Greta Gerwig ha creato la Barbie mammista di cui non sentivamo alcun bisogno

Il film Barbie di Greta Gerwig riduce il genere maschile a una congrega di insicuri bamboccioni, tutto sommato innocui e da coccolare, il piccolo prezzo da pagare per poter diventare quelle che vogliamo. Una ricetta mammista e insulsa. Ma la Barbie non doveva liberarci dal destino di madri?

Alessia Zappa

Il film “Barbie” nelle sale, prodotto dalla Mattel, che è anche una importante protagonista del film stesso, è l’ultima frontiera del copywriting pubblicitario: ha una funzione smaccatamente reclamizzante del prodotto e del brand; non per questo, tuttavia, rinuncia alle presunzioni autoriali della coppia che l’ha realizzato. Lei, Greta Gerwig, è la regista, già autrice indie di Piccole Donne, Ladybird e Frances Ha; lui, Noah Baumbach, in questo film co-firma la sceneggiatura, di solito la parte più debole negli spot pubblicitari. I quali, più che storie, mettono in scena situazioni. È così, anche in questo caso: il film mette in scena una grande situazione, la situazione di un mondo delle bambole che per un cortocircuito non meglio spiegato entra in connessione/collisione con il mondo reale, ma in questo cortocircuito non meglio spiegato una bambola sceglie di diventare umana. Non prima che, tutti insieme, bambole bamboli ed esseri umani abbiano impedito la nascita del patriarcato.

Nientedimeno. Alla Mattel hanno evidentemente pensato che il più stridente difetto del loro prodotto, ovvero quello di essere fin nell’aspetto un coacervo di stereotipizzazioni della bellezza e personalità femminile, andasse preso di petto affinché fosse trasformato in un punto di forza. Ed è non a caso proprio Barbie Stereotipo l’eroina della vicenda, colei che andando in cerca di ciò che l’ha resa improvvisamente imperfetta, sventerà infine il grande disegno dei Ken di costruire un mondo a loro misura, a misura di ego maschile.

Senza stare troppo a soffermarsi sullo svolgersi a dir poco sconclusionato dei fatti, qui diremo solo che infine, tutto è bene quel che finisce bene; vissero tutti felici e contenti come in qualsiasi favola, e i cattivi Ken si riveleranno infine nient’altro che dei ragazzotti insicuri che hanno bisogno di rassicurazioni, di essere coccolati e accompagnati mentre esplorano la loro identità, e di sentirsi utili alla società. Ecco dunque sventato il patriarcato, attraverso l’azione del più trito e banale mammismo all’italiana: donne, fatevi la vostra vita e diventate ciò che volete, ma siate comprensive verso le esigenze dei vostri uomini, non lasciateli macerare nell’inutilità, non sono poi così intelligenti, ma in fondo sono innocui.

Peccato che, nella realtà, gli uomini siano l’esatto opposto: esseri intelligenti, certo. A volte molto intelligenti; ma per niente innocui. Per un film che si propone di intellettualizzare l’esistenza delle differenze fra i sessi in una gerarchia sociale, omettere il particolare che nessuno porterebbe in antipatia un qualsiasi sistema di oppressione se questo non si basasse sull’esercizio sistematico della violenza non è un difetto perdonabile. È, al contrario, la dimostrazione che se il mondo da sempre tutto in rosa di Barbie trova infine una validazione morale nel femminismo, a farne le spese è quest’ultimo, ridotto alla solita trita rivendicazione consumistico-liberista: “puoi essere quello che vuoi”, “diventa ciò che desideri”, questo è il solito messaggio per le giovani spettatrici. Con un corollario, tuttavia: “ma ricordati di essere sempre gentile con gli uomini, sai sono fragili; preoccupati di non causarne il risentimento e nessuno si farà del male”.

