Gpa, maternità e mercato: un incontro femminista a Milano

“Ci opponiamo alla gpa perché il corpo non è un bene patrimoniale e non vogliamo che lo diventi”. Sabato 21 maggio a Milano il convegno “Gravidanza e genitoralità tra intimità e mercato” promosso da alcune associazioni femministe.

Monica Lanfranco

“Ci opponiamo alla gpa perché il corpo non è un bene patrimoniale e non vogliamo che lo diventi. Personalmente mi oppongo a un’economia fallita che, per cercare ancora profitti, mette sul mercato la fisiologia delle donne e le armi, oliando l’indecenza con parole svuotate di significato, come autodeterminazione o pace, che in realtà significano il contrario. Le donne non devono essere corpi di servizio riproduttivo, chi nasce non deve essere un prodotto industriale. Chi vuole diventare genitore e non può deve ricorrere ad altri percorsi perché quello della gpa è disumano”.

Così Cristina Gramolini, presidente di ArciLesbica, che insieme al gruppo La Comune, alla Libreria delle donne, a Femministe libere e SNOQ libere e oltre riunite nella rete Dichiariamo danno appuntamento a Milano il 21 maggio a Palazzo Moriggia all’incontro Gravidanza e genitorialità-tra intimità e mercato.
La questione della gestazione per altri o utero in affitto, come la si chiama per evidenziare in modo inequivocabile la connessione con la compravendita della disponibilità del corpo della donna che porta in grembo una vita ‘in appalto’ è tema di aspro dibattito non da ora in Italia, e territorio di dispute nel mondo femminista.

Ultimo intervento favorevole alla ‘libera scelta’, in ordine di tempo, quello di Roberta Ravello, che dal blog del Fatto quotidiano stigmatizza l’appello della destra italiana incarnata da Giorgia Meloni che ha depositato un disegno di legge in Commissione Giustizia alla Camera per rafforzare il divieto dell’utero in affitto rendendo la maternità surrogata un reato universale.

Come spesso accade quando sul corpo, la sessualità e la famiglia la destra prende parola e propone, in antitesi con il pensiero femminista, soluzioni non facoltative ma nettamente obbligatorie, il rischio è la reazione a scudo che rigetta ogni argomentazione che critichi, in modo lontano dalla logica familista e tradizionalista, ciò che non va nella pericolosa connessione tra corpi e mercato, invocando contro la destra le categorie della ‘libertà’ e dell’autodeterminazione per distanziarsi e chiudere ogni ulteriore riflessione.
Gena Corea, una delle autrici del testo collettivo uscito di recente e presentato online Towards the Abolition of Surrogate Motherhood (edizioni Spinifex) ha sostenuto che “la maternità surrogata non è libertà. È un crimine. Le donne non si accontenteranno della libertà spazzatura. Vogliamo la vera libertà, la sostanza, non solo l’apparenza. Vogliamo un vero nutrimento per il nostro spirito. Vogliamo la dignità umana. Lo vogliamo per tutte noi. Lo vogliamo per le donne in Thailandia, Bangladesh e Messico, nonché per le donne che non sono ancora nate”.

Nel libro, accanto a un eloquente e duro rifiuto della maternità surrogata una serie di studiose e attiviste internazionali delineano le fondamentali violazioni dei diritti umani che si verificano quando la maternità surrogata viene legalizzata e respingono le nozioni neoliberali secondo cui la mercificazione del corpo delle donne può riguardare le ‘scelte’ delle donne.

Phyllis Chesler, oggi ottantenne, della quale Einaudi tradusse e pubblicò nel 1977 il memorabile Le donne e la pazzia con un commento di Franca Ongaro Basaglia sostiene nel testo che la maternità surrogata commerciale è un matricidio, ‘affetta e taglia la maternità biologica’ in donatrice di ovuli, madre ‘gestazionale’ e madre adottiva. Melissa Farley sfata il mito della ‘scelta’ nella maternità surrogata, sostenendo che in un sistema razzista e dominato dagli uomini lo sfruttamento delle donne nella maternità surrogata, come nella prostituzione, è intrinsecamente dannoso: le donne ricche non scelgono di diventare surrogate o prostitute.

“Il progetto di vita di diventare padre e madre è molto significativo per la l’autorealizzazione della persona e l’infertilità è un impedimento che porta a rivolgersi alla medicina riproduttiva – scrivono le donne della rete Dichiariamo nell’invito all’appuntamento di Milano –. Si tratta di un ambito non commerciale in Italia ma in altri paesi è un promettente campo di investimento e profitti. Esistono differenze che conviene mantenere: il corpo non è un bene patrimoniale, generare non è produrre, nascere non è essere fabbricati”. Il dibattito continua.



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