difficolta istituzionali del travaso. Nelle attuali condizioni istituzionali, il travaso può essere infatti realizzato solamente attraverso il circuito pubblico: cioè, da un lato, attraverso il prelievo fiscale obbligatorio, dall’altro, attraver­so la gestione pubblica, o addirittura statale dei servizi sociali.

Ora è assolutamente evidente the tale circuito è bloccato dalla crisi fiscale e dalla crisi politica dello Stato. Lo Stato come per­cettore e come gestore delle risorse economiche ha toccato quasi ovunque, quanto meno nei paesi dell’Europa occidentale, i limiti di sostenibilità. Un aumento della pressione fiscale, come pure un allargamento della gestione pubblica sono divenuti assolutamente inattuabili.

5. Si possono concepire altri modi, alternativi, per realizzare questo travaso, senza compromettere la logica essenziale inerente ad un’economia di mercato: non attraverso to Stato, ma attraver­so l’apertura di un nuovo «spazio» economico e sociale.Questo spazio economico-sociale può essere considerato sotto tre aspetti: delle attività che vi possono essere comprese; delle forme istituzionali entro le quali può essere organizzato; del modello e­conomico-finanziario che può assicurare il suo funzionamento.

Quanto al primo aspetto, distinguerei due grandi tipi o campi di attività: i servizi generali e i servizi differenziati. Per i servizi generali intendo le grandi reti dei servizi sociali (la previdenza, la sanità, la scuola) che costituiscono il nucleo forte del Welfare State. Sono organizzati su base nazionale, sono gestiti in misura nettamente prevalente dello Stato, in condizioni di «monopolio». Per servizi differenziati intendo quelli the rispondono a bisogni specifici, di tipo territoriale (protezione ambientale, protezione del patrimonio artistico, sicurezza urbana, benessere urbano — verde, spazi culturali eccetera) o personale (assistenza alle fami­glie, agli handicappati, ai drogati, agli emarginati eccetera). Il basso livello di prestazione, le lacune e la disorganizzazione di questi servizi costituiscono fattori tra i più gravi dei disagi socia­le nelle società.

Quanto alle forme istituzionali. La gestione dei servizi generali, prevalentemente statale, e affidata a enti amministrativi di eroga­zione finanziati attraverso il prelievo fiscale obbligatorio (po­ste, tasse, contributi). Le forme privatistiche e mercatistiche sono marginali e integrative. La gestione dei servizi differenziati e or­ganizzata (o disorganizzata) nelle forme più varie amministrati­va e locale, mercatistica, «volontaristica».

Quanto infine al modello economico-finanziario. I servizi nazio­nali sono finanziati in larga misura dalla spesa pubblica. Gli altri, in forme miste e insufficienti, dalla spesa pubblica, da quella pri­vata e dalle contribuzioni volontarie, in moneta o in prestazioni dirette. L’obiettivo enunciato, di riallocare la spesa nazionale orientandola verso la spesa sociale, senza appesantire la pressione fiscale e senza estendere la gestione statale burocratica, comporta una profon­da ristrutturazione del modello istituzionale e di quello economico dei servizi sociali nazionali e dei servizi sociali differenziati.

Quanto ai priori, si può concepire un modello di mercato regola­to, nel quale un’Autorità dotata di larga autonomia operativa, assicuri e sanzioni l’osservanza di regole di equità, di non esclu­sione e di trasparenza; l’offerta di prestazioni sia fornita da im­prese (pubbliche, private, cooperative o miste e loro consorzi) o­peranti sulla base della concessione dello Stato, in regime di con­correnza); e la domanda sia espressa dagli utenti o da loro asso­ciazioni in forma diretta o attraverso convenzioni assicurative. Lo Stato sussidierebbe le imprese concessionarie per la parte dei co­sti non remunerabili, attraverso contributi alla gestione; e sussi­dierebbe gli utenti, in misura variabile secondo il livello del red­dito, attraverso la defiscalizzazione delle loro spese sociali.

Quanto ai servizi differenziati, si tratta anzitutto di fare emergere una domanda che è oggi trascurata a repressa. A tale scopo dovrebbe essere promossa una ricerca sistematica che, sulla base di indicatori specifici, definisse, per ciascuna zona del territorio, l’a­tea dei bisogni sociali minimi da coprire, le risorse da destinare, e, conseguentemente, gli standard minimi delle prestazioni. Una volta determinate attraverso questo «censimento» le aree, la portata e la qualità dell’intervento, dovrebbe essere promosso e organizzato, per ciascuna area, anche in questo caso, un «mercato regolato» da norme, e promosso, quanto alla offerta, dal contributo statale e, quanto alla domanda, dalla defiscalizzazione delle spese private. Oltre che dalle imprese, l’offerta dovrebbe essere assicurata in larga misura dalle associazioni del volontariato sociale, cui lo Stato e le collettività locali dovrebbero mettere a disposizione spazi, attrezzature tecniche e informatiche, strutture e servizi di educazione, formazione, addestramento.

Queste tipologie non dovrebbero però costituire modelli istituzio­nali ed economici rigidi, ma forme flessibili e adattabili ai diversi casi, secondo la natura delle attività, i luoghi, le tradizioni. Modelli istituzionali ed economici ammettono infatti un ampio spazio di combinazioni possibili tra i loro elementi costitutivi: norme di re­golazione, forma del mercato, incentivi finanziari e fiscali eccetera. Il sistema sarebbe, in conclusione, finanziato, in parte, dallo Stato, attraverso i sussidi alle imprese e la defiscalizzazione della spesa privata, e in parte dai cittadini. La spesa di questi ultimi sarebbe incoraggiata, oltre che attraverso la defiscalizzazione, dalla promozione. dei produttori in regime di concorrenza. Lo Stato rinuncerebbe a gestire in condizioni di monopolio alcuni grandi servizi pubblici, per gestirli in regime di concorrenza. Le collettività locali, e gli stessi consumatori, verrebbero incoraggiati ad entrare nel mercato, in forme nuove di associazione, in coope­razione e/o in competizione con le imprese capitaliste.

La spesa privata, stimolata dalla defiscalizzazione e da un’offerta concorrenziale, si orienterebbe spontaneamente verso i nuovi mercati; mentre il travaso della spesa privata verso settori sociali aprirebbe la frontiera bloccata dell’occupazione consentendo di ripristinare concretarmene l’impegno fondamentale di una vera società del benessere: la piena occupazione. II tutto implica, sia chiaro, enormi problemi di ristrutturazio­ne, di amministrazione e di educazione; problemi, tuttavia, che non sono insormontabili. I1 fatto realmente insostenibile all’attua­le impasse rappresentato dal paradosso della povertà (disoccupa­zione, sotto-occupazione, malessere sociale) nella ricchezza. Gli ostacoli più forti all’apertura di un nuovo spazio economico misto (privato/sociale) consistono nella persistenza di idee preconcette e di pregiudizi ideologici, nell’incapacità di pensare in modo nuovo, a destra come a sinistra. Occorre se si vuole uscire dal duplice impasse dei fallimenti dello Stato e dei fallimenti del mercato.

 

Foto ANNI/Ansa/dib



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