“Gloria” di NoViolet Bulawayo: una “Fattoria degli Animali” made in Zimbabwe

Gloria, il nuovo libro di NoViolet Bulawayo, pseudonimo di Elizabeth Zandile Tshele, è un romanzo storico sui generis che trasfigura la storia più recente dello Zimbabwe e della sua gente, nella brillante narrazione satirico-allegorica della tirannia al potere. Nel romanzo Jidada è un paese abitato solo – o quasi - da animali da fattoria: maiali, capre, pecore, gatti, galline, anatre, pappagalli, struzzi. Il Padre della Nazione è un vecchio cavallo; sua moglie Marvelous, First Femal di Jidada, è un’asina fascinosa. L’esercito di fedelissimi, una banda di belve violente e crudeli, cani armati di manganelli, lacrimogeni, scudi, fucili. E così via.

Paola Splendore

In un paese africano, Jidada, si celebra la festa dell’indipendenza. Fin dal mattino sotto un sole spietato la folla è radunata nella piazza principale in attesa di Sua Eccellenza il Padre della Nazione, il Leader leggendario, l’Unto del Signore che ha liberato il paese dai coloni bianchi e da quarant’anni lo governa come un sovrano. Sul palco d’onore, sotto un tendone bianco, siedono insieme agli Eletti di Jidada, familiari e amici del Padre della Nazione, i membri del Gran Consiglio dei Ministri che più tardi si avvicenderanno sul podio a parlare: “il ministro della Corruzione, il ministro dell’Ordine, il ministro delle Cose, il ministro del Nulla, il ministro della Propaganda, il ministro per gli Affari Omofobici, il ministro della Disinformazione e il ministro del Saccheggio”.
Comincia così, nell’ottima traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Gloria (La nave di Teseo 2023), il nuovo romanzo di NoViolet Bulawayo, pseudonimo di Elizabeth Zandile Tshele, nata nel 1981 a Tsholotsho e cresciuta a Bulawayo, successivamente emigrata negli Stati Uniti, dove risiede tuttora. Prendendo spunto dalla Fattoria degli animali di Orwell (1945), Bulawayo scrive un romanzo storico sui generis che trasfigura la storia più recente dello Zimbabwe e della sua gente, nella brillante narrazione satirico-allegorica della tirannia al potere. Jidada è un paese abitato solo – o quasi – da animali da fattoria, maiali, capre, pecore, gatti, galline, anatre, pappagalli, struzzi. Il Padre della Nazione è un vecchio cavallo, sua moglie Marvelous, First Femal di Jidada, è un’asina fascinosa, l’esercito di fedelissimi, una banda di belve violente e crudeli, cani armati di manganelli, lacrimogeni, scudi, fucili. E così via.
A dieci anni di distanza dall’esordio con C’è bisogno di nuovi nomi (Bompiani 2014), finalista al Man Booker Prize, NoViolet Bulawayo torna con una voce ironica e dissacrante sul disastro della storia più recente del suo paese e le aspettative deluse della politica, confermando le sue notevoli capacità di scrittura e di invenzione narrativa. Nel primo romanzo erano le scorribande di un gruppo di bambini affamati e straccioni di una township, impegnati tutto il giorno nel furto di guava, l’unico cibo gratis a disposizione, a denunciare lo sbando e la miseria dell’era di Mugabe. Nelle 420 pagine di Gloria scorrono quarant’anni di storia dello Zimbabwe ­– attraverso guerre di liberazione, rivoluzioni, colpi di stato – narrati e commentati da chi l’ha vissuta e la vive ogni giorno, una voce collettiva, corale, la massa indistinta del popolo che osanna il leader per quiescenza e per paura delle violente repressioni. Ma poiché “Perfino le scimmie cadono dagli alberi”, anche per il Vecchio Cavallo arriva l’alba fatale in cui dovrà accettare di guardare in faccia la realtà, “perché le speranze schiacciate, i sogni traditi, le promesse di indipendenza infrante, tutto questo aveva fatto cambiare idea a noi fedeli e pazienti sostenitori, cosicché quando il Padre della Nazione si aspettava … che insorgessimo in suo nome, noi invece ci riversammo nelle strade … per dargli il colpo di grazia”. La notizia delle dimissioni scoppia come un incendio, le strade si riempiono di animali che inneggiano alla libertà ritrovata e, per la prima volta, “dimenticammo la nostra paura, la nostra dolorosa storia… e posammo per i selfie con i soldati”.
Né il colpo di stato né le nuove elezioni, truccate come le precedenti, e tanto meno il nuovo presidente, ex-vice di Vecchio Cavallo, porteranno a un cambiamento sostanziale. L’espressione Nuovo Ordinamento, ripetuta dappertutto come una formula magica dal nuovo presidente, ripropone la stessa politica di corruzione, le stesse ingiustizie e disuguaglianze che dividono le due etnie principali, il gruppo maggioritario degli shona e i ndebele, emarginati nelle township. Non c’è futuro per Jidada e il capitolo sulle elezioni si intitola opportunamente “Passato, presente, futuro, passato”.

Tra la massa informe e innominata della popolazione, si distinguono le femals, il termine coniato da Bulawayo in opposizione ai maschi (mals) per il genere femminile, disposte a rischiare tutto per far valere i più elementari e sacrosanti diritti umani. Come fanno le Sorelle degli Scomparsi, un gruppetto di femals nude che nel corso della Festa dell’Indipendenza, proprio mentre parla il Padre della Nazione, irrompe sul palco urlando “Ridateci gli scomparsi!”. Ritroveremo queste femals dotate di coraggio e di una testa pensante nella township di Lozikeyi, dove sono ambientati i capitoli del romanzo che mostrano con maggiore lucidità e compassione lo stato della nazione. La voce corale qui lascia il posto alla voce e allo sguardo della capra Destiny, tornata in patria dopo un’assenza di anni per ritrovare sua madre Simiso di cui si erano perse le tracce. Con l’aiuto delle altre femals del quartiere le due donne si ritroveranno, e dai racconti della madre Destiny potrà recuperare l’eredità di lotta anticoloniale della famiglia. In memoria di tutti i suoi parenti assassinati e soprattutto del nonno, morto nella rivoluzione del 1983, Destiny scriverà la loro storia, intitolata Rosse farfalle di Jidada, sotto forma di una preghiera “per i morti, che non sono morti”.  Le conversazioni tra le donne della township, e le pagine che accompagnano Destiny  al suo tragico destino, sono tra le più intense e drammatiche del romanzo. Il finale ritrova tuttavia un tono di speranza, l’auspicio che il popolo di Jidada possa riprendersi la propria vita, e lottare per una nuova liberazione dell’Africa dall’oppressione neocoloniale, sognare una nuova Africa, un nuovo ordine mondiale, con la creazione di una nuova bandiera, un gigantesco fiore di loto rosso, e un nuovo inno nazionale.
Sono tanti gli stili e i registri che Gloria ingloba nel suo linguaggio intercalando alle modalità della narrazione orale i modi della favola e quelli di WhatsApp e Facebook, con interi capitoli fatti di messaggi Twitter, termini e modi di dire della lingua locale, come l’immancabile locuzione tholukuthi, e proverbi fantasiosi, come “Non si prende una termite per la testa”, “Perfino le scimmie cadono dagli alberi” e “Ricchi e poveri non giocano insieme”. Proprio in questi giorni si svolgono in Zimbabwe le elezioni per il nuovo Presidente e il rinnovo del Parlamento. Se è vero che “Non c’è notte così lunga che non si concluda con l’alba”, chissà che non sia arrivato il momento di farla finita con l’Era del Coccodrillo!
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