La vittima, il persecutore e la necessità della riflessione storica

Nella Giornata della memoria la storia ci aiuta a comprendere che nella complessità del Novecento non ci sono solo gli stermini, c’è anche la spinta possente per la liberazione personale e collettiva.

Giorgio Pagano

Intere generazioni di studenti hanno completato il loro percorso formativo celebrando il Giorno della memoria. La ricorrenza si è conquistata un suo spazio nell’ambito delle feste civili: un impatto positivo, che non esime però dalla riflessione critica.

Una questione è stata evidenziata dallo storico Gadi Luzzatto Voghera: “Si è trasmesso un modello molto netto vittima/persecutore, ma se nel processo di istruzione non si problematizzano le figure e le situazioni sociopolitiche l’esito è sempre il medesimo: la descrizione di una meta-realtà storica”. Una realtà storica senza sfumature, su cui si può costruire un universo simbolico manipolabile, per cui esistono solo vittime e persecutori: chi si sente vittima si paragona agli ebrei, e i suoi persecutori non possono che essere nazisti. Un abuso della storia, che azzera la storia della Shoah. Dappertutto si vede il “complotto mondiale”, esito paradossalmente simile a quello della tesi negazionista, che all’opposto il “complotto mondiale” lo definisce “ebraico”. Ma in entrambi i casi lo schema interpretativo del mondo è la “macchinazione” da parte del “carnefice”, e la storia è completamente distorta.

Quel che serve è la trasformazione della memoria in conoscenza, in comprensione storica.

Ciò vale anche per un’altra questione. La legge istitutiva del Giorno della memoria ha una lacuna, evidenziata dallo storico Michele Sarfatti: il testo menziona i “campi nazisti” ma non la parola “fascismo”. Condanna “la persecuzione italiana dei cittadini ebrei”, quasi ad additare una responsabilità del Paese in generale, ma è silenziosa sulle responsabilità specifiche del regime. La legge si propone di ricordare i soccorritori, i salvatori di vite. Ma non nomina gli “ingiusti”, i fascisti contro cui i “giusti” si opponevano.

Va studiata la storia tedesca che portò al nazismo, e la storia italiana che portò al fascismo. E la storia di chi si oppose, e che per questo finì nei campi, insieme agli ebrei. Come scrisse Primo Levi nel testo introduttivo “Al visitatore” del Memoriale italiano ad Auschwitz – inaugurato nel 1980, oggi visitabile a Firenze –, “dai primi incendi delle Camere del Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania nel 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto”.

È decisivo studiare il genocidio degli ebrei e di tutti coloro che i nazisti consideravano inferiori – i rom, gli slavi, gli africani – e quindi un ostacolo sulla via della costruzione del popolo perfetto e incontaminato. Solo gli ebrei furono sei milioni: ogni venti secondi uno di loro veniva ucciso.

Ma è decisivo studiare anche la deportazione politica, di chi si oppose al fascismo. Agli oltre 8 mila ebrei deportati dall’Italia si affiancarono 23 mila deportati politici. Vuol dire ricostruire la storia delle culture politiche che approdarono alla Resistenza.

La complessità della storia ci insegna che ci furono “bravi italiani” ma anche “cattivi italiani”.

“Un rifugio vicino al cielo”, di Alba Cantini, racconta la vicenda, tra il 1942 e il 1943, di diciassette ebrei delle famiglie Iachia della Spezia e Lascar di Genova e Torino – tra loro imparentate –, che cercarono di fuggire dall’Italia delle leggi razziali per raggiungere la Svizzera. Ma senza riuscirvi: traditi da un contrabbandiere gli Iachia, respinti dalle guardie svizzere i Lascar. Fu quel che capitò anche a Liliana Segre e ai suoi familiari, che furono arrestati e deportati ad Auschwitz. Salirono su un treno in 605, tornarono in 22. La Segre ha ricordato che gli italiani erano stati i più feroci tra gli aguzzini che si scatenarono contro di lei e suo padre al momento di caricarli sul treno per Auschwitz. Lei scrive che allora scoprì un sentimento nuovo, più forte del dolore: lo stupore. Stupore e vergogna.

Gli Iachia e i Lascar ebbero invece la fortuna di approdare ad Ama, piccolo borgo nelle montagne delle Orobie bergamasche. La zona pullulava di militari della X Mas e di fascisti repubblichini: i rastrellamenti alla caccia dei giovani partigiani o renitenti alla leva repubblichina erano continui. Eppure gli abitanti di Ama mantennero il segreto, e offrirono accoglienza generosa, protezione e solidarietà agli ebrei. Guidati da quel “senso della vita” che emana dalla gente semplice della montagna. Come quelle contadine e quei contadini liguri che accolsero i partigiani e chi aveva bisogno quasi come figli: “quando la gente – ha scritto lo storico Claudio Pavone – sembrava avesse scoperto che l’unico punto d’appoggio rimaneva la fiducia nel prossimo”.

Simonetta Della Seta, collaboratrice dello Yad Vashem di Gerusalemme, a proposito della trasmissione della memoria ha scritto: “È il momento di raccontare non solo le atrocità ma anche di documentare la vita. Mostrare la forza che è stata necessaria per salvare se stessi e gli altri. Non bisogna solo impaurire i ragazzi, è necessario offrire loro gli strumenti per credere nella vita e nell’essere umano, nonostante tutto. Io credo sia importante mantenere una dimensione etica e storica di quello che è successo. Nelle testimonianze c’è tanta vita, non c’è niente da inventare”.

Nella complessità della storia del Novecento non ci sono solo gli stermini, c’è anche la spinta possente per la liberazione personale e collettiva. C’è il baratro in cui l’umanità cade quando viene negata la comune appartenenza alla famiglia umana e non è riconosciuta la necessità di salvaguardare la vita, ma c’è anche l’amore per la vita. È il sentimento di fratellanza delle donne e degli uomini comuni, che avrebbe dovuto – e dovrebbe ancora – essere posto a fondamento del tentativo di formare le “virtù civiche” degli italiani.

La spinta per la liberazione, l’amore per la vita e il sentimento di fratellanza non mancarono negli stessi campi di concentramento nazisti. Ho raccolto in “Sebben che siamo donne. Resistenza al femminile in IV Zona operativa, tra La Spezia e Lunigiana” le testimonianze di Bianca Paganini e di Mirella Stanzione, deportate politiche nel campo femminile di Ravensbruck: sono un esempio straordinario di “resistenza minimale”. Nei lager non si potevano organizzare reti di opposizione, ma il non abbandonarsi alla voglia di morire, il non lasciarsi andare, il non cedere e l’aiutare l’altro a non cedere, il mantenere vive in sé scintille di umanità erano già una vittoria contro l’oppressore.

Dobbiamo fare i conti con questa storia complessa, di depauperamento mentale di masse e persone indottrinate ma anche di rivolta etica di masse e persone che vogliono liberarsi.

La riflessione storica ci aiuta sia a problematizzare il modello vittima/persecutore sia a farci capire che sempre la vittima si ribella al persecutore. Ecco perché la dimensione storica non può scomparire dall’esperienza delle generazioni più giovani. Se si vive in una sorta di presente permanente, non si è in grado di scegliere e si perde, insieme alla memoria del passato, anche la speranza del futuro.



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