Gli italiani, il bene individuale e il bene di comunità

Un’analisi che parte da alcune premesse antropologiche generali e da un excursus storico, per chiedersi come mai nella società italiana sia storicamente assente l’affezione alla dimensione comunitaria.

Daniele Barni

Fra benessere e ricchezza: una premessa antropologica
L’esistenza delle donne e degli uomini, come di ogni altro animale, procede per continui contrasti, contrapposizioni, conflitti tra l’impotenza e l’impossibilità, da una parte, e, dall’altra, la possibilità e la potenza. Tra la potenza e la possibilità di ottenere il necessario a sopravvivere e, pure, a vivere riccamente, e l’impotenza e l’impossibilità di ottenerlo. Il necessario a sopravvivere e a vivere riccamente consiste nel cibo e nel riparo del corpo, nell’affetto, nella considerazione e nel rispetto degli altri, fino all’abbondanza e al lusso ben oltre, incontentabilmente, il necessario stesso. Non solo le donne e gli uomini si comportano così, ma anche molti animali. Anch’essi hanno bisogno di cibo e di riparo per il corpo, e dell’affetto, della considerazione e del rispetto degli altri individui del branco. Inoltre, anche in essi è riscontrabile la propensione all’abbondanza e al lusso: infatti, dato che la brucazione, la ricerca, la raccolta e la predazione sono attività non sempre certe e sicure, ma che richiedono sforzo e tempo, tanti animali si preoccupano di occultare o accumulare scorte di cibo, oppure di garantirsi il possesso di ampi territori. Fra gli insetti, ad esempio, la formica scava magazzini da far traboccare di chicchi e bestiole; fra gli erbivori l’ippopotamo persegue una territorialità feroce, e lo scoiattolo gremisce la tana di frutti di ogni tipo; fra i carnivori la volpe imbosca le galline che non riesce subito a consumare. Lo stesso cane, fra gli animali domestici, imbosca sornione il suo osso. Tutto ciò rivela che l’abbondanza e il lusso a cui ogni specie propende non celano altro che il timore per i loro contrari, ovvero per la penuria e per la miseria.

L’impotenza e l’impossibilità generano nella specie umana, e in molte altre specie, il bisogno di protezione e di sicurezza: sicurezza di ottenere il necessario a sopravvivere e a vivere riccamente; e protezione da tutto ciò che potrebbe impedirlo e che potrebbe costituire un pericolo per la vita stessa. La potenza e la possibilità, invece, generano il potere e la ricchezza: la ricchezza consiste nel possesso di beni materiali e sentimentali-emozionali, come terre, immobili, strumenti e oggetti di valore, o amicizia, amore, autorevolezza e onore; il potere consiste nel possesso di persone e di animali, cioè nell’autorità, conquistata o ricevuta, sulla loro volontà e sui loro beni. Nella storia umana il potere si è mostrato sia nella sua nudità sia in diversi travestimenti: la schiavitù è un esempio di potere nudo; il rapporto di dipendenza lavorativa è un esempio di potere travestito, in tal caso da utilità o da beneficio sociali; le relazioni familiari sono un esempio di potere travestito dall’emozione e dal sentimento.

