Giustizia, tutti i pericoli del referendum

Dalla custodia cautelare alla separazione delle funzioni: un’analisi delle criticità dei cinque quesiti su cui si voterà domenica 12 giugno.

Gian Carlo Caselli

Alla firma dei referendum hanno aderito in molti. Tra gli altri Salvatore Buzzi e Massimo Carminati (in arte “er cecato”), condannati in appello per “mafia capitale” che però non è mafia, i quali in ogni caso di giustizia dovrebbero intendersene, a modo loro, non poco. E poi Luca Palamara, che se la giustizia con il suo nefasto “Sistema” l’ha sistemata mica male, proprio per questo qualcosa dovrebbe pur capirne. Per cui, prendere posizione contro i referendum, dopo l’appoggio di personaggi così diversi (ma ciascuno – come dire – qualificato nel suo specifico ambito), confesso che un po’ mi imbarazza.

Lasciando da parte gli scherzi, vorrei segnalare innanzitutto un’anomalia: l’alleanza fra radicali e leghisti. Le battaglie dei primi sono quelle ipergarantiste di “Nessuno tocchi Caino”, dell’antiproibizionismo, della difesa dei diritti LGBT, del sostegno all’eutanasia. Un mondo incompatibile con quello dei leghisti medi, “duri e puri”. Inevitabile chiedersi quanto vi sia di abborracciato e strumentale nell’alleanza sui referendum. Sia chiaro: il valore che il referendum ha nel sistema democratico è innegabile, ci mancherebbe! E difatti qui si parla non del referendum in sé ma del concreto impiego di esso in casi specifici.

Veniamo dunque ai quesiti ammessi dalla Consulta:

1. Custodia cautelare – Il quesito è formulato in maniera tale che i potenziali autori seriali di gravi delitti, se non commessi con violenza, non potranno più essere assoggettati a misure cautelari motivando con la prognosi di ripetizione degli atti criminosi per cui si procede. Questa rilevante limitazione riguarda una fascia molto ampia di reati che provocano un sensibile allarme sociale: quelli contro la pubblica amministrazione, l’economia e il patrimonio, nonché quelli contro la libertà personale e sessuale (potrebbero beneficiarne, ad esempio, tutti gli stalking non violenti…). Un risultato improponibile, con il concreto pericolo che la riforma referendaria sia un boomerang, come hanno denunziato magistrati, parlamentari (tra questi Mara Carfagna) e associazioni tipo “telefono rosa”.

2. Incandidabilità dei politici condannati – Il quesito viene propagandato come indirizzato unicamente contro gli amministratori locali in condizione di incandidabilità. In realtà colpisce tutte le cariche elettive: Parlamento europeo, Camera, Senato, Regioni, Province, Comuni e Circoscrizioni; con effetti generali sui fondamentali meccanismi di “provvista” degli organi democratici e sugli equilibri costituzionali. In sostanza, un sintomo di qualità, sia culturale sia tecnico-giuridica, non proprio eccelsa.

3. Elezione dei componenti togati del CSM – Il proposito (contrastare le nefandezze del correntismo) è di per sé lodevole. Ma sembra, senza offesa, di essere alla sagra dei dilettanti. Oggi per candidarsi al CSM occorre essere presentati da una lista di magistrati (da 25 a 50). La novità consiste tutta nella eliminazione di tale lista, per cui le candidature diventerebbero libere e individuali. Neppure Alice nel paese delle meraviglie arriverebbe a pensare che la novità possa cancellare le aggregazioni (siano esse di natura ideale, territoriale o peggio biecamente clientelare), perché in un corpo elettorale di circa novemila persone ciò è semplicemente impossibile.

4. Componenti laici dei consigli giudiziari – Con il quesito si vuole che i laici (avvocati e professori universitari) abbiano la stessa competenza dei togati, vale a dire una competenza piena e paritaria, non limitata – come oggi – alle materie organizzative, ma estesa anche alla formulazione dei pareri sulla professionalità dei magistrati. Tema assai delicato, in particolare sul versante dei laici-avvocati, dove si potrebbe innescare un perverso clima di conflittualità e sospetti capace di incidere negativamente sulla serenità delle determinazioni consiliari e della vita quotidiana nelle aule di giustizia in cui operano i magistrati destinatari dei pareri. Val la pena correre un simile rischio?

5. Separazione delle funzioni – Il quesito consta di circa 1500 (!) parole che formano un astruso ginepraio, di lettura e compressione ostiche persino agli specialisti, figuriamoci per il cittadino comune chiamato a rispondere con un Sì o con un NO. Esso riguarda non la separazione delle carriere (come spesso si dice) ma la separazione delle funzioni, che è già una realtà consolidata nel nostro Paese. Il giudice che vuol cambiare funzione diventando Pm (come il PM che voglia diventare giudice) deve cambiare regione, oltre a superare una complessa serie di verifiche attitudinali. Tant’è che di cambiamenti di funzione se ne registrano ogni anno pochissimi. Il referendum vorrebbe ulteriormente ridurre il numero di volte in cui è consentito procedere a una pratica (cambiare funzioni) che è già di per sé irrilevante. Un’operazione inutile. Altra cosa è la separazione delle carriere, che di fatto comporta che chi nasce Pm muore Pm, senza nessuna possibilità di passare al ruolo giudicante, e viceversa. Con il corollario di due concorsi e due CSM diversi. Ma attenzione: anche nel referendum (a mio parere) si vuole usare la separazione delle funzioni come simbolo, come cavallo di troia per introdurre prima o poi anche la separazione delle carriere. Un pericolo esiziale per l’indipendenza della magistratura, posto che ovunque al mondo ci sia una qualche declinazione della separazione delle carriere il Pm dipende dal potere esecutivo, di cui deve eseguire gli ordini o le direttive. Un suicidio per l’uguaglianza dei cittadini.

(credit foto ANSA / MILO SCIAKY / DBA)

Referendum giustizia 12 giugno: tutti gli approfondimenti



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