La tattica suicida del governo Meloni sull’economia circolare

L’attuale governo Meloni ha scelto di eliminare il Ministero per la Transizione Ecologica e di ripristinare il vecchio Ministero dell’Ambiente, al quale è stata conferita anche la delega sulla “Sicurezza Energetica”. Una sicurezza che però, alla luce del motto della Meloni di “non disturbare chi ha voglia di fare”, ha la stessa solidità delle fondamenta di un castello di sabbia costruito in riva al mare.

Marco Omizzolo e Roberto Lessio

Ottanta euro alle famiglie che hanno un reddito ISEE inferiore ai 15mila euro annui per aiutarle a pagare le bollette dell’energia. Bonus carburanti per le famiglie meno abbienti. Proroga ulteriore degli sconti in bolletta per i cittadini a reddito medio basso. Azzeramento degli oneri di sistema nel settore del gas e Iva ridotta al 5%. Sono queste le “nuove misure a sostegno della popolazione per tutelarle dai rincari delle bollette energetiche degli ultimi due anni”, recitano in questi giorni i lanci delle agenzie di stampa sui provvedimenti governativi. Si tratta di ulteriori pannicelli caldi, come vedremo qui di seguito, che vanno a rinviare ulteriormente le scelte sulle grandi questioni di fondo intorno alle quali si stanno annodando in modo quasi inestricabile tutte le attuali emergenze economiche, sociali e ambientali del pianeta, oltre che del nostro Paese: a cominciare da quelle relative alle migrazioni, strettamente collegate ai cambiamenti climatici, ai regimi dittatoriali e alle guerre in corso nei paesi d’origine. Questi i dati e i numeri di quella che definiamo una tattica suicida.

Tra quelli occidentali l’Italia è sempre stato il paese più povero nell’auto produzione delle proprie fonti energetiche fossili, anche se è quello dove, da oltre un secolo, si sono sviluppate le principali fonti rinnovabili attuali: basti pensare che la prima centrale geotermica al mondo per la produzione di energia elettrica (quella di Larderello, in Toscana) è entrata in funzione nel 1905, mentre il primo impianto idroelettrico italiano (Bertini di Porto d’Adda – in Provincia di Monza e Brianza) è stato inaugurato nel 1898 ed è tutt’oggi funzionante. Italiana era anche la prima tecnologia per la produzione di biocombustibili prodotti con scarti agricoli: i trattori alimentati a biometano, ad esempio, furono utilizzati durante i lavori per la bonifica delle Paludi Pontine. Come sappiamo queste tecnologie poi sono state soppiantate dai combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) con le conseguenze che tutti ormai conosciamo in termini di inquinamento e di surriscaldamento climatico del pianeta. Logico quindi che per invertire la tendenza attuale un po’ tutti i paesi europei abbiano pensato di creare uno specifico Ministero per la Transizione Ecologica dell’economia, accorpando competenze che in precedenza erano in capo a diversi dicasteri. A questo scopo è stato anche improntato dall’UE il programma “Next Generation 2.0” dal quale è poi scaturito l’attuale Piano per la Ripresa e la Resilienza (PNRR).

L’attuale governo Meloni invece ha scelto di eliminare tale definizione e di ripristinare, non solo nominativamente, il vecchio Ministero dell’Ambiente al quale è stata conferita anche la delega sulla “Sicurezza Energetica”. Una sicurezza che però, alla luce del motto della Meloni di “non disturbare chi ha voglia di fare”, ha la stessa solidità delle fondamenta di un castello di sabbia costruito in riva al mare.
Il primo riscontro si è avuto con la decisione dell’attuale governo di non confermare la misura di Mario Draghi (non esattamente un estremista ambientalista) di tassare i lauti profitti che stanno realizzando le maggiori compagnie energetiche italiane grazie agli aumenti determinati dalla speculazione finanziaria fin dall’estate del 2021: evidentemente il mondo della finanza era già ampliamente informato dell’imminente scoppio del conflitto Russia-Ucraina, ma all’epoca la colpa fu data alla forte domanda di energia perché si stava superando la crisi economica innescata dalla pandemia del Covid 19. Degli 11 miliardi di introiti previsti dal governo Draghi, finora ne è stato incassato meno di un terzo, mentre le stesse compagnie energetiche destinatarie della tassazione stanno staccando dividendi per i loro azionisti che non hanno precedenti negli ultimi decenni.