La radice del termine “potere” è “pa/po”, che significa “dominare, proteggere”: da cui il latino “pater”, “padre, signore della casa”, o “compos”, “padrone”; e da cui il greco “pósis”, “marito, signore della moglie”, o “despótēs”, “sovrano, signore della città”. Affine è la radice del termine “possedere”: o “por”, “pos” per assimilazione, “sopra, presso, contro” (da cui il termine “porre”), più il verbo “sedere”, o, come sopra, “pa/po” più lo stesso verbo “sedere”; dunque, o “sedere sopra” o “sedere da padrone”. L’esistenza delle donne e degli uomini, infatti, come di molti animali, è potere e possesso: cioè, dominio degli individui sugli altri individui e anche sulle altre specie; oppure, sedere sopra il necessario a vivere o, addirittura, sopra l’abbondanza e il lusso, così come sedere da padrone nelle situazioni. Ciò produce inevitabilmente contrasto, contrapposizione e conflitto. Per due ragioni. Innanzitutto, perché la possibilità e la potenza di un individuo si compie sempre contro altri individui: la nutrizione, ad esempio, non consiste in altro se non nell’uccisione e nell’incorporazione da parte di un essere vivente di altri esseri, viventi o inorganici, come minerali, vegetali o animali; e gli affetti non consistono in altro se non nella disponibilità, nel senso di possesso e di possibilità di uso e di godimento, da parte di un essere vivente di un altro essere vivente, da cui si finisce per pretendere attenzioni, forza ed energia. Mentre l’impotenza e l’impossibilità di un individuo lo espongono sempre all’attacco di altri individui: ad esempio, la denutrizione, con il conseguente indebolimento, di un essere vivente lo rendono più vulnerabile all’attacco di altri esseri, inorganici o viventi, come predatori, batteri o inquinanti; e gli affetti rendono gli esseri viventi disponibili, nella speranza del contraccambio, a cedere attenzioni, forza ed energia ad altri esseri viventi. Si è potenti, insomma, sempre a danno di qualcuno o di qualcosa; mentre si è impotenti sempre a vantaggio di qualcosa o di qualcuno. Mai in maniera neutrale. Poi, perché la potenza e la possibilità si trasformano continuamente in desideri, ambizioni e voglie incontentabili; mentre l’impotenza e l’impossibilità in continui timori, trepidazioni e terrori di perdere ciò che si è preso. E ciò non causa stasi, cioè pace, ma instancabili contrasti, contrapposizioni e conflitti.

Bene individuale, bene di comunità
Per tentare di superare o almeno di alleviare questo stato di conflitto e di timore, le donne e gli uomini hanno concepito lo Stato. O meglio, essi hanno capito che il riunirsi in gruppi o comunità, oltrepassando l’individualità, avrebbe consentito loro di difendersi con più efficacia dall’impotenza e dall’impossibilità e di conquistare con più facilità la potenza e la possibilità. Ovviamente, a patto di imparare a condividere i vantaggi della nuova condizione con gli altri individui del gruppo. E, soprattutto, a patto di imparare la differenza tra il potere e la ricchezza, da una parte, e, dall’altra, il benessere. Il potere e la ricchezza, infatti, implicano egoismo, ingiustizia e violenza e interessano l’individuo o, al massimo, dei gruppi ristretti che potrebbero essere coperti semanticamente, ma solo in parte, dai termini stranieri “elites” o “lobbies” o, ancora meglio, dal termine italiano “potentati”; mentre il benessere implica condivisione, giustizia e solidarietà e riguarda la comunità nella sua interezza e integrità. L’individuo e il potentato perseguono naturalmente il proprio bene, nel senso di vantaggio, utile, tornaconto, persino in opposizione e a danno della stessa comunità. Quindi, il potere e la ricchezza possono anche essere definiti come beni individuali e di potentato; mentre il benessere come bene di comunità. Il bene di comunità, invece, consiste in quei possedimenti, strutture e servizi di proprietà e allestimento comuni che la comunità stessa, attraverso le sue istituzioni, mette a disposizione dei singoli secondo regole e leggi: come il territorio, l’ambiente e le loro ricchezze; come gli ospedali, le scuole, le strade e ogni infrastruttura; come la tutela dell’incolumità, della felicità, delle aspirazioni di ognuno, ecc… Il singolo può contribuire al bene di comunità in due modi: con le tasse e con il comportamento. Con le prime egli cede le proprie ricchezze che, moltiplicate per tutti i contribuenti, gli ritorneranno indietro, enormemente accresciute, in beni che altrimenti non si potrebbe permettere: ad esempio, basti considerare il costo, insolvibile per il singolo, di beni necessari come un parco, un ospedale o una stazione di polizia. Con il secondo, invece, egli cede il suo potere: infatti, il rispetto, la dedizione, la solidarietà che il singolo rivolge agli altri e alle cose di tutti, magari a discapito delle proprie cose e di sé stesso, ritorneranno indietro, ancora moltiplicati, in benefici di nuovo enormemente accresciuti. Quest’ultimo, forse, rappresenta un concetto di difficile comprensione, alla cui esemplificazione, però, potrebbe essere d’aiuto la condizione estrema delle terre di mafia a paragone di quella dei paesi più solidi e solidali: i trilioni di euro e il comando del mafioso, in terra di mafia, sono come (amo ripetere questo paragone) borracce piene d’oro, e non di acqua, in mezzo al deserto; mentre i mille euro in un paese dove i servizi funzionino, l’ambiente sia accogliente e ci sia la solidarietà fra le persone fanno infinitamente di più la felicità. Dunque, il bene di comunità, cioè il benessere, è inversamente proporzionale al bene individuale o di potentato, cioè al potere e alla ricchezza: più questo diminuisce e deperisce più quello si rafforza e aumenta, e viceversa. Ciò perché la comunità è stata concepita proprio in opposizione all’individuo e al potentato. In altre parole, ogni concentrazione di potere e di ricchezza negli individui o nei potentati mina la robustezza e la stabilità della comunità: perciò, per il bene di questa, quella dovrebbe essere impedita o limitata. A scanso di equivoci, il concetto di bene e di benessere di comunità non è un concetto morale, ispirato dal Bene e dalla bontà, ma un concetto politico, ispirato dalla paura dell’impotenza e dell’impossibilità, e dalla smania di potenza e di possibilità. Ma è comunque un concetto utile a rendere più vivibile il consorzio umano, che altrimenti tenderebbe alla giungla. Tuttavia, la smania di potere e di ricchezza, insieme alla paura di smarrirli, degli individui e dei potentati rimane un tarlo che continuamente corrode e corrompe le fondamenta della comunità, e che occorre neutralizzare con prontezza, se si vuole che l’edificio comune non pericoli o non crolli.