Non esattamente un invito alla ribellione politica o sociale, tantomeno alla presa di coscienza (che nel film anzi è rappresentata al maschile: è Ken quello che si libera della condizione di asservimento prendendo coscienza che non esiste un unico mondo possibile). Al contrario, una colpevole omissione della radice profondamente umana della ferocia maschile, quella potenzialità di violenza che molti uomini non accettano gli venga attribuita, come se appartenesse solo a chi ne fa praticamente e/o costantemente uso; quando il problema, l’oggetto della denuncia di tanto femminismo non poi così pop, è che nella cultura patriarcale essa assurge a titolarità, a diritto di farne uso (cosa che rende, dal punto di vista di una donna, tutti gli uomini potenzialmente pericolosi); un diritto tuttora spesso fatto valere contro le donne quando la loro libertà diventa, in modo più o meno esplicito o consapevole, una sfida a ciò che gli uomini percepiscono come il loro territorio: sia esso intellettuale, di predazione sessuale, di proprietà famigliare, lavorativo, patrimoniale. Barbie il film ha causato il disappunto di un segmento di spettatori maschi adulti perché ridicolizza il sesso maschile; in realtà quel che è peggio è che lo salva, che ne occulta la rivendicazione di titolarità alla violenza e alla prepotenza. Facendo apparire la “conquista a cavallo” dei guerrieri patriarchi una innocua sceneggiata alla Monty Python, trasformando la guerra in una danza e suggerendo l’idea che senza armi da fuoco, la guerra fra maschi e dei maschi sia in fondo un gioco. Non è un gioco, e gli uomini non hanno bisogno di armi codificate come tali per stuprare, né per uccidere.

Barbie è un film a tratti esilarante, e quasi tutta la comicità è affidata all’incredibile talento di Ryan Gosling nella parte di Ken (ma tutti gli attori e le attrici si dimostrano perfettamente nella parte, a cominciare da Margot Robbie che impersona Barbie Stereotipo). Le imperfezioni e le ansie messe in scena, maschili e femminili, sono divertenti, ridicole, ostentate; permettono a chi assiste al film con mente aperta di ridere di sé. Ma il problema è che chi esercita il potere oppressivo non ride mai di sé stesso, si prende anzi maledettamente sul serio. E per questo va preso sul serio anche dalle vittime: il femminismo ha questa fondamentale funzione, quella di liberarsi da un’oppressione. Certamente l’oppressione assume anche la forma della costante condanna alla perfezione innaturale, come denuncia la bravissima America Ferrera nel suo monologo; quella idea di perfezione che ci vuole ottime madri ottime professioniste ottime artiste ottime sportive ottime in tutto, proprio come ogni Barbie che ci veniva regalata si proponeva di esserlo nel suo settore finché era nella scatola, salvo poi finire immancabilmente mutilata punkizzata decapitata spaccata piegata fra le nostre mani, perché la nostra fantasia di bambine interveniva sempre sulle imperfezioni; giacché c’è gioco solo finché c’è da aggiustare o modificare qualcosa, e lo spazio della creazione è lo spazio del cambiamento.

Tuttavia, se il problema fossero solo le aspettative sociali e l’impossibilità di corrispondervi, la liberazione delle donne sarebbe un pranzo di gala in cui alle brutte perdi una scarpetta. Il femminismo ha ragione d’esistere perché il mondo patriarcale è un mondo di violenza e di odio maschili, contro le donne, contro i bambini, contro altri uomini, e non si tratta solo di una violenza finalizzata a far prevalere uno stereotipo sociale o culturale, tantomeno di una intemperanza figlia dell’insicurezza, ché basta una coccola o un po’ d’attenzione affinché tutto torni pacifico. Si tratta di violenza per la sopraffazione, per la competizione, per il potere e per l’asservimento. Tutto questo nel mondo di Barbie non esiste, ed è giusto così; lasciateci giocare al mondo nostro, avremo modo di scoprire sulla nostra pelle come funziona quello in cui ci hanno catapultate. Ma se per dare uno svolazzo autoriale al proprio esercizio di copywriting si decide – come ha fatto il duo Gerwig/Naumbach – di chiamare in causa il patriarcato, allora non lo si può banalizzare; e la violenza non si può più omettere. Il mammismo rassicurante verso gli ego maschili non ha mai impedito a nessuna donna di subire violenza, non ha mai protetto nessun figlio dalle percosse, non ha mai scongiurato uno stupro. Il ruolo di Barbie era quello di farci sognare un mondo in cui eravamo libere dal destino materno, libere di inventarci il nostro lavoro, i nostri hobby, le nostre passioni e i nostri viaggi. Per questo Barbie mamma non è mai esistita. Ma giocare alla mamma con i bambolotti significa prendersi cura dei bambini. Di una Barbie mammista che si prende cura dell’ego dei maschi adulti sinceramente non sentivamo alcun bisogno.



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