Lavoro e tempo libero: il paradosso di Bartleby

“I would prefer not to”, preferirei di no. Questa è la celebre formula che Bartleby, protagonista del racconto di Melville, oppose un giorno al suo capo mentre fino ad allora aveva portato a termine tutti i suoi compiti con uno zelo assoluto. Attraverso questo personaggio enigmatico, Melville aveva dato corpo e voce ad una nuova forma di resistenza, passiva ma disarmante: la servitù volontaria di Étienne La Boétie. Si tratta di una forma di resistenza che presenta significative analogie con un fenomeno sempre più diffuso al giorno d’oggi nella forma delle dimissioni silenziose dei giovani salariati, animati dal desiderio di non lasciarsi travolgere e consumare dal coinvolgimento nella prassi lavorativa.

Fausto Pellecchia

Aver fatto del lavoro una virtù e un dovere è «la causa dei grandi mali del mondo moderno» sentenziava Bertrand Russel in un testo spietatamente critico del 1932, intitolato Elogio dell’ozio. Una tesi che spiega la divisione della società tra lavoratori oberati di fatica e miserabili disoccupati egualmente privi di tempo libero. Suprema ingiustizia: questa “morale di schiavi” non è nient’altro che l’effetto degli stratagemmi di una classe di soggetti, passivi percettori di rendite, che garantiscono la loro inattività attraverso l’operosità dei proletari. Questa etica del lavoro, che non ha alcuna giustificazione morale, non ha, inoltre, alcun fondamento pratico nell’era dell’abbondanza offerta dalla tecnica moderna, che dovrebbe permettere di ripartire il tempo libero in maniera equa. E l’ozio – insiste Russell-  essendo la conditio sine qua non di una vita libera, accrescerebbe la bontà degli uomini e il benessere di tutti. Nel momento in cui alcuni rifiutano il principio delle 28 ore settimanali di lavoro, bisogna ammettere che il filosofo britannico, che si batteva per una giornata di lavoro di 4 ore, era ancora troppo in anticipo su di noi.

Nel 1854, Herman Melville pubblica un racconto ambientato come “una storia di Wall Street”, che affronta e contempla, nel tempio dell’utilitarismo americano, luogo elettivo dell’industrialismo moderno, il tema dell’ozio e del silenzio.
I would prefer not to, preferirei di no. Questa è la celebre formula che Bartleby, impiegato-modello di uno studio notarile a Manhattan, oppose un giorno al suo capo mentre fino ad allora aveva portato a termine tutti i suoi compiti con uno zelo assoluto. Attraverso questo personaggio enigmatico, Melville aveva dato corpo e voce ad una nuova forma di resistenza, passiva ma disarmante, interpretabile come il rovescio negativo di un’altra figura centrale nella filosofia politica occidentale: la servitù volontaria di Étienne La Boétie. Si tratta di una forma di resistenza che presenta significative analogie con un fenomeno sempre più diffuso al giorno d’oggi nella forma delle dimissioni silenziose dei giovani salariati, animati dal desiderio di non lasciarsi travolgere e consumare dal coinvolgimento nella prassi lavorativa. Il termine “dimissioni silenziose” designa infatti la tendenza metodica ad impegnare il minimo sforzo per concludere la giornata lavorativa, lavorando esclusivamente nei tempi e nei modi indicati dal contratto, senza eccezioni, e senza assumere responsabilità straordinarie rispetto al proprio ruolo.