Anche all’interno dello Stato, beninteso, rimane una certa quantità di conflitto fra individui e gruppi ristretti o potentati, e di conseguente incertezza. Anzi, essa è addirittura, oltre che naturale, necessaria al buon progresso di ogni cosa. Ma, proprio grazie alla costituzione dello Stato stesso, il conflitto, di necessità violento ed eslege, è trasformato in competizione, più che altro agonistica e, soprattutto, regolata dalle leggi e dalle regole.

Le donne e gli uomini, però, non sono giunti subito al concepimento e alla costruzione dello Stato, ma sono saliti attraverso livelli intermedi, come la famiglia, il clan e la stirpe. Tali livelli o piani intermedi, poi, non sono scomparsi, ma spesso sono rimasti imprigionati nelle nuove strutture statali, stratificandosi nel tempo, e oggi contribuiscono, al meglio, al sostegno dello Stato stesso, e, al peggio, ne marcano la debolezza strutturale e, addirittura, ne possono causare la rovina. Sono questi piani intermedi, gruppi o comunità di un tempo, a costituire, oggi, i gruppi ristretti o potentati della comunità statale moderna. La famiglia, senza dubbio, ha rappresentato il primo gruppo in cui, in età preistorica, gli individui si sono aggregati. In età storica, le famiglie con antenati comuni si sono aggregate a loro volta in clan, come le gentes che troviamo nel Lazio alla fondazione di Roma; i clan, poi, si sono aggregati in stirpi o popoli, come quelli delle genti germaniche che da sempre hanno premuto ai confini dell’Urbe. Nel Medioevo in Italia, oltre alle famiglie, erano presenti nelle comunità vari potentati, come le consorterie, le corporazioni, a Firenze chiamate anche arti, e le fazioni: le consorterie erano aggregazioni di famiglie nobili, di ceppo identico o anche diverso, che perseguivano gli stessi scopi di dominio, come delle specie di famiglie politiche e militari; le corporazioni erano aggregazioni di individui che svolgevano lo stesso mestiere e che perseguivano gli stessi interessi; e le fazioni erano i partiti politici, fortemente identitari, che conducevano la lotta politica con ogni mezzo, anche violento (infatti, il termine è passato a significare pure “fatto d’arme”). Nel Cinquecento, Seicento e Settecento le famiglie, le consorterie, le corporazioni e le fazioni si sono appannate, lasciando sempre più evidenza ai ceti, cioè ai grandi potentati sociali che, all’interno dello Stato, cominciavano a perseguire, in prime forme di concerto, il proprio utile. Tra le due Rivoluzioni Industriali, nell’Ottocento in tutta Europa, anche a seguito dei nuovi rapporti e delle nuove condizioni del lavoro, oltre che delle teorie marxiste, i ceti si sono evoluti in classi, ovvero in potentati organizzati, strutturati, con idee opposte di comunità, in lotta esplicita fra di loro. Nel Novecento infine, e soprattutto in Italia, le classi si sono pian piano sfaldate, divenendo pulviscolo umano tormentato dal soffio di potentati antichi e nuovi.

