Il governo Meloni è in realtà un ritorno al passato

Metà dei ministri del nuovo esecutivo era nel Berlusconi IV. A oltre dieci anni di distanza, il ritorno di Calderoli, Santanché, e co..

Mario Barbati

Con l’incarico conferito al governo Meloni, a pochi giorni dal centenario della marcia eversiva su Roma, parte ufficialmente la retromarcia su Roma. Si torna indietro di almeno quindici anni, al 2008: sono undici su ventiquattro, infatti, i ministri del nuovo governo che già facevano parte del Berlusconi IV, l’ultimo esecutivo pienamente di destra che si dimise nel 2011. Di questi quattro erano allora ministri, sette facevano i sottosegretari.

Giorgia Meloni, considerata oggi una novità, votò in Parlamento la mozione che definiva Ruby la nipote di Mubarak e in seguito la fiducia al governo Monti e la legge Fornero. Roberto Calderoli siede in Parlamento da trent’anni, è stato già due volte ministro, è autore di quella che lui stesso definì con una grassa risata in tv “una porcata”, la legge elettorale passata infatti alla storia come Porcellum. Definì “orango” l’ex ministra dell’integrazione Cécile Kyenge e “culattoni” gli omosessuali. Si dimise da ministro dopo essersi presentato al Tg1 con una maglietta raffigurante una vignetta su Maometto. Si occuperà di autonomie regionali, che porterebbero l’Italia alla morte istituzionale e civile definitiva.

Raffaele Fitto è stato uno degli innumerevoli pupilli di Berlusconi poi fuoriusciti da Forza Italia. Già ministro, già governatore della Puglia, ogni volta che sente cambiare vento cambia partito. Si occuperà di Pnrr e affari europei, ministero senza portafoglio ma delicato e cruciale. Annamaria Bernini è una fedelissima di Berlusconi, negli anni ha votato con Forza Italia tutto il non votabile delle leggi berlusconiane, è già stata ministro nel Berlusconi IV, ora si occuperà di università e ricerca.

Guido Crosetto sarà ministro della Difesa, se il Pd sovente metteva ministri che favorivano le lobby, la destra evita intermediazioni e mette direttamente i lobbisti al ministero d’interesse. Presidente di Orizzonte Sistemi Navali, società statale del settore delle navi da guerra, presidente di Aiad, la Federazione delle aziende italiane dell’Aerospazio, consulente di Leonardo, ha creato anche una società di lobbying. Dopo la nomina ha annunciato le dimissioni da questi incarichi (ci mancherebbe pure), ma con lui il settore di riferimento si garantisce armi, armi, sempre più armi. Daniela Santanchè passa direttamente dal Twiga (il beach club di sua proprietà) al ministero del Turismo, da noi il conflitto d’interesse è un valore aggiunto. Ex assistente personale di La Russa negli anni ’90, lascia Alleanza Nazionale per fondare La Destra con Storace, socia in affari con Briatore, ora si occuperà di turismo intenso come aziende e concessionari balneari, non di lavoratori del settore e turisti.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, berlusconiana di ferro, è in Parlamento dal 1994, ex presidente del Senato, durante il suo mandato ha usato i voli di stato 124 volte, con una media di uno ogni tre giorni. Come premio si occuperà di Riforme e verosimilmente di presidenzialismo. Adolfo Urso ha cinque legislature alle spalle, viene dal Msi ma ha attraversato tutti i cambi di sigla della destra, è stato due volte viceministro e a capo del Copasir. Con lui, non essendoci da molto tempo in Italia, lo Sviluppo economico diventa ministero delle Imprese e del Made in Italy, con la novità del sovranismo in lingua inglese.

Eugenia Roccella si occuperà di Natalità e Pari Opportunità, in un Paese in cui di opportunità ce ne sono talmente poche da scoraggiare o impedire di fare figli. Ultra conservatrice cattolica, ha più volte dichiarato che “l’aborto non è un diritto”, precisandolo anche recentemente su La Stampa. Nel 2018, in un convegno con Meloni e Salvini disse: “L’impegno che prendo dinanzi alla platea del “Comitato difendiamo i nostri figli” è abolire, o cambiare radicalmente, le leggi contro la famiglia fatte dal centrosinistra nella passata legislatura”. E ancora: “È necessario intervenire sulle ferite che hanno colpito la famiglia, quindi sul provvedimento relativo alle unioni civili dicendo con chiarezza, per esempio, che questa legge apre di fatto alla stepchild adoption”. Viene dalla nobile famiglia dei radicali, ma come tutti coloro che provengono da quella storia è garanzia di disastri.

