Draghi, minaccia o salvezza?

Se guardiamo alla composizione il passo indietro rispetto al Conte 2 è evidente, ma Draghi ha dalla sua una superiorità di stile e credibilità che fanno la differenza. Il "zitti e mosca" che circonda questo governo però non è un buon segnale. L'editoriale del direttore di MicroMega.

Paolo Flores d'Arcais

Il governo Draghi è un pericolo per la democrazia, come dicono tanti democratici? O costituisce invece una svolta positiva, addirittura una salvezza, che chiude la stagione dei populismi, come sostengono in altrettanti e di più (non tutti democratici a 18 carati)?

Il governo Conte 2 era brutto assai, suo merito principale (forse unico) che l’opposizione Salvini-Meloni-Berlusconi sarebbe stato assai peggio, abissalmente peggio (del Conte 1 non è neppure il caso di parlare, era in realtà il governo Salvini, ed è tutto detto).

Se guardiamo alla composizione del governo Draghi, ai suoi ministri e sottosegretari, tranne rarissime eccezioni il passo indietro è evidente, in alcuni casi smaccato e in taluni ai confini dell’ingiurioso.

Se guardiamo ai provvedimenti, all’azione effettiva, cartina di tornasole per ogni realtà politica, sul Covid la linea seguita è pressoché identica a quella del Conte 2: analoghi i contrasti dentro il governo tra rigorosi e permissivi, analogo l’imporsi dei primi (con il governo Draghi fin qui, almeno. Nel governo Conte 2 prevalentemente, ma non sempre).

Va detto che con entrambi i governi (ma è una costante per quasi tutti i governi europei. Ahimè: perché mal comune non è mezzo gaudio) le necessarie misure rigorose vengono prese regolarmente in ritardo, di due o tre settimane, per far sì che la famosa “opinione pubblica” (cioè la canea dei mass media), con l’acqua alla gola, accetti i sacrifici cui si sarebbe ribellata quando sarebbero stati più efficaci.

Proprio qui, però, si manifesta una differenza corposa tra il governo Draghi e il precedente. Mentre contro le misure, necessarie, necessarissime, ripetiamolo, e semmai sempre in ritardo, del governo Conte 2, gli alti lai si sprecavano in uno sbragare rumoreggiante di demagogia, di fronte al rigore del governo Draghi nessuna protesta. Nemmeno un mugugno.

Perfino chi nel governo, o nella maggioranza parlamentare (in genere le destre), aveva chiesto l’opposto, misure più morbide, “comprensione” per questa e quella categoria, classe d’età, necessità produttiva o psicologica, una volta che Draghi ha deciso non apre più bocca. Tace e acconsente. Zitto e mosca.

È un bene?

Poiché le “critiche” erano quasi sempre demagogia, ululare preconcetto, appello ai depositi più spuri dei fondali psichici di un genere animale a torto definito Homo sapiens, è stato ed è più che un bene. Ma i motivi del zitti e mosca germoglia davvero da una rinuncia alla demagogia della Lega di Salvini e delle residue truppe di Berlusconi, o è solo una auto-mordacchia temporanea, nella convinzione che questo sofferta dieta priva di tossine sobillatorie valga a propiziare tra due anni il successo elettorale, e dunque la “presa del potere”, che i sondaggi continuano a proclamare?

La seconda, ahimè e certamente, se non si è rinunciato ad avere occhi per vedere e orecchi per intendere.

Ovviamente Draghi ha una superiorità, rispetto a tutti i politici, nello stile e nella credibilità. La seconda gli viene da quel “whatever it takes” con cui ha prevalso sulla Merkel e i banchieri tedeschi, che non sono pinzillacchere. Quanto al primo, benché Georges-Louis Leclerc, Conte di Buffon, esagerasse nel sostenere che lo stile è l’uomo, non piegarsi alla servitù di un tweet dopo l’altro, una polemicuzza dopo l’altra, una comparsata dopo l’altra da Barbara d’Urso, Massimo Giletti o chi più ne ha più ne metta, è un passo in avanti da stivali delle sette leghe.

