Il gossip del XXI secolo e la tirannia della benevolenza

Da Bill Gates a MacKenzie Scott e Laurene Powell, i magnati delle fondazioni sono i nuovi protagonisti del gossip: in quanto monarchi assoluti assolvono le stesse funzioni simboliche che nel secolo scorso ricoprivano le dinastie regali e aristocratiche.

Marco d'Eramo

Se cerchiamo di ricordare i gossip che fecero più rumore nel secondo dopoguerra del secolo scorso, quelli che leggemmo o di cui sentimmo parlare (o su cui furono addirittura girati film), troviamo: il matrimonio del principe Ranieri III di Monaco con l’attrice americana Grace Kelly (1956); il divorzio strappalacrime (1958) tra lo Scia Reza Palhavi e Sorāyā Esfandiyāri Bakhtiyāri (“la principessa triste”) che “dovettero” lasciarsi nonostante – dicono le cronache – “si amassero follemente”; il divorzio della cantante d’opera Maria Callas innamorata dell’armatore greco Aristotele Onassis (1959); le avventure (1954-1962) tra l’attrice Marilyn Monroe e il presidente Usa John Fitzgerald Kennedy (e suo fratello Bob Kennedy); e la conseguente storia tra la vedova Jacqueline Kennedy con Onassis che per lei lasciò la Callas (1968); i ripetuti innamoramenti e abbandoni (a colpi di diamanti) tra gli attori Liz Taylor e Richard Burton; fino all’ultimo grande gossip del XX secolo, il divorzio (1996) dal principe Carlo d’Inghilterra e poi la morte (1997) di Lady Diana (Frances Spencer). Siamo nel lusso delle isole di proprietà, dei gioielli, dello Chanel n. 5 come unico pigiama. Siamo nel bel mondo degli aristocratici, persino regnanti, dei capi di stato, delle attrici famose delle dive dell’opera: le prime donne.

Se invece guardiamo la cronaca del XXI secolo non troviamo più il mondo sfavillante della nobiltà e delle celebrità, ma entriamo nei consigli di amministrazione delle corporations. Nella seconda metà del secolo scorso le morti che suscitarono commozione furono quelle di Evita Peron, moglie del politico argentino Juan Peron dello scrittore Albert Camus, dei musicisti Jimi Hendrix e Janet Joplin, oltre ai già menzionati Jack e Bob Kennedy, Marilyn e Diana. In questo secolo invece la morte che di gran lunga si staglia come risonanza mondiale è quella di Steve Jobs, il fondatore dell’industria Apple.

Se invece cerchiamo il gossip che ha tenuto banco negli ultimi mesi (e sta ancora occupando le pagine anche dei giornali più seri), troviamo il divorzio (maggio 2021) tra Bill Gates e Melinda French Gates (“The political awakening of Melissa French Gates”, Financial Times 11 luglio 2021). Come nei classici casi di cronaca scandalistica del secolo scorso, anche per la coppia Gates-French solo a poco a poco sono emersi i dettagli più pruriginosi, come la frequentazione di Bill con quel Jeffrey Epstein condannato per abuso su minorenni e trovato morto nella sua cella nel 2019 (da questo punto di vista fu molto più abile a evitare il gossip Jeff Bezos quando nel 2019 divorziò da MacKenzie Scott).

Ma, contrariamente alle apparenze e ai precedenti storici, per quanto conditi dalle inevitabili tresche e altrettanto inevitabili corna, non è l’aspetto erotico-sentimentale di questi pettegolezzi a titillare la pubblica sensibilità e a destare l’attenzione dei media. È il denaro, denaro puro e semplice. È il denaro che eccita le fantasie di chi legge avido queste cronache. Denaro, non lusso: tra il lusso e il denaro c’è la stessa differenza che separa l’erotismo dall’hard porno: mentre il lusso è un’entità semiotica, che significa e rinvia ad altri significati (il denaro, appunto, ma anche una cultura, uno stile), il denaro significa solo se stesso, significa il proprio potere.

Così leggiamo, in un capogiro numerico, che al momento del divorzio, due anni fa, Jeff Bezos cedette a MacKenzie Scott il 4% delle azioni di Amazon, che allora valevano 38 miliardi di dollari; mentre sappiamo che alla morte di Steve Jobs la vedova Laurene Powell ricevette in eredità la quasi totalità del patrimonio di Steve Jobs, allora stimato intorno ai 10,8 miliardi di dollari (che comprendevano 5,5 milioni di azioni Apple). Non è invece ancora chiaro il patrimonio che resterà in mano a Melinda French Gates, di certo superiore ai 3 miliardi di dollari e inferiore ai 65 miliardi.