Nello Musumeci, meglio conosciuto come “il fascista gentiluomo”, era già stato anche lui sottosegretario con Berlusconi, è diventato governatore in Sicilia con il suo movimento denominato “Diventerà bellissima”. Ora con lui il ministero del Sud sarà anche ministero del Mare, i suoi predecessori invece si occupavano del Sud senza il mare. Tra gli ex sottosegretari del Berlusconi IV rientra anche Alfredo Mantovano, magistrato, ex di Alleanza nazionale, sarà sottosegretario alla Presidenza del consiglio, il posto che doveva essere di Giovanbattista Fazzolari, fidatissimo consigliere di Meloni, che su Mattarella twittava: “un rottame”, “oltre il ridicolo”, “aspirante demonio”. E sul battaglione Azov scriveva: “onore a loro”, come ricostruito da un’inchiesta dell’Espresso che forse al Quirinale non è sfuggita.

Fanno parte della squadra di governo anche Antonio Tajani, ex monarchico, tra i fondatori di Forza Italia, ex presidente del Parlamento Ue, che andrà agli Esteri. Nel 2019 a Radio24 disse: “Mussolini? Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese. Bisogna essere onesti, Mussolini ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale. Quando uno dà un giudizio storico deve essere obiettivo, poi non condivido le leggi razziali che sono folli, la dichiarazione di guerra è stata un suicidio”. Sarà anche vicepremier, come Matteo Salvini che passa dal mojito e dalle sberle elettorali a indossare i panni del ministro delle Infrastrutture. Tornerà alla carica per realizzare il Ponte sullo Stretto, per gestire i fondi del Pnrr, ma soprattutto per continuare a postare la qualunque sui social, l’attività che gli riesce meglio.

Giancarlo Giorgetti, politico sovrastimato, sopravvalutato dal circo mediatico e dal ceto politico, solo per i noti rapporti con Draghi e perché se mette insieme un soggetto e un predicato verbale riesce a essere meno disastroso di Salvini. Coltiva da anni relazioni con il cosiddetto establishment ma alzi la mano chi ricorda un suo intervento significativo come ministro dello Sviluppo economico. Sale di grado e passa all’Economia, in piena continuità con il precedente governo. Carlo Nordio, magistrato con idee di destra, diventa ministro della Giustizia. Favorevole al ritorno dell’immunità parlamentare, contrario alla legge anticorruzione Severino, vorrebbe ridurre le intercettazioni nelle indagini che sono indispensabili, ad esempio, nel contrasto alle mafie. È stato tra i sostenitori dei referendum flop promossi da Salvini. Se la Cartabia ha fatto una pessima riforma, Nordio rischia di peggiorare il peggiorabile.

Francesco Lollobrigida è il cognato della Meloni, si occuperà di Agricoltura e Sovranità alimentare, espressione che in queste ore sta suscitando il dibattito se sia di destra o di sinistra. Forse nelle intenzioni dei sovranisti significa solo niente più avocado importati. Durante la pandemia consigliava agli under 40 di non vaccinarsi. Nel 2012 partecipò all’inaugurazione del sacrario per Rodolfo Graziani, il cosiddetto macellaio del Fezzan (regione della Libia i cui abitanti furono portati a morire in campo di concentramento), che fece usare i gas asfissianti contro gli etiopi e in seguito da gerarca fascista fu capo delle Forze Armate asservite ai nazisti nella Repubblica di Salò.

Gilberto Pichetto Fratin diventa ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Sparisce la Transizione ecologica, espressione utilizzata solo per infinocchiare Grillo e portarselo nel governo Draghi. Sparisce anche la Transizione digitale, che non è mai cominciata. Più che ambientalista Pichetto è aziendalista: favorevole al ritorno al nucleare, considera “ideologico” e prematuro lo stop alle auto a benzina e a diesel nel 2035 ed è contrario alla plastic tax. Resterà con lui al ministero manco a dirlo l’ex ministro Roberto Cingolani, in qualità di “advisor per l’energia”, un ruolo – ha detto – “che è stato concordato con Draghi e Meloni”. Del resto, le opinioni poco ambientaliste dei due sono sovrapponibili. Rimango dell’idea che se Grillo non avesse scambiato Cingolani per un ambientalista e Draghi per un riformista, oggi il M5s sarebbe il primo partito.

