Giuliano Montaldo, il cinema prima dei film

Il regista ligure ha fatto parte di una generazione di uomini di cinema capaci di cogliere il gusto cinematografico del pubblico restando fedeli alla cura espressiva del film. La sua scomparsa ce la fa sentire vicina e lontana allo stesso tempo, con tutta la nostalgia che ciò comporta.

Flavio De Bernardinis

La figura di Giuliano Montaldo induce alla riflessione su un’intera generazione di cineasti, capace di incidere non solo per i film che ha realizzato o a cui ha partecipato ma, cosa forse più importante, in funzione della cultura cinematografica italiana nel suo complesso. La sua attività di docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, per esempio, ha rappresentato ben più che la responsabilità di una serie di lezioni, ma un vero e proprio magistero di cultura cinematografica, che molti allievi, tra cui l’attrice Carolina Crescentini, ancora ricordano con affetto e stima.
Il cinema, la cultura del cinema, allora, prima dei film.
Una generazione ormai anacronistica, pertanto, nel senso nobile della parola. Perché? Perché oggi sarebbe davvero insolito che un regista firmasse non solo un film duro e tenace come Sacco e Vanzetti (1971), ma anche il distensivo e appagante Ad ogni costo (1967). Il primo, come è noto, è la cronaca del processo tutto politico e la condanna alla sedia elettrica degli anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, nell’America modernissima del 1920. Film che rientra a pieno titolo nella tradizione del cosiddetto cinema civile d’autore, cui giovò anche non poco la musica di Ennio Morricone e l’interpretazione vocale di Joan Baez. Ad ogni costo, invece, è un perfetto film di genere. Dentro cui ci sta benissimo lo stesso Riccardo Cucciolla, che interpreterà poi il ruolo dell’anarchico Sacco. Qui si narra di una super rapina a Rio de Janeiro, durante lo svolgimento del Carnevale, a cura di cinque specialisti del furto di diamanti, filone inaugurato per l’Italia dal fortunatissimo 7 uomini d’oro di Marco Vicario (1965). Un action-movie con tanto di attraversamento di strade invase dai cortei in maschera e in festa e superamento acrobatico di raggi ultravioletti messi a difesa del forziere diamantifero, che Montaldo gestisce alla perfezione
Cinema, assolutamente cinema. E grande successo di pubblico.
Chi sarebbe in grado, adesso, di fare un film dichiaratamente d’autore e al tempo stesso un film di puro spettacolo e intrattenimento?
La ricerca d’autore spingerà Montaldo a realizzare, con lo stesso Gian Maria Volontè, già nei panni di Bartolomeo Vanzetti, Giordano Bruno (1973), al fianco di Charlotte Rampling, efficace ritratto del pensatore e filosofo, realizzata con puntuale scrupolo filologico ma anche piena libertà di espressione.
Tuttavia l’autore non riesce proprio a resistere e quando può smette i panni seriosi dell’intellettuale e si abbandona al gioco, utilizzando la televisione come strumento per coinvolgere un pubblico molto più numeroso del cinema. Nel 1980, infatti, Montaldo realizza per la Rai Circuito chiuso, un singolare divertissement meta-cinematografico, pensato esclusivamente per il piccolo schermo, quando ancora la Rai produceva e, nei limiti, sperimentava. In una sala cinematografica popolare, con le sedie di legno, si proietta un western spaghetti, con protagonista Giuliano Gemma, il quale sparando dallo schermo un colpo di pistola verso gli spettatori, incredibilmente ne uccide uno. E poi un altro e un altro ancora. Il film avrà un gradimento così alto che, ironia della sorte, si tenterà invano un’uscita in sala.
Non solo storie forti, quindi, Sacco-Vanzetti-Giordano Bruno, ma anche il cinema come passione e ludo, gioco scoperto con i gusti e le inclinazioni dello spettatore. Attenzione che caratterizza come già osservato tutta una generazione di cineasti, quella di Montaldo, ma anche di Lattuada, Zampa o Comencini, capace di girare con gusto qualsiasi cosa rispettando in pieno il sistema di attese dello spettatore.
Il cinema prima dei film. Come deve essere.
Montaldo non si sottrae comunque all’inevitabile connubio tra cinema e letteratura, attraverso la Renata Viganò de L’Agnese va a morire (1975), Giorgio Bassani de Gli occhiali d’oro (1987), e I demoni di San Pietroburgo (2008), che mette in scena Dostoevskij alle prese con la stesura de Il giocatore, in cui avrà un ruolo importante quella Carolina Crescentini intercettata durante la docenza al Centro Sperimentale. Adattamenti fedeli e liberi al tempo stesso, in cui Montaldo non rinuncia mai al senso dello spettacolo coniugato alla ricerca espressiva, ossia la schietta e immediata comunicazione col pubblico mai prevaricante rispetto alla rigorosa aderenza alla fonte della pagina scritta.
Proprio la capacità di intercettare e tenere sotto controllo le regole dello spettacolo lo conducono, ancora per la Rai, al kolossal Marco Polo (1982-83), otto puntate coprodotte con Usa, Gran Bretagna e Francia, e inoltre primo contatto tra una televisione europea e una cinese, attraverso una laboriosa lavorazione che conduce fino alle sofisticate ma godibili riprese effettuate in location, nella regione dell’Himalaya. E, a proposito della generazione di registi capaci di filmare qualsiasi cosa, stessa sorte toccò nel 1985 ad Alberto Lattuada, con il Cristoforo Colombo, quattro puntate prodotte sempre dalla Rai.
Giuliano Montaldo, grazie a Francesco Bruni, conosce nell’ultima fase della sua vita e carriera un riconoscimento unanime anche in veste di attore, attività che aveva già sperimentato in piccoli ruoli negli anni Cinquanta e Sessanta. Il personaggio dell’anziano poeta Giorgio Gherarducci, nel film Tutto quello che vuoi, scritto e diretto da Bruni, gli vale un formidabile David di Donatello.
È la riprova, se servisse, del principio del cinema prima dei film, ossia una professionalità e aderenza artistica al fatto cinematografico davanti e dietro la macchina da presa, prima e dopo il ciak, dentro e fuori la messa in scena. Che non apparteneva soltanto a Montaldo, ma come già detto a un’intera generazione di uomini di cinema, che la scomparsa di Giuliano ci fa sentire vicini e insieme lontani, avvolgendoci di acuta e tenera nostalgia.
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CREDITI FOTO: Sinix Lab|Wikimedia Commons



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