In questa girandola di miliardi un altro dato colpisce. Nel secolo scorso le signore dell’alta società completavano la loro educazione in collegi privati, per lo più svizzeri, come l’Institut Alpin Videmanette (frequentato da Lady Diana e, più di recente, dall’imprenditrice della moda Tamara Mello), il Mon Fertile (Camilla Parker Bowles), l’Institut Le Mesnil (Regina Anna Maria di Grecia), il Brillanmont (Maharani di Jaipur), ma anche negli Usa, come il College Finch (Isabella Rossellini) a Manhattan.[1]

Invece le signore miliardarie di oggi hanno un percorso più mirato: per esempio Laurene Powell ha conseguito un B.A. in scienze politiche, poi un B.S. in economia alla Wharton School, infine un M.B.A. alla Stanford Graduate School of Business; nel frattempo aveva lavorato per tre anni nella banca d’affari Goldman Sachs e per Merril Lynch Asset Management. Mentre Melinda Ann French aveva conseguito un bachelor in computer science e in economia a Duke e poi un MBA alla Fuqua School of Business di Duke. La traiettoria di MacKenzie Scott sembrava meno mirata, visto che aveva studiato letteratura a Princeton con Toni Morrison e ha poi scritto romanzi, ma anche lei ha avuto il suo apprendistato manageriale: “lei era coinvolta a fondo nell’impresa di Amazon quando fu lanciata: oltre a lavorarvi come contabile, partecipava alle riunioni ideative e andava persino a spedire degli ordini con UPS”.[2]

Il sociologo Pierre Bourdieu notava come l’istruzione delle donne fosse stata rivoluzionata nel XIX secolo dai mutamenti nel mercato matrimoniale, dal nuovo tipo di dote che la nuova borghesia emergente richiedeva per le signorine da marito: non interessava più soltanto che portassero in dote proprietà terriere, denari e gioielli, ma era indispensabile che sapessero gestire un salotto, suonare al pianoforte, conversare possibilmente in francese. Le “signorine” dovevano essere istruite e non solo più a ricamare e a dirigere una cucina.

Ora noi assistiamo a una nuova rivoluzione del mercato matrimoniale dove al saper suonare Chopin al pianoforte si preferisce il saper valutare il momento più opportuno per comprare o vendere subordinate risk swaps sul mercato dei derivati.

Se una volta nei gossip con le foto indiscrete dei paparazzi si denudavano i corpi, ora seni e natiche restano coperti (non ci sono foto in giro in bikini o in topless di queste signore e neanche dei loro ex mariti), ma vengono denudate le finanze, si scoprono i loro patrimoni, si sbottonano i portafogli. I “gioielli indiscreti” di cui parlava Diderot si sono trasformati in gioielli veri e propri, anzi nel loro brutale controvalore monetario.

La separazione dei Gates è esemplare. Più “si scoprono gli altarini” e meno sembrano contare le gelosie e le corna, reali o immaginate (è quasi disarmante l’approccio tartufesco di Bill Gates che, quando invitava con una email una signora a cena, le scriveva in post-scriptum. “If this makes you uncomfortable, pretend it never happened[3]), e molto contano invece gli screzi sulla gestione e sul controllo della Fondazione Gates, che detiene assets per 49,8 miliardi di dollari. Lo scontro tra i Gates avviene su chi decide di questo regno, ed è qui che la faccenda acquista i toni duri e sgradevoli di ogni separazione. Ben l’ha capito Warren Buffett (detto “l’oracolo di Omaha”), uno degli uomini più ricchi (e più sinceri) al mondo (patrimonio di 104 miliardi di dollari), che controlla il conglomerato Berkshire Hathaway: Buffett era entrato nella Bill & Melinda Gates Foundation nel 2006 e nel corso degli anni vi ha versato 33 miliardi di dollari e fino a quest’anno ne era uno degli amministratori. Ma appena si è parlato di divorzio in casa Gates, si è ritirato a gambe levate (per quanto glielo permettano i suoi 91 anni).

Perché in fondo alla strada di tutte queste montagne di soldi c’è sempre la beneficienza. È straordinario quanto sono buoni i miliardari! E è altrettanto straordinario quanto poco si discuta e quanto poco siano criticate le fondazioni. Non si sa per esempio che sono un’istituzione relativamente recente (riguardo al suo attuale statuto giuridico), risalente solo alla prima guerra mondiale. Non si sa che al momento in cui fu introdotta quest’entità che ci sembra così ovvia, così normale, quasi necessaria come l’aria che respiriamo, e cioè “la fondazione”, essa suscitò una levata di scudi, un’opposizione indignata, non solo da parte del sindacato Usa, ma di politici dell’establishment come Theodore Roosevelt e William Taft. Si conoscono solo approssimativamente i benefici fiscali di cui le fondazioni godono, si sa solo vagamente che i soldi donati alle fondazioni sono esenti da tasse. Ma non si sa che sono esentasse anche i redditi che le fondazioni ricavano dai propri investimenti: supponiamo (per pura ipotesi) che la fondazione Gates investa in azioni Microsoft: ebbene i dividendi di quelle azioni (o le plus valenze in caso di rivendita) sarebbero esentasse, mentre invece i dividendi ricevuti dagli altri azionisti sarebbero decurtati dal fisco.

