Giuliano Amato, un libro su Cavour per spiegare la grande politica

In "C’era una volta Cavour. La potenza della grande politica" (Il Mulino, 2023), Giuliano Amato rilegge e commenta dieci discorsi parlamentari di Cavour in cui emergono le straordinarie doti di negoziatore e polemista dello statista piemontese, la sua visione del futuro, l’abilità con cui sapeva ottenere il consenso e sfruttare il dissenso. Eccone il ritratto politico tracciato dall’autore, già presidente del Consiglio e della Corte Costituzionale, più volte ministro.

Roberto Rosano

Presidente, a parer suo, al mondo c’è ancora qualcuno che conosca e pratichi la “grande politica”?
La grande politica è quella che sa disegnare un futuro e sa creare le condizioni per realizzarlo. In questo senso, Cavour è un esempio assolutamente persuasivo. Se nei disegni del politico non v’è un’idea di futuro, la sua azione non può essere grande né può esserlo lui. Un politico siffatto può essere uno dei tanti, arruffati lettori di sondaggi, semmai fosse lui stesso a leggerli, solitamente un comunicatore. Si fa dire che cosa oggi pensi la gente e calibra di conseguenza le sue risposte politiche. Questo è diventato lo standard corrente della politica che, per questa sola ma sufficiente ragione, è molto piccola.
Insomma, non le viene in mente alcun nome?
Mah, tra gli europei l’unico che sembri indicare un futuro è Macron, soltanto che mi pare poco attrezzato davanti alle condizioni per crearlo. Quindi dei due requisiti della grande politica ha in fondo il più facile.
E fuori dall’Europa?
Dovrei conoscere meglio i leader africani, forse troverei qualcuno tra loro, anche perché i Paesi nei quali c’è una dinamica a crescere sono proprio quelli che si prestano meglio a leader con le attitudini della “grande politica”.
Si riferisce ai Paesi che Cavour chiama “di second’ordine”…
Anche i Paesi di second’ordine, se hanno buoni leader, escono dalla naturale condizione di sopravvivenza. E qui la qualità che conta è il realismo, la capacità di costruirsi le alleanze internazionali che servono con i Paesi di prim’ordine …
Quando prima ha nominato il presidente francese, abbiamo pensato all’umiliante scena del tavolone di Putin, poco prima della guerra in Ucraina. Cavour, invece, da quanto ci racconta, sapeva sempre quando sedersi ad un tavolo e quando no.
A Cavour era chiara una cosa che, certo, non potrà mai essere nella testa di un presidente francese: sapeva prendere atto della realtà e dei divari di potere, essendo consapevole di rappresentare un Paese di “second’ordine” e si regolava di conseguenza. Ma saper difendere un Paese di second’ordine in mezzo a Paesi di prim’ordine non è affatto scontato.
La Francia al momento non conosce quest’arte?
Si sente un Paese di prim’ordine, ma lo è, ahimè, solo per auto-definizione! II generale De Gaulle stesso soffriva molto questa realtà: vagheggiava i diritti speciali del fondo monetario come moneta di riserva al posto del dollaro. Macron, però, è un leader francese al quanto sui generis e che oscilla costantemente tra due tentazioni: la storica grandeur francese e l’ambizione europea. Gli va dato atto che, prima di lui, nessun inquilino dell’Eliseo aveva sostenuto la sovranità europea in luogo di quella francese.
E Xi Jinping ha un futuro in mente e si può dire grande la sua politica?
Io non ho dubbi che lo abbia e non c’è dubbio che in questo momento sia anche il leader più forte, per il controllo che ha sul proprio Paese e per la forza di questo. La sua visione del futuro, però, è inesorabilmente handicappata dal suo amore per il comunismo. Che lo si voglia o no, il presente florido della Cina è dovuto al mercato e lo sarà anche il suo futuro di grandezza.
Questa contraddizione starà a lungo in piedi?
Alcune tracce di questa contraddizione sono già venute fuori perché, mentre Xi continua a difendere la sua impostazione comunista all’interno, all’estero cerca di avvalersi di tutta la strumentazione di cui il capitalismo ha munito il mercato, cercando di aggiungerci però gli aiuti di Stato e le informazioni totalitariamente assunte su tutte le imprese con cui i cinesi hanno rapporti. Insomma, su questa strada anche lui, che è, lo ripeto, il maggior leader di cui il mondo disponga, è destinato a fermarsi.