All’Interno Matteo Piantedosi, prefetto di Roma proprio nei mesi in cui ci fu l’assalto dei militanti di Forza Nuova alla sede della Cgil. È un tecnico ma è stato al Viminale come capo di gabinetto di Salvini: indagato e archiviato per i casi Open Arms, Diciotti e Alan Kurdi. Maria Elvira Calderone diventa ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, è stata presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro per vent’anni. L’ordine conta più di 25 mila professionisti e amministra un milione circa di aziende, siede al ministero in diversi tavoli d’incontro esprimendo richieste e posizioni. Sarà probabilmente un ministro con posizioni di area confindustriale, molto attenta alle aziende e poco ai lavoratori. Sul reddito di cittadinanza ha dichiarato che “bisogna investire sulle politiche attive con il coinvolgimento dei privati”.

Paolo Zangrillo, fratello di Alberto Zangrillo, medico personale di Berlusconi, sarà ministro della Pubblica amministrazione. Ha definito il reddito di cittadinanza “un’indegna mancia elettorale”, attaccando anche il salario minimo. In un primo momento Meloni aveva letto il suo nome come ministro dell’Ambiente e lui subito era partito in quarta dettando alle agenzie: “si tratta di una delega importante, su un tema, la transizione e sicurezza energetica, che oggi penso sia la priorità numero uno non solo per l’Italia ma per l’Europa”. La rettifica è arrivata dopo un paio d’ore.

Alessandra Locatelli, già ministra nel Conte 1, leghista salviniana, è stata amministratrice a Como dove si è guadagnata l’appellativo di “sceriffa” per aver firmato regolamenti anti-clochard e partecipato a presidi per la chiusura dei centri migranti. Sarà ministro per le Disabilità. Giuseppe Valditara, professore di Diritto romano all’Università di Torino e Tor Vergata di Roma, ministro dell’Istruzione e del Merito. Un cambio di denominazione inquietante e che ben raffigura i nostri tempi: il Merito scritto con la maiuscola diventa la selezione della specie anche nell’istruzione. Gennaro Sangiuliano, giornalista che passa dalla direzione del Tg2 al ministero della Cultura. Ha almeno il merito di far passare un po’ d’aria fresca al ministero ex Beni Culturali, che è stato di Franceschini per sette anni, roba da politburo cinese. Da direttore del telegiornale, già nel maggio scorso Sangiuliano partecipò al comizio di Meloni a Milano per lanciare la piattaforma politica di Fratelli d’Italia. Andrea Abodi, ex presidente della Lega calcio di Serie B, ex consiglio di amministrazione di Coni Servizi Spa, va allo Sport come emanazione del sistema-Malagò, che tutto decide in quel mondo. Orazio Schillaci, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, diventa ministro della Salute in qualità di tecnico.

Completano il quadro istituzionale Ignazio La Russa, neopresidente del Senato, già ministro della Difesa, collezionista in casa dei busti del duce. Nel 2019 dichiarò: “Non sono antifascista, perché il termine antifascismo è stato colonizzato da quella parte che voleva sostituire il fascismo con lo stalinismo”. Diciamolo. Se non fosse abbastanza chiaro, nel settembre 2022, pochi giorni fa, dichiarava: “siamo tutti eredi del duce”. È diventato presidente grazie a 17 voti provenienti dalle opposizioni, senza i quali la maggioranza sarebbe già andata in frantumi ancor prima di formare il governo. Principale indiziato della manovra è il Solito Sospetto & i suoi derivati, quello che non ha voti nelle urne ma riesce in qualche modo a farsi portare in Parlamento per i suoi giochetti di Palazzo. Il fact checking di Pagella politica ha ricostruito la vicenda. Lorenzo Fontana, presidente della Camera: sanfedista, ultraconservatore, seguace dell’identitarismo, patriota nemico delle “contaminazioni esterne”. Nel 2018, diventato ministro della Famiglia, disse: “Il matrimonio è solo tra mamma e papà, le altre schifezze non le voglio sentire”. E ancora: “con le unioni gay vogliono dominarci, il modello da seguire è la Russia”, mentre l’immigrazione “diluisce la nostra identità”.

Per finire, il “padre nobile” di questa squadra politica usurata ma spacciata per nuova, deprimente anche per chi vorrebbe una destra conservatrice ma moderna. Silvio Berlusconi, il vero fondatore del populismo in Italia, con la prova di forza persa negli ultimi giorni per avere Ronzulli ministro e Casellati alla giustizia. Il foglio in bella vista a uso dei fotografi sullo scranno del Senato con gli appunti su Meloni “supponente, prepotente, arrogante e offensiva. Con lei non si può andare d’accordo”. Le confidenze sui rapporti riallacciati con Putin, le “venti bottiglie di vodka e una lettera dolcissima” ricevuta per il suo compleanno e ricambiate con un “gli ho risposto con bottiglie di lambrusco e con una lettera altrettanto dolce. Sono stato dichiarato da Putin il primo dei suoi cinque veri amici”.