Questo spiega uno dei misteri gloriosi delle fondazioni e cioè che, per quanto donino, i loro assets continuano a crescere. Si sa che a Scott MacKenzie i miliardi bruciano in mano e non vede l’ora di darli via, così ha dato 4,1 miliardi nel 2020, altri 8 nel giugno di quest’anno e così via. Ma, a stare al Bloomberg Billionaire Index al 9 agosto del 2021 il suo patrimonio ammontava a 59,2 miliardi di dollari, mentre lei nel 2019 ne aveva ricevuti “solo” 38: questa crescita è dovuta anche al fatto che il corso delle azioni Amazon è passato da 1,789 dollari (valore medio nel 2019) a 3,341 dollari nell’agosto 2021. Ma anche il patrimonio di Laurene Powell non diminuisce mai, nonostante le sue donazioni: era di 21 miliardi nel 2012, è di 22,5 miliardi nell’agosto 2021. Spettacolare e costante è la crescita degli assets della

Bill & Melinda Gates Foundation: 21,1 miliardi di dollari nel 2000

29,1 2005

37,4 2010

40,4 2015

51,9 2020

Il risultato è che le elargizioni delle fondazioni sono finanziate con le esenzioni fiscali, cioè con denaro pubblico: per esempio nel 2011 le elargizioni totali da parte delle fondazioni statunitensi ammontarono a 49 miliardi di dollari, ma nello stesso anno i sussidi fiscali alle opere benefiche costarono all’erario Usa 53,7 miliardi di dollari:[4] cioè le beneficenze Usa avevano donato 4,7 miliardi in meno di quanto erano costate al Tesoro Usa, quindi tecnicamente non avevano dato nessun denaro proprio, ma quello altrui, dei contribuenti. (Ho trattato in modo più esauriente le fondazioni nel mio ultimo libro, Dominio. La guerra invisibile dei ricchi contro i poveri (Feltrinlli), in particolare ne capitolo “La tirannia della benevolenza”).

Ma c’è di più: la condotta delle fondazioni è insindacabile perché, a meno di perseguibilità penale, non devono rispondere a nessuno delle loro azioni: “Se un progetto fallisce, cittadini e regioni ne soffriranno, ma i benefattori passeranno semplicemente al loro progetto successivo”.[5]

E ancora: la fondazione stimola e incoraggia un atteggiamento servile: di fronte alle fondazioni siamo tuti questuanti venuti a elemosinare un supporto, un finanziamento, un sussidio logistico.

Il concetto stesso di fondazione è così aberrante da scandalizzare persino uno degli alfieri più integralisti della scuola di Chicago, quel Richard Posner che aveva propugnato un “free baby market” come meccanismo ottimale di adozione, cioè la compravendita pura e semplice dei bambini. Ebbene, persino costui scrive:

“Una fondazione benefica perpetua è un’istituzione completamente irresponsabile, che non risponde a nessuno. Non compete né sui mercati del capitale né su quelli del prodotto (…) e, a differenza di una monarchia ereditaria cui per altri aspetti una fondazione somiglia, non è soggetta nemmeno a controllo politico (…) Il mistero per l’economia è perché mai queste fondazioni non sono uno scandalo totale”.[6]

Con la brutalità che gli è solita, Posner ha toccato il punto dolente: la fondazione è una monarchia, neanche costituzionale, è una vera e propria monarchia assoluta. Forse adesso si capisce perché i magnati delle fondazioni siano i protagonisti del gossip del XXI secolo: in quanto monarchi assoluti, con tutto l’arcano potere che è associato a questa figura, assolvono le stesse funzioni simboliche che nel secolo scorso ricoprivano le dinastie regali e aristocratiche. Solo che una volta i regni erano gli stati, e i feudi erano le regioni. Ora sono le corporations (e le fondazioni): il marchese di Boeing, l’arciduca di Facebook, il principe di Google, il langravio di Amazon.

[1] Alice Gregory, “Lessons from the last Swiss finishing school”, New Yorker, October 1, 2018: https://www.newyorker.com/magazine/2018/10/08/lessons-from-the-last-swiss-finishing-school

[2] Jonah E. Bromwich and Alexandra Alter, “Who is MacKenzie Scott?” The New York Times January 12, 2019: https://www.nytimes.com/2019/01/12/style/jeff-bezos-mackenzie-divorce.html

[3] Bess Levin, “Bill Gates reportedly had a thing for asking female employees out on dates while married”, Vanity Fair, May 17 2021: https://www.vanityfair.com/news/2021/05/bill-gates-female-employees-dates.

[4] Rob Reich: Philantropic Institutions are Plutocratic by Nature, Can They Be Justified in Democracy? apertura del Forum What are the Foundation For? nella “Boston Review” del primo marzo 2013: http://bostonreview.net/forum/foundations-philanthropy-democracy.

[5] Joanne Barkan, “Plutocrats at Work: How Big Philantropy Undermines Democracy”, I The Guardian 3 dicembre 2015.

[6] “Charitable Foundations Posner’s Comment” in The Becker-Posner Blog: https://www.becker-posner-blog.com/2006/12/charitable-foundations–posners-comment.html. Va detto che la Fondazione Bill & Melinda Gates (come già la fondazione Ollin) non è perpetua, si è data un limite temporale: tutti i suoi assets dovranno essere stati donati entro venti anni dalla morte del suo ultimo fondatore superstite.

 

(credit foto Kjetil Ree, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons)



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