E visto che ci siamo imbarcati in quest’indagine, che cosa ne pensa di Modi?
Il presidente indiano di sicuro ha qualità di leader, ma l’avvenire indù che sta predicando e praticando per il suo Paese contrasta chiaramente con il futuro possibile. Come potrà evitare la migrazione dei musulmani dei Paesi vicini a causa delle future inondazioni e siccità? Quindi, tornando a Cavour e al mio libro: non basta avere un futuro in testa, occorre che si tratti di un futuro possibile e umanamente accettabile, altrimenti dovremmo esaltare anche la leadership nazista che aveva, sì, in mente un futuro, un orribile futuro, e si attrezzò molto bene per realizzarlo, ma fortunatamente è stata smentita.
In questo saggio ha raccolto dieci discorsi di Cavour, cinque di politica interna e cinque di politica estera. In quest’ultimi abbiamo notato il costante utilizzo della formula “Ci interessa?”, da cui ogni mossa era condizionata. Attraverso questa domanda retorica Cavour rese anche accettabile la partecipazione alla guerra di Crimea, la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia. Oggi quest’arte è ben praticata?
Mi pare che la politica dell’interesse sia l’unica praticata, si tratta di vedere di che interesse parliamo. Giovanni Tarello, grande testa di alcuni decenni fa, invitava a distinguere fra gli interessi comuni e gli interessi micragnosi di ciascun individuo o di ciascun gruppo. La micropolitica è quella che si occupa dei microinteressi del presente e cerca di soddisfarli, ottenendo così il consenso elettorale. Sarebbe però sbagliato ritenere che la politica, per essere grande, debba occuparsi soltanto di valori e di principi, ignorando gli interessi. Per realizzare il futuro che hanno in mente, i politici devono ottenere il consenso delle persone che hanno davanti, le quali dispongono, come primo terreno di valutazione, degli effetti che le proposte politiche hanno sui loro interessi particolari. Perciò la politica con la P maiuscola deve saper negoziare uno scambio tra il presente e il futuro: deve saper convincere gli elettori che una data decisione può comportare degli effetti non positivi sui loro interessi presenti, ma che vale comunque la pena prenderla.
In che modo?
A me ne vengono in mente due. Il più drastico ed efficace è dire: sarà un sacrificio per te, ma il beneficio che ne riceverai più in là sarà più grande. L’altra, che è la strada che Cavour ha sempre cercato di imboccare, anche se a volte i confini tra questa e la precedente sfumavano, è quella di dire: questo tocca il nostro interesse presente, ma lo fa fino ad un certo punto, lo fa poco e possiamo forse farne a meno. Insomma, tiene sempre conto dei piccoli interessi degli elettori e la sua caratteristica è quella di non essere solo un predicatore di futuro, ma di saper fare i conti con i conti e di farli tornare per tutti.
Questi discorsi sono pieni di contenuti concretissimi e relativi a concretissime e specifiche vicende.
Ecco, è incredibile la meticolosità con la quale esamina le inefficienze delle industrie esistenti nel suo Paese. Dice: tu vuoi i dazi? Certo che li vuoi, perché ti permettono di produrre a costi molto superiori a quelli dei tuoi concorrenti stranieri. Se te li tolgo, sei costretto a migliorare, ad adeguarti, un argomento che mi sta particolarmente a cuore avendo io incarnato per anni l’Antitrust. Questo è espressivo di un’altra qualità che non abbiamo ancora menzionato: il vero politico non deve essere né velleitario né avventato, ma coraggioso sì.
Ci spieghi concretamente.
Deve avere il coraggio di affrontare i trattori e di dire: noi possiamo proseguire coi pesticidi, però vi spiego come va a finire. Non è meglio mantenere la politica di restrizione sui pesticidi ed usufruire dell’incentivo europeo?
