Grappa & Cultura: il Premio Nonino

In uno scenario di triste omologazione culturale che colpisce l’intero paese, il premio Nonino rappresenta un’isola felice che crea un connubio tra enogastronomia e scrittori di altissimo livello, puntando sulla “valorizzazione della civiltà contadina”. 

Mauro Barberis

Basta girare un po’ e l’Italia diventa monotona: le città come Trieste e Genova si disneyzzano tutte nello stesso modo, diventando luna park per turisti danarosi, le periferie si desertificano, i trasporti non funzionano, i culi-di-pietra di amministrazione, università, aziende, adottano tutti lo stesso basso profilo, rinviano le decisioni, se ne lavano le mani. Con tutti questi pregiudizi nella testa sono andato alla consegna dei premi Nonino, alle distillerie di Percoto, vicino Udine, città con la qualità della vita più alta d’Italia, sotto un sole di gennaio che da solo sarebbe bastato a provare il definitivo impazzimento del clima.
Che c’entra la grappa con la cultura, direte voi? Per me, figlio del triste Nordovest, dove mio padre faceva il dolcetto con i tappi riciclati, la grappa è soprattutto il distillato di vinacce che aiutava i contadini a passare l’inverno, e la droga di cui gli ufficiali imbottivano i miei nonni, nelle paludi del Piave, sul Carso, prima di mandarli a morire in battaglia. Poi sono venuti Benito e Giannola Nonino e, cinquant’anni fa, fecero la rivoluzione del monovitigno celebrata quest’anno: basta vinacce, cominciarono a fare la grappa con un solo vitigno, il Picolit, ma soprattutto iniziarono a commercializzarla in tutto il mondo seguendo procedure nuove.
I commercianti storcevano la bocca, obiettando che l’aumento di qualità e di prezzo metteva il prodotto fuori mercato. E loro, gli innovatori, cominciarono a regalarla, di persona, agli opinion leader dell’epoca: Gianni Agnelli, Indro Montanelli, Marcello Mastroianni… E qui comincia l’incrocio fra Grappa e Cultura. Due anni dopo la rivoluzione del monovitigno, nel 1975, la famiglia istituisce il Premio Nonino, che reca ancora il sottotitolo “Per la valorizzazione della civiltà contadina”, originariamente finalizzato al recupero di vitigni friulani andati in disuso o addirittura vietati, come Schioppettino, Pignolo e Ribolla gialla.
Sin dal 1977 al Premio enogastronomico si aggiunse una sezione letteraria, poi, dal 1984, la sezione internazionale, caratterizzata dal fatto di premiare scrittori e intellettuali prima che li conoscessero tutti: di qui i 6 premi Nobel ricevuti successivamente dai premiati, ultimo il fisico Giorgio Parisi nel 2021. Chissà non sia questo il destino del principale premiato di quest’anno, Alberto Manguel, saggista e scrittore cosmopolita, difensore del libro e della scrittura, tradotto in italiano da Sellerio, Vita e Pensiero, Einaudi. Ma anche Angelo Filoramo, con la cooperativa Insieme delle donne di Bosnia, Rony Brauman, di Medici senza frontiere, nato a Gerusalemme ma pronto a denunciare gli orrori consumati dai suoi compatrioti a Gaza, Naomi Oreskes, autrice di Perché fidarsi della scienza? (Bollati e Boringhieri, 2021).
A proposito: perché fidarsi di questo strano mix di Grappa & Cultura? Se lo chiederebbero sicuramente i nostri lettori populisti, se mai ne avessimo, o gli autori delle veline del governo, la cui mano, appena sentono la parola “cultura”, corre immediatamente al cellulare, in mancanza di meglio. Personalmente, me ne fido per il motto scandito dal palco di Percoto dall’incredibile Giannola, vera anima dei Nonino: “Piuttosto che abbassare il livello, ci mettiamo a fare dell’altro”. Frase che ho immediatamente associato con quella che il professore di Holdover, interpretato da un Paul Giamatti in cerca del secondo Oscar, rivolge al proprio allievo indisciplinato e indisciplinabile: “Non chinare mai la testa”. Mi verrebbe da rispondere, a Giannola, proprio come l’allievo al professore: “Stavo per dire la stessa cosa”.



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