Nel racconto di Melville, non si sa nulla o quasi della vita precedente del copista recalcitrante. Sappiamo soltanto che svolge le funzioni di un impiegato notarile, pervenuto qualche giorno prima in un piccolo studio dove trovano lavoro altri cinque impiegati. Di aspetto pallido, la sua figura è “lividamente chiara, pietosamente rispettabile e inguaribilmente solitaria”. Il tratto più saliente della sua personalità è il suo rapporto inesauribile con una mansione alquanto monotona e sgradevole. Bartleby viene descritto come affamato di copie, capace di riprodurre un numero straordinario di scritture; tanto da sembrare di divorare i documenti. “Non si prendeva neppure il tempo di digerire, lavorava giorno e notte, copiava alla luce del sole e al lume di candela”. Agli occhi del suo superiore presentava un solo difetto: un’assenza totale di gioia: “Scriveva in una maniera silenziosa, spenta, meccanica”. Fino a quell’ improvvisa svolta che lo condusse, da un giorno all’altro, e senza alcuna ragione apparente, a rifiutare tutti i lavori che gli venivano commissionati, barricandosi in quell’ «immobile rifugio» dal quale non pronunzierà nient’altro che la formula del rifiuto: “Preferirei di no”. Costernato ed esasperato, il suo superiore, che è altresì la voce narrante della storia, confessa di essere sconcertato dalla ostinata riluttanza di Bartleby, il quale oppone un’ostinata resistenza a tutti i tentativi di ricondurlo sulla retta via dell’obbedienza. Il suo datore di lavoro ha pietà di lui e si ripromette di comprenderlo nelle sue segrete ragioni, ma si scontra con un muro impenetrabile. Il rifiuto di Bartleby, la sua negazione, è categorica. Ma questa radicalità prende la forma di un desiderio espresso in prima persona al condizionale – il modo verbale che esprime la via del possibile, dell’ipotetico “preferirei”. Trasformando la richiesta che gli viene rivolta (“fai questo”) in una preferenza che egli si riserva il diritto di declinare, Bartleby realizza la sua preferenza con la sola forza della voce verbale. Preferire di non fare corrisponde già sempre, nella testa di Bartleby, al puro non fare. La sua formula discende da ciò che il filosofo americano John Austin, autore di How to do Things with Words (1962), ha chiamato il carattere “performativo” di un enunciato che si avvale di verbi che è sufficiente pronunciare perché realizzino ciò che esprimono (“ti prometto”, “ti perdono” “ti giuro” ecc.). È una formula disarmante in quanto priva l’interlocutore di ogni potere di risposta. La sua autorità scivola su di essa come una mano bagnata su una saponetta.

Barteleby incarna dunque una resistenza che si presenta esattamente come l’inverso di ciò che Étienne de la Boétie chiamava «la servitù volontaria». Per l’autore del Contr’un, infatti, la vera servitù è quella con la quale noi consegnamo a coloro che ci opprimono non solo i nostri beni e i nostri pensieri, ma ancor più i nostri desideri. Egli si rivolge pertanto al popolo invitandolo a sottrarsi al fascino che il tiranno, rappresentante dell’Uno, esercita sui soggetti. “Siate risoluti nella scelta di non servire più, ed eccovi liberi!”. Oggi, uno degli ambiti in cui la libertà minaccia di rovesciarsi nel suo contrario è appunto il lavoro e la sua organizzazione complessiva. Con la sindrome da burn-out i lavoratori sembrano consumare l’intera dotazione naturale di cui sono portatori nel rifornimento energetico necessario alla loro realizzazione professionale. Incrociando il personaggio di Barleby con le recenti evoluzioni del mondo del lavoro, si potrebbe quindi avanzare la seguente ipotesi: coscienti del fatto che il lavoro rischia di assorbirli interamente, i giovani lavoratori hanno compreso l’avvertimento di La Boétie. Hanno visto intorno a loro quelli che, come Bartlrby, sembrano “godere” del loro lavoro, “lavorando giorno e notte senza prendersi il tempo di digerire”. E come Bartleby hanno deciso da un giorno all’altro di rifiutarsi…pur restando al loro posto. Essi ritirano il desiderio e lo zelo che stavano per investire nei loro compiti e, invece di consumarsi fimo all’esaurimento, si sono limitati a preservarsi. “Preferirei non soccombere alle vostre aspettative e mettere il mio desiderio al servizio del lavoro”. Né affermazione né negazione, la formula di Bartleby è una paradossale maniera di avanzare ritirandosi, dando vita ad un’astensione in senso forte. Invece di attaccare frontalmente i propri interlocutori, cerca piuttosto di disarmarli. È un primo momento, silenzioso e negativo, per non essere più prigionieri della sottomissione. A differenza di Barleby, che nel ritrarsi sparisce definitivamente, ciò non impedisce la ripresa e la riconversione strategica della ritirata: la trasformazione del rifiuto nel possibile trampolino per reintegrare nel lavoro la parola e l’azione.
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