Green pass, un pasticciaccio ricco di retroscena

Pierfranco Pellizzetti

Perché Marco Travaglio riabilita Beppe Grillo dopo gli sbarellamenti di inizio anno, quando costui accreditò di grillismo il governo Draghi a patto che il ministero della transizione energetica fosse affidato alla chimera, metà camaleonte e metà salamandra, Roberto Cingolani? Ipotizzo: perché la banderuola di Sant’Ilario, proponendo il tampone gratis per tutti i lavoratori non vaccinati, lancia una zeppa tra i piedi dell’algido banchiere e le sue brioches virtuali, sostitutive di una seria azione di governo. Così facendo si rimette in sintonia con la linea editoriale de il Fatto, solo quotidiano indipendente all’opposizione nei confronti del primo indiziato di Conticidio (a prescindere dalle testate di destra, che hanno come esclusiva policy quella di blandire vuoi gli umori protestatari di lettori incolti e odiatori a prescindere, vuoi gli interessi e gli avventurismi dei propri datori di lavoro).

Aggiungo: un recupero – quello di Grillo – resosi necessario perché il moroteismo mediatorio del nuovo leader pentastellato Giuseppe Conte condanna alla flebilità il ruolo dell’attuale gruppo maggioritario in seno alla compagine governativa e non offre sponde adeguate a chi pretenderebbe più grinta nel contrasto di tale scombicchierata ammucchiata; mentre le mosse scomposte dell’ex Elevato, recuperato dal temporaneo oblio, si spiegano soltanto cercando di orientarsi nel groviglio dei suoi processi mentali confusi e contorti: la pretesa di mettere in difficoltà il proprio successore per poter riprendersi il ruolo di deus ex machina di folle adoranti e relativo palcoscenico. Linimenti indispensabili per l’affezione patologica da dilatazione dell’Ego.

Questi – a parere dello scrivente – i principali retroscena attorno al pasticciaccio brutto del green pass, in cui ci ha cacciato l’irresolutezza del governo dei sedicenti migliori che non riuscì a varare l’unico provvedimento che avrebbe tagliato la testa al toro; risparmiandoci esplosioni pericolosissime di irrazionalità piazzaiola: stabilire l’obbligatorietà della vaccinazione anti Covid per legge. E perché tutto questo non è stato fatto, sebbene lo richiedessero le rappresentanze sociali tanto dei lavoratori che datoriali, è un ulteriore elemento silenziato nell’imbarazzante vicenda: perché Mario Maria Antonietta Draghi non ebbe il coraggio di deciderlo. Come ha tranquillamente raccontato ieri sera – nel salotto della cheerleader Lilly Gruber, sempre al seguito del Migliore dei Migliori – il past president di Federalimentare, l’associazione nazionale dei produttori di alimenti zootecnici aderente a Confindustria, Luigi Scordamaglia. D’altro canto – come insegnava don Abbondio – “se uno il coraggio non ce l’ha, non può darselo”. Ne prendano nota i seriosi commentatori politici che per mesi hanno suonato il refrain del primo ministro salvezza dell’Italia. Ora che l’Italia rischia di andare a ramengo perché non si è stati capaci di disinnescare la bomba a orologeria di alcuni milioni di nostri concittadini – in larga misura per ragioni demenziali e il restante per puro menefreghismo – che pretendono di chiamare “libertà” il proprio diritto di contagiare chi gli sta vicino. Possiamo continuare a sgridarli, a sottolinearne l’irresponsabilità. Resta il fatto che esistono e la loro inscalfibile testardaggine sta creando un bel problema; sociale ed economico.

Una situazione di cui dobbiamo essere grati ai propugnatori dei governi di unità nazionale – presidente Mattarella in testa – che hanno reso impossibile la quadratura del cerchio visto che uno dei partecipanti a questo pasticcio di maggioranza è la Lega di Salvini, fermamente intenzionata a lucrare, nella sua campagna elettorale permanente, della rendita di posizione ottenuta; che le consente di intercettare posizioni anti-governative No Vax restando al governo.

In questa situazione ginepraio, dove si annidano serpentelli velenosi, quello che sembra più smarrito di tutti è proprio il primo ministro; i cui silenzi, che qualcuno pretenderebbe carichi di significati, sono soltanto “non sapere che pesci prendere”.

Di certo rimpiange il tempo felice della Bce, quando poteva fare favori a suon di quantitative easing ai colleghi finanzieri. Come ha scritto di recente l’autorevole sociologo tedesco Wolfgang Streeck, “generosamente riforniti di denaro a basso costo dagli amici delle banche centrali – tra cui spicca[va] l’ex uomo di Goldman Sachs, Mario Draghi”.



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