Non è personalmente il governo Meloni che mi fa paura e tristezza, ma l’Italia che l’ha prodotto. La stessa del 2008 ma invecchiata di quindici anni, con in mezzo un decennio in cui la sinistra si sarebbe potuta rinnovare e invece è stato attraversato da crisi economiche, istituzionali, governi di larghe intese. Permettete anche una considerazione extrapolitica, dopo il caso di Paola Egonu, la pallavolista italiana che si è sfogata dopo il bronzo conquistato ai Mondiali: “Mi hanno chiesto perché fossi italiana”. Quanti Fontana, quanti La Russa, quanti razzisti ci sono in giro per l’Italia e sbraitano sui social e per le strade? E quante Paola Enogu invisibili non possono denunciare e reagire? È questa la destra reazionaria che dovrebbe farci paura.

La buona notizia è che un governo così mediocre, in uno scenario da economia di guerra, con una recessione alle porte e una guerra in corso dagli esiti sempre più cupi e incerti, non potrà durare molto. Uno, massimo due anni. Anche se, al di là degli stereotipi della stampa, sarà difficile che qualcuno in Europa possa fare peggio di Liz Truss, governo britannico durato 45 giorni. Ma i record sono fatti per essere battuti. La pessima notizia è che se vuole, Meloni ha la legislatura in pugno. Non essendo sprovveduta come Salvini e al tramonto come Berlusconi, se anche uno dei due o entrambi facessero cadere il governo, troverebbe in Parlamento le fila di forzisti, leghisti pronti a fuoriuscire dai due partiti in declino per salire sul carro del gruppo parlamentare di maggioranza relativa. L’elezione di La Russa poi, ha dimostrato che anche Renzi & i suoi derivati non si farebbero scrupoli a darle un appoggio pur di esistere e proseguire la legislatura.

Dal punto di vista economico e sociale, la continuità con Draghi sarà nei fatti. Un Paese che ha un debito pubblico di quasi tremila miliardi, detenuto in parte da investitori esteri, che non ha autonomia in politica estera e non può aprire bocca con Nato e Usa, non può attuare grandi cambiamenti. Anche perché l’establishment non vuole uno straordinario piano di redistribuzione, l’unica cosa che potrebbe cambiare le sorti. È facile immaginare quindi che Meloni userà la politica identitaria sui diritti civili come “armi di distrazione di massa” per nascondere i fallimenti in ambito economico-sociale. La difesa della famiglia naturale, l’attacco ai diritti delle minoranze e il tema della migrazione. “Difenderò Dio, la patria e la famiglia” disse al Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona qualche anno fa. Su questi temi, Meloni dovrà avere ben presente che la sua coalizione è stata votata da 12 milioni di italiani e che ci sono altri 14 milioni che hanno votato dall’altra parte e 18 che non votano più. Non dico tutti, ma una buona parte di chi non l’ha votata non permetterà lo stravolgimento dei diritti costituzionali.

Sul fronte delle opposizioni, il Pd andrà alla ricerca di sé stesso. Basteranno poche settimane ad alcuni ex ministri dem per sentire la mancanza delle poltrone dei ministeri come se a noi dovesse mancare l’aria. Letta ha proposto il coordinamento delle opposizioni, anziché coordinarle prima delle elezioni eventualmente, per evitare di perderle. È imbarazzante anche commentarlo Letta, bravissima persona, ma politicamente un disastro più unico che raro, un recordman di fallimenti politici mai visti prima che s’inseguono l’uno con l’altro. Restano i democratici che guardano ancora a sinistra e a un complicatissimo ripensamento del modello politico-economico (pochi per la verità e non contano molto nel partito: Cuperlo, Rosy Bindi che infatti è uscita), il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte e le forze civiche, di sinistra e ambientaliste che stanno provando a riorganizzarsi. Queste opposizioni farebbero male a concentrarsi solo sui diritti civili, da non sottovalutare ovvio. Ma il governo Meloni fallirà perché avrà davanti a sé una lunga crisi economica strutturale e si occuperà molto della tutela delle fasce più ricche e poco dei lavoratori. Le opposizioni dovranno mettere al centro lo stato dell’economia e presentare un’agenda rivolta ai lavoratori, al mondo del lavoro e a favorire un nuovo modello sostenibile. Torna in campo la politica, insomma. La retromarcia al potere della destra e la lunga marcia verso l’ignoto della sinistra.

FOTO ANSA



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