Un secondo riscontro si è avuto nel maggio scorso con la nomina ai vertici dei due colossi energetici italiani, ENEL ed ENI, di personaggi di lungo corso notoriamente scettici sui cambiamenti climatici da un lato e dall’altro noti per la datata amicizia con i leader dei paesi dai quali l’Italia tutt’oggi importa quasi l’80% del proprio fabbisogno energetico. Il nome simbolo è quello di Paolo Scaroni, non tanto per il fatto che è stato nominato alla Presidenza dell’ENEL (cioè della stessa azienda oggetto di una sua tangente per la quale a suo tempo aveva patteggiato lui stesso una condanna a un anno e 4 mesi), ma perché in qualità di Presidente dell’ENI nel 2007 ha firmato i contratti miliardari per la fornitura del gas dai paesi ex sovietici del Mar Caspio attraverso il gasdotto South Steam, studiato appositamente (sembra) per aggirare il “nodo scorsoio” dell’Ucraina, cioè dove passano tutte le linee provenienti dalla Siberia. Questo è il cuore della storia.

Si stima che con l’aggressione militare della Russia e lo scoppio della guerra con l’Ucraina la spesa che ha sostenuto l’Italia lo scorso anno per importare combustibili fossili dai paesi produttori (a cominciare da quello “dell’amico Putin”) abbia superato i 100 miliardi di euro. Parliamo della spesa d’acquisto perché poi con le bollette della luce e del gas e con il pieno di benzina al distributore, il prezzo al dettaglio imposto ai cittadini viene più che raddoppiato. In pratica è come se ogni abitante di questo Paese, anziano, bambino, disoccupato o immigrato che sia, deve tirar fuori oltre tremila euro l’anno. All’inizio di questo secolo l’acquisto annuale di tali combustibili costava meno di 20 miliardi, ma già nel 2012 la fattura complessiva era salita a 65 mld/€. Circa la metà di tale spesa se ne va ogni anno per la produzione di energia elettrica con centrali termoelettriche alimentate a gas (soprattutto), a carbone e anche con i vituperati impianti alimentati a petrolio e a olio combustibile.

Tralasciando i sussidi che ancora oggi vengono elargiti a piene mani alle fonti climalteranti da tutti i paesi industrializzati (secondo i dati di Legambiente l’Italia è il sesto più grande finanziatore di combustibili fossili al mondo) e ragionando oltre alla situazione contingente di conflitto bellico in corso in Ucraina, tutti gli analisti del settore, iniziando dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, sono concordi nel ritenere che il prezzo salirà sempre di più per via dell’abbandono progressivo dei giacimenti esauriti. Attenzione: non saranno le risorse fossili ad esaurirsi, ma la possibilità di estrarle a prezzi competitivi rispetto alle fonti rinnovabili, il cui costo è destinato invece a diminuire progressivamente, ma solo fino a un certo punto. Aldilà delle questioni legate alla guerra e all’ecologia quindi, la scelta di procrastinare l’uso delle fonti fossili e di ritardare l’ineludibile transizione all’economia circolare a non meglio precisati “tempi migliori” (quali?), si traduce in un danno economico diretto che colpisce soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Anche questo aspetto è risaputo visto che l’aumento dei costi per il riscaldamento, l’elettricità e la benzina condiziona pesantemente le famiglie con reddito basso. Da questo imprescindibile punto di vista gli ottanta euro alle famiglie deliberati nei giorni scorsi non sono altro che uno specchietto per le allodole in funzione elettorale per le prossime elezioni europee.

Per tutti questi motivi, infatti, tra il 2008 e il 2012, anche in Italia si era deciso di spostare parzialmente, ma comunque progressivamente, l’insostenibile spesa annuale per l’acquisto dei combustibili fossili verso una politica di incentivazione delle fonti rinnovabili: il sole, il vento e la pioggia non sono destinati a esaurirsi nei prossimi millenni e non costano nulla una volta garantiti i costi per l’ammortamento, la gestione e la manutenzione degli impianti. Ripristinando lo spostamento al massimo del 4-5% annuo di tale spesa il problema è risolto per sempre. Serve una nuova politica di incentivazione delle fonti rinnovabili stabili, ad esempio per il biometano da scarti agricoli e il bioidrogeno che possono essere immessi nella stessa rete dei gasdotti esistenti in Italia senza costi aggiuntivi significativi. Se invece si vuole continuare con la tattica suicida attuale, almeno lo si dica chiaro agli elettori evitando di prenderli ancora in giro.



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