E quando le scelte di Draghi saranno sbagliate? Temo che calerebbe comunque il zitti e mosca. Draghi non si discute, senza di lui il caos. Ma la mancanza di critica, questa volta, segnerebbe certamente un deficit di democrazia, nella società civile, nel giornalismo che è (dovrebbe essere) il suo strumento permanente. Nella società politica è già avvenuto, non appena all’opposizione si trovano solo gli ex-neo-post fascisti, o come si preferisca edulcorare, di Giorgia Meloni.

Ho scritto “quando saranno sbagliate”. Non ho scritto “se fossero sbagliate”, poiché quelle sbagliate ci sono già. Fronteggiare il Covid con vaccini e “distanziamenti” sociali ha la priorità, Draghi su questo è fin qui encomiabilmente razionale. Ma poi, e anzi parallelamente, proprio il Covid mette tutte le società occidentali di fronte alla necessità improcrastinabile di una Nuova Politica Economica. E qui Draghi sta già sbagliando tutto. I nomi che ha scelto per la sua NEP (suona meglio di NPE, e absit iniuria verbis) sono un fior fiore di ultraliberismo, di giavazzismo.

Ma la lezione della pandemia suona su opposto pentagramma. La stessa impreparazione con cui le società occidentali sono state colte dalla pandemia è figlia di quarant’anni di liberismo. Gli allarmi su un’incombente e statisticamente inevitabile “peste” (in tempi brevi!!! anni, non decenni) erano reiterati, ufficiali e ufficiosi (dall’Oms a Bill Gates), ma prenderli sul serio avrebbe significato invertire e smantellare proprio il dogma liberista, egemone al punto da essere diventato unica lingua pronunciabile, avrebbe implicato incrementi massicci nella sanità pubblica e perfino nell’urbanistica, insomma welfare e ancora welfare.

Perciò i governi hanno fatto orecchi da mercante, impoverito gli ospedali di medici, infermieri, strumenti di protezione, impoverito socialmente i già meno abbienti, e quando il virus ha cominciato a circolare ha trovato un eden (per lui!) dove crescere, moltiplicarsi e non incontrare sufficiente contrasto.

Non sono considerazioni che faccio col senno di poi. Il mio dialogo con Zagrebelsky sul numero 3/2020, a pandemia appena iniziata, era incentrato proprio su questo.

Resta la questione del “realismo”. Ogni altro governo sarebbe peggiore di quello Draghi? Il Conte 2 di M5S-Pd (a parte la debordante mediocrità) era un governo senza maggioranza, cioè strutturalmente un ectoplasma. A farlo nascere, con voti determinanti, era stato chi detestava tanto il M5S che il Pd: Matteo Renzi. Tuttavia questo “realismo” ci offre solo l’alternativa della padella o della brace. Poter scegliere, senza di che non c’è libertà e meno che mai potere del cittadino, è tutta un’altra cosa.

Di chi la responsabilità dell’attuale morta gora?

Delle due forze politiche, M5S e Pd, che il 5 marzo 2018, a urne elettorali scrutinate, numericamente avrebbero potuto dar vita a un autentico “governo dei migliori”, senza esponenti di partito, MicroMega fece anche i nomi. Per una scelta così razionale, in linea con le esigenze del paese, avrebbero però dovuto essere diversi da quello che sono.

Ora che Zingaretti ha certificato che il Pd, nel suo intero ceto dirigente, “fa schifo”, perché dedito solo a poltrone e strapuntini, e che Grillo ha ratificato che il M5S non ha nessun leader e va rivoltato da cima a fondo, consegnandolo a Giuseppe Conte, potrà in queste due forze politiche cambiare qualcosa? Su questo in due prossimi articoli.

 

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[Foto di ANSA/EPA Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica]



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