Gli spiriti dell’isola: guerra e pace sono energie senza ragione

Candidato a nove statuette ai premi Oscar 2023, Gli spiriti dell’isola – The banshees of Inisherin – di Martin McDonagh con Colin Farrell è un film spiazzante che produce interrogativi e discussioni, stanando la sostanziale impostura di ogni copertura morale alle guerre.

Alessia Zappa

The Banshees of Inisherin – Gli spiriti dell’isola nel contestato adattamento italiano – è un film senza una morale. Per questo è spiazzante. Come spiazzante era “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, il precedente film del regista anglo-irlandese Martin McDonagh, veterano della black comedy. Stavolta, dal Missouri, lo sguardo di McDonagh torna a posarsi, come già in passato, sull’Irlanda natía. L’immaginario isolotto di Inisherin che guarda da vicino alla “terraferma” – ma è solo un’isola appena più grande, vicina a un’altra isola ancora più grande – dove si combatte una guerra fratricida, sollevando nuvole di fumo che attraversano il cielo e le nuvole.

È il primo giorno di aprile del 1923 e la vita di una piccola comunità che non aveva conosciuto altro, fino a quel momento, che animali da pascolare e pinte di birra scura alle due, rimarrà sconvolta in breve tempo da un insensato scatenarsi di eventi. Eventi senza una morale, che a film concluso, mentre scorrono i titoli di coda sulle note di Brahms, ti lasciano lì, ancora nel buio, a chiederti che cosa volesse davvero dire questa storia che mescola gentilezza e cattiveria, amicizia e risentimento, pace e impossibilità di pace, comunità e libertà, spiriti e persone.

La storia di un’amicizia brutalmente e unilateralmente interrotta fra Colm Doherty (Brendan Gleeson), uomo di campagna dalle vocazioni artistiche, e Pádraic Súilleabháin (Colin Farrelle), pastore semplice e “gentile” che ogni pomeriggio, al tocco di campana delle due, va a chiamare l’amico per una pinta insieme al pub di paese. Finché Colm non informa l’amico che, senza un perché, “non mi vai più a genio” e che da quel momento non dovrà più importunarlo, sebbene si vedano ogni giorno nello stesso pub e condividano gli stessi, pochi sentieri segnati dai parapetti di pietra che portano al villaggio. Non c’è vero motivo per la fine di quest’amicizia, né per tutto ciò che accade dopo. Ma Colm ha deciso così. E la sua determinazione a mantenere la posizione presa andrà fino in fondo, nonostante tutto, nonostante le conseguenze. A nulla varanno i tentativi di altri personaggi, come la sorella di Pádraic, Siobhán – interpretata da Kerry Condon – o il giovane Dominic (Berry Kheogan), il prete della parrocchia o gli amici del pub – di riportare la pace. Una volta innescata la miccia, non si torna indietro. Nonostante Colm Doherty motivi la sua azione proprio con “il bisogno di pace”.

Ma non c’è pace per gli uomini. E forse, più che un film senza una morale, Gli spiriti dell’isola è un film contro l‘esistenza stessa di una morale. Contro l’esistenza stessa di quella che chiamiamo pace.
Colm Doherty in cerca di pace e colmo di tormento dà il via con un atto immotivatamente, insensatamente ostile a una catena di eventi che produrrà una guerra. Aveva la pace ma non lo sapeva, aveva la pace ma non la voleva. Voleva invece l‘affermazione di sé. Voleva liberare energia. Voleva quella che chiamiamo “autodeterminazione” che sempre ci appare come un sacrosanto diritto, finché non si scontra con l’autodeterminazione altrui.

Ad azione, infatti, corrisponde reazione: Pádraic risponde all’ostilità dell’amico mettendo da parte tutta la gentilezza per la quale è benvoluto da tutti, liberando il suo demone e trasformando l’amicizia in odio e vendetta. Nessuno vince, tutti perdono. Nessuno ha ragione, tutti hanno torto. Solo Siobhán ha ragione, e seguendo la ragione decide l’unica via possibile per la pace: la fuga. Salvandosi prima che gli eventi, sotto gli occhi fatalisti ma attenti della vecchia megera McCormick, prendano una piega impossibile da rimediare.

Ai premi Oscar 2023 The Banshees of Inisherin è candidato a ben nove statuette, fra cui quella per miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, e un riconoscimento per tutti gli attori principali: Gleeson, Farrell, Condon, Kheogaon. Sono tutte nomination più che meritate e l’augurio è che ne vinca più d’uno. Il resto della magia, in questa pellicola ce lo mette l’Irlanda, con i suoi colori e i suoi paesaggi, la sua luce, ma anche la sua storia archetipica: un universale nel particolare, l’universale della guerra civile che scoppia fra fratelli e insanguina una terra baciata dal miracolo della bellezza. E niente può la vicinanza a Dio, la fede così presente nel quotidiano del popolo. Anzi, proprio la fede ha ottenuto, forse, l’effetto di far zittire “gli spiriti dell’isola”, quelle banshees, le fate celtiche, che annunciando la morte nel pianto inneggiavano in realtà alla vita, invitavano all’accettazione della vita.

Gli spiriti dell’isola parla con la voce delle banshees, raccontando quel lato della realtà che non siamo, ormai da qualche millennio, disposti ad accettare: che gli esseri umani sono attraversati da energie che precedono e contraddicono ogni costrutto morale, che pace e guerra sono sempre l’espressione delle energie e mai dei valori, che non esiste ostilità che non produca conseguenze, che per mantenere la pace — la tremenda saggezza delle donne dalla notte dei tempi — c’è solo una strada: tenere lontana la guerra, tenersi lontani dalla guerra, lasciare gli uomini a scannarsi fra loro a debita distanza. Pensare di poter spegnere l’energia di guerra è l’inizio di una lunga, tragica finzione. Ammantarla di morale non è che una impostura: come il suono delle campane o la statua della Madonna all’ingresso del villaggio, che mentendo ogni giorno con il suo messaggio impossibile ha tolto la voce alle fate.

“Gli spiriti dell’isola” è un film che non ti regala nessuna emozione a buon mercato. Piuttosto ti fa interrogare e apre uno squarcio su quelle verità degli esseri umani che sopravvivono alle storie che ci raccontiamo, a tutte le morali con cui copriamo la brutalità radicale di ciò che gli uomini sono. È un film che se visto insieme ad altri, può arrivare a suscitare anche discussioni animate, posizioni polarizzate. E anche questo sembra uno dei messaggi che il film manda: quando nell’aria si liberano gli spiriti della guerra, non c’è verso di sfuggirgli, se non rinunciando, come fa Sióbhan, a tutto di te per mettere una distanza. La forza della ragione è solo nella distanza. Ma se la guerra ti tocca, non si sfugge; neanche se sei solo uno spettatore.



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