“Aveva le calze rosse, e il sorriso del primo amore”

“Illusioni perdute”, un film ambientato nella Parigi dell’Ottocento, proietta sulle origini del giornalismo il sospetto e l’ostilità che lo circondano oggi.

Mauro Barberis

Il 2021, chiuso dalla soppressione dell’ultimo giornale libero a Hong Kong, è stato un annus horribilis per la libertà d’informazione. Solo in Italia, l’Osservatorio cronisti minacciati – ed è già significativo che ne esista uno – segnala l’ulteriore aumento delle minacce ai giornalisti: nel 2020 erano più che raddoppiate rispetto al 2019, nel 2021 sono aumentate di un altro 20%. Solo in un caso su otto le minacce provengono dalla criminalità organizzata: il più viene dall’estrema destra e/o dai No Vax. C’è chi ricorda che l’Italia è solo al 41% posto nella classifica mondiale della libertà d’informazione, stilata ogni anno da Reporter sans frontières, ma finge di ignorare che la classifica registra appunto le minacce ricevute dai giornalisti.

In realtà, non sono queste le minacce che mi fanno più paura: dopotutto, il giornalismo non sarà mai un lavoro di routine. A me, che ho imparato a leggere sui quotidiani, e a scrivere sulla “Stanza” di Montanelli, spaventa ben altro: guardare un talk show e prevedere quanto dirà il giornalista in base al giornale su cui scrive; assistere al dilagare di un giornalismo free lance sotto-pagato e di infima qualità. Una volta, c’era già internet, il direttore di allora mi telefonò perché non gli tornavano i dati di un mio articolo. Naturalmente aveva ragione lui: l’algoritmo di Google m’aveva ingannato. Oggi temo che online succederebbe il contrario: qualcuno mi farebbe correggere i dati giusti.

Quando mi chiesero di fermarmi all’Università, molti anni fa, subito risposi no. Volevo fare il giornalista: mestiere che per me aveva, e ha, un’importanza maggiore che la docenza universitaria. Oggi i ragazzi dal giornalismo vorrebbero passare all’università, e mi tocca ricordargli che perdita di reputazione, e sfruttamento, sono ormai uguali da tutte le parti. Anche per questo, ieri, sono andato a vedere Illusioni perdute, un film ambientato nella Parigi dell’Ottocento ma che proietta sulle origini del giornalismo il sospetto e l’ostilità che lo circondano oggi. Al protagonista, l’ingenuo letterato Lucien de Rubempré, viene chiesto di scrivere lì per lì una critica teatrale, e lui, davanti all’attrice che diverrà la sua amante, improvvisa: aveva le calze rosse, e il sorriso del primo amore.

La scena appartiene alla mitologia del giornalismo: ogni giornalista, si dice, ha cominciato scrivendo poesie, poi romanzi, poi racconti, sinché approda alla dura prosa dell’attualità. Ovvio che Lucien-penna-facile faccia rapidamente fortuna, in un mondo nel quale i critici teatrali vendevano le loro recensioni al migliore offerente. Ovvio pure che, nella Francia divisa fra liberali e monarchici, repubblicani e jeunesse dorée, anche le penne fossero in vendita. Capacissime di tradire la letteratura & l’amore per comprarsi un quarto d’ora di notorietà, un titolo nobiliare o la montagna di soldi della pubblicità, che già allora cominciava a mangiarsi tutto.

Oggi, i giornali cosiddetti popolari, scritti da quelli che Tim Wu ha chiamato i mercanti dell’attenzione, sono stati fortunatamente sostituiti da internet, peraltro molto più pervasivo. Reggono solo i grandi giornali d’opinione, su carta o in rete: come Le Monde, che ha superato la soglia dei cinquecentomila abbonamenti, e anche i giornali di prossimità, non gli inserti locali dei giornali nazionali che – con la scusa che tanto le notizie si trovano già online – mediamente non dicono nulla, sono inaffidabili anche per gli orari dei cinema. Ma forse anche nel 2022 e per sempre, questo mi auguro, ci sarà sempre un giovane praticante che, riferendosi senza saperlo al proprio stesso mestiere, scriverà che aveva le calze rosse, e il sorriso del primo amore.



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