Giuseppe Conte. Gentilezza o debolezza?

Pierfranco Pellizzetti

C’è un lieto fine per l’ormai lunga favola Cinquestelle? Ne dubito. Da quando Beppe Grillo, nel suo eremo dorato di Sant’Ilario si mise innanzi allo specchio fatato per porre la solita domanda mattutina (“specchio delle mie brame, chi è il più amato del reame”) e si sentì rispondere: “qualcuno c’è che è più amato di te: Giuseppi”. Da quel momento la psiche contorta dell’Elevato subì un cortocircuito da Viale del Tramonto percepito; e cominciò a guatare attorno alla ricerca di un famiglio che potesse portargli il cuore sanguinante dell’avvocato del popolo sul piatto d’argento. Magari un killer d’area Magna Grecia. Sembrava poterlo essere il chierichetto mannaro, il politicante nelle grazie di un Carlo De Benedetti che non fa niente per niente (vedi gli scambi di informazioni con Matteo Renzi premier, sui migliori investimenti bancari), ossia l’azzimato ministro per caso Luigi Di Maio. Poi è arrivato l’avvocato ex Fronte della Gioventù (e già difensore del criminale di guerra nazista Erich Priebke) Lorenzo Borrè con un ricorso contro Conte leader assolutamente lunare e – per dirla alla Eugenio Montale – falotico, che ha riaperto alla speranza un ex comico dalla voce chioccia nelle vesti di garante. Come si capì dalle sue dichiarazioni double face, in apparenza rasserenanti, quanto in realtà puro abbraccio mortale: l’invito a tacere (in mezzo ai latrati degli attacchi strumentali), il subdolo e volutamente fuori registro brocardo de “le sentenze vanno rispettate” (quando il Tribunale di Napoli ha emesso un semplice provvedimento in via cautelare).

Ordunque, chi segue questo mio blog sa che ho sempre riservato una rispettosa attenzione al Movimento pentastellato, che ipotizzavo essere – dopo i Girotondini di Nanni Moretti e Flores d’Arcais – la declinazione italica del vasto movimento internazionale degli indignati, da Madrid a New York: la ribellione del ceto medio alla degenerazione affaristica anti-democratica delle élites in questa fase storica. Ossia il sacrosanto Populismo, prima che i comunicatori lacchè del potere lo criminalizzassero alla stregua di un sinonimo della demagogia. Mentre non ho mai nascosto l’avversione nei confronti del Padre Fondatore mio concittadino, dai tempi non sospetti in cui villeggiavamo nel paesino appenninico di Savignone e nella pro-loco ci consigliavano di stare alla larga dai fratelli Grillo. Uno dei quali si è rivelato il falso profeta alla perenne ricerca di suggeritori che gli offrissero i contenuti, magari saccheggiando le battute di un vicino di casa (il copy di “pane e volpe” era di Orlando Portento, comico meno sgomitatore, quindi condannato all’oblio). Lasciando trasparire un profilo destrorso, xenofobo e maschilista, proprio di un borghese piccolo, piccolo in preda al timore di precipitare lungo la scala sociale e ossessionato dal possesso di status symbol che ne accreditassero l’ascesa. Fenomenologia imbarazzante, proprio per quella capacità di accalappiare chi se la beve, di cui ho scritto tanto da ritenere superfluo proseguire su questo tasto. Che comunque mi procurò la messa all’indice dall’allora vestale grillina in Regione Liguria, la desaparecida Alice Salvatore.

In tutta questa macroscopica finzione si salvava il dato positivo dell’intuizione (di Grillo o Casaleggio padre?) che anche in Italia si era formato lo spazio e la base elettorali per un soggetto promotore di AltraPolitica. Progetto che seguii con interesse da fiancheggiatore esterno. Specie quando comparve all’orizzonte l’avvocato Conte. Prima da professionista ingaggiato a svolgere compiti di mediatore tra i due azionisti del governo giallo-verde (con qualche vulnus d’immagine anche per lui). Poi giocando in proprio da premier giallo-rosa, con grandi meriti nella gestione della pandemia Covid e – soprattutto – nel riposizionamento vincente dell’Italia in Ue. Il grande successo Next Generation che la narrazione restaurativa vorrebbe attribuire ad altri. Certo, il moroteismo era evidente, come fastidiosi apparivano i cedimenti alla cultura paleo-cattolica delle sue origini. Ma un dato era altrettanto indiscutibile: una persona per bene, totalmente fuori dai vincoli da establishment. Quel Palazzo diroccato che si voleva liberare di un corpo estraneo per mettere mano sul bottino.

Ma il primo a tentare l’incaprettamento del Conte leader dei 5S fu proprio Grillo, con il grottesco attacco dopo l’incoronazione plebiscitaria da parte della base, sproloquiando di “incapace privo di visione politica” (pensa da che pulpito!). E che probabilmente ci riproverà ancora delegittimando sottobanco chi ha preso il suo posto.

Da qui l’invito a Giuseppe Conte degli amici a lasciar perdere la barca fallata e creare un proprio partito. Ma è in grado di farlo? In questi anni Conte ha rivelato più doti da mediatore che grinta (garra, dicono i calciofili portegni) da vero capo. E la leadership è soprattutto carattere. Se no la gentilezza declina in debolezza. Anche dalla Gruber.



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