Ci ha molto colpito quanto racconta a pagina 141, a proposito del discorso per il matrimonio civile, tenutosi al Senato nel 1852. Quel giorno Cavour difese pubblicamente la nuova legge, ma autorizzò segretamente la sua bocciatura. Si rese conto che, in caso contrario, avrebbe danneggiato i rapporti tra il re e il pontefice ed avrebbe enormemente compromesso gli equilibri necessari per l’unificazione. Cavour, insomma, da bravo scacchista, sapeva sacrificare qualche pezzo al momento giusto …
Quello è il massimo del realismo: in Parlamento sostenne tutte le ragioni del matrimonio civile, gettando già idealmente le basi della “libera Chiesa in libero Stato”, ma non fece nulla perché il voto gli desse ragione. Il clima era quello: il papa aveva scritto al re tutta la sua minacciosa contrarietà e il papa era protetto dai francesi il cui aiuto era essenziale a Cavour per realizzare ciò che aveva in mente. Erano gli unici disposti a darci una mano perché gli inglesi erano, come sempre, molto gentili, ma assai distratti dalle loro faccende.
Nei discorsi di Cavour, però, l’esempio positivo è sempre l’Inghilterra.
Certo, ma sapeva operare le dovute distinzioni: gli inglesi sono un modello, ma i francesi sono gli unici disponibili concretamente ad aiutarci. Mi permetta, però, una battuta: nostro Signore decide quali papi mandarci, ma per affiancare l’Unità d’Italia ha scelto proprio l’uomo meno adatto ad una possibile intesa: Pio IX era sempre così ostile, pronto a scomunicare!
Il primo discorso di politica interna non è stato pronunciato da un primo ministro, ma da un deputato. Eppure è uno dei tanti discorsi che ha, a poco a poco, scolpito l’eccezionale progetto che Cavour aveva in mente. Ma oggi sarebbe possibile incidere nella politica con un discorso?
Dipende da chi lo pronuncia e dall’influenza che ha sugli equilibri parlamentari. Il proposito di Cavour attraverso questi discorsi è, da un lato, far capire a chi sta alla sua destra che non è più il caso di annoverarlo tra le sue fila mentre, dall’altro, far comprendere al centro-sinistra di Rattazzi che è invece possibile trovare un terreno comune, prendendo così le distanze dai rivoluzionari garibaldini e mazziniani. Insomma, se si è in una fase di movimento, anche un discorso parlamentare può essere idoneo a chiamare a sé qualcuno e a dare le testimonianze pubbliche che questi ritiene necessarie, insomma a realizzare il movimento. Certo non basta il discorso parlamentare: quando Cavour fece il discorso sulla libertà di stampa, considerato il battesimo del connubio con Rattazzi, non cuciva lì l’alleanza. L’aveva stipulata giorni prima in un incontro segreto.
Un altro argomento a cui Cavour ricorre spesso nei suoi discorsi per giustificare le proprie mosse è la necessità di anticipare le riforme per scongiurare le rivoluzioni. Ci racconta il più grande risultato di questo abilissimo da lui orchestrato su più tavoli e in più momenti della storia?
Non ho dubbi: fu quello ottenuto nell’intergioco tra lui, i francesi e Garibaldi con i Mille. Cavour sapeva che l’Italia unita, pur senza toccare inizialmente Roma, aveva bisogno dello Stato Pontificio, ma la Francia ne aveva sempre difeso l’integrità. Ora l’impresa dei Mille partì col consenso tacito di Cavour, il quale avrebbe avuto i mezzi per ostacolarla, già a Quarto, ma non lo fece. Grazie anche alla benevolenza degli inglesi, che si astennero dall’intervenire a difesa dei Borbone, i garibaldini ebbero l’opportunità di prendere la Sicilia, la Calabria, la Campania, sino a che arrivò il momento di passare al Lazio. Solo a quel punto, con l’esercito sabaudo già nelle Marche, partì il “telefono rosso”, il contatto con Napoleone III: “Se non interveniamo noi, saranno i rivoluzionari a conquistare il Lazio”. La Francia dovette piegarsi al male minore. Il gioco era fatto.
Ha detto che se Netanyahu avesse raccolto l’insegnamento di Cavour non saremmo arrivati al 7 ottobre. Ci spiega?
Quando una società è matura per avere delle riforme, è bene farle perché, se non le si fa, le forze più aggressive prenderanno il sopravvento e imporranno i cambiamenti con la violenza. Se Netanyahu avesse favorito la costruzione dello Stato Palestinese assieme all’Autorità Palestinese, secondo gli accordi di Oslo, senza lasciarsi condizionare da una parte della destra israeliana, evitando la politica disgraziata degli insediamenti e delle occupazioni, la popolazione palestinese avrebbe preferito il feroce disegno di Hamas?



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