L’Italia e le sue occasioni perdute
E proprio in ciò consiste la magagna, all’apparenza irriducibile, del Belpaese: nel fatto che qui le persone non sono riuscite a concepire il salto, logico e comportamentale, dal potere e dalla ricchezza al benessere, e dal potentato alla comunità. In Italia lo Stato è stato edificato, ma nessuno lo considera la propria casa e tutti lo abbandonano alla rovina. Tutti si riparano, superstiti di se stessi, fra i ruderi dei potentati. I partiti operano con la logica della fazione. Confindustria e le altre Conf con la logica della corporazione; e troppo spesso, purtroppo, operano così anche i sindacati. Le burocrazie, il funzionariato, la Chiesa, l’Esercito, le forze dell’ordine con la logica della consorteria. La criminalità organizzata con la logica del clan. Un po’ tutti gli italiani con logica familistica. La stessa Monarchia, finché c’è stata, ha operato con logica del tutto familistica: in particolare il re Vittorio Emanuele III, il quale, in nome della casata, ha lasciato tracimare, senza fare a essi da argine, i peggiori difetti del popolo che reggeva, finendone egli stesso travolto. Sulle macerie dello Stato i potentati “prosperano”, in conflitto l’uno contro l’altro, o, al meglio, cercando un perno intorno a cui stare in equilibrio: nella storia dell’Italia unitaria tale perno è stato trovato, prima, nel notabilato liberale, poi in Mussolini, poi nella Democrazia Cristiana, poi nella partitocrazia, poi in Berlusconi, poi nei governi cosiddetti tecnici e, infine, in questa destra neo o post fascista; sempre pronti, i potentati, ad abbattere il perno non più funzionale, per sostituirlo con altri meglio oliati.

Eppure, nella storia italiana non sono mancate le occasioni di costruire uno Stato e una comunità solidi e solidali. Ma, per qualche ragione, esse sono sempre svanite. Passeggiando qua e là fra le epoche e gli eventi, mi vengono in mente due momenti e un uomo. Il primo è il Regno degli Ostrogoti in Italia, tra il 493 e il 553 d. C.: esso, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, era il regno romano-barbarico più potente, persino più di quello dei Franchi. La Penisola era ancora ricca, di persone, di beni e di cultura. La componente latina e germanica, seppure lentamente, si stavano fondendo in compattezza. Forse, lì avrebbero potuto attecchire le radici di un’Italia diversa, migliore, integra. Ma Giustiniano, imperatore romano del superstite Oriente, decise di riconquistare la culla dell’Impero: la guerra avvampò per diciotto lunghi anni, a dimostrazione della coesione di quel regno e di quelle genti, bruciando città, campagne e, forse, anche un sogno. Il secondo è l’età comunale, tra Duecento e Trecento: allora, gli italiani, dopo i Greci di Solone e di Pericle, riscoprirono il governo largo, cioè la democrazia. Le città d’Italia, di nuovo, traboccavano di persone, di beni e di cultura. Ma nessuna di esse riuscì a spiccare e a radunare intorno a sé le altre in una patria. E nemmeno ci riuscì, e riuscì a formarsi, una classe dirigente: le aristocrazie dei comuni italiani, infatti, provenivano dal denaro, non dalla terra e dalla guerra come quelle dei regni europei, e tendevano agli affari e all’intrigo, piuttosto che all’onore. L’uomo è Garibaldi, nell’Ottocento, repubblicano che per necessità si fece spada del re. Forse, se ci fosse stata tanta lungimiranza e, insieme, tanta umiltà da parte del Regno Sabaudo da affidare a lui, al suo coraggio e al suo genio militare le guerre d’indipendenza, magari gli italiani, insieme all’Italia, sarebbero stati forgiati nell’epopea, e non pasticciati nel rocambolesco. E magari, così, essi avrebbero avuto qualche gloria a pretesto per amare il loro paese. Ma, probabilmente, questa è solo una utopia.



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