I libici e quel vizietto di sparare (a migranti e pescatori)

Gli spari della Guardia Costiera libica contro i pescherecci Artemide, Nuovo Cosimo e Aliseo è solo l’ultimo caso in cui dei mezzi “italiani” vengono usati … contro gli italiani.

Valerio Nicolosi

Potremmo definire “fuoco amico” quello della Guardia Costiera libica contro i pescherecci italiani Artemide, Nuovo Cosimo e Aliseo in cui sono è stato ferito il comandante Giuseppe Giacalone e dopo il quale è stato richiesto l’intervento della nave Libeccio della Marina Militare italiana per scortare la flotta di pescherecci in Sicilia, a Mazara del Vallo, porto dal quale erano salpati. “Fuoco amico” è la definizione che possiamo dare a questo tentativo di abbordaggio da parte dei libici in quanto effettuato con la motovedetta Ubari numero 660, una di quelle che i governi italiani dal 2017 forniscono alla Guardia Costiera libica in virtù del Memorandum d’intesa tra il governo Gentiloni e quello di Fayez al- Serraj. Il grande artefice dell’accordo fu Marco Minniti, all’epoca ministro degli Affari Interni e oggi a capo della fondazione Med-Or di Leonardo, che si occupa proprio di rapporti e vendita di strumentazione ai Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

Non è la prima volta che il “fuoco amico” dei libici colpisce i pescatori siciliani: già dai tempi di Gheddafi, la Libia ha dichiarato come di sua competenza per la pesca una vasta zona in acque internazionali, dando l’ordine alla Guardia Costiera di intervenire contro i pescherecci italiani in attività. L’ultimo episodio è quello che ha avuto uno strascico più lungo, con cento giorni di detenzione in Libia dei 18 pescatori sequestrati lo scorso 1° settembre e liberati solo a dicembre con il criticatissimo volo di Conte e Di Maio dal Generale Haftar, uomo forte della Cirenaica e acerrimo nemico del governo di Tripoli, lo stesso che l’Italia ha sempre sostenuto.

Il contesto oggi è completamente cambiato: Conte non è più capo del governo italiano, mentre Haftar mantiene la posizione in Cirenaica nonostante il governo di unità nazionale libico stia cercando un periodo di transizione. “Chiediamo al governo di avviare una nuova politica per tutelare i nostri marittimi nel Mediterraneo” aveva detto in quell’occasione Salvatore Quinci, sindaco di Mazara del Vallo, e la continuità tra il governo Conte e quello guidato da Mario Draghi avrebbe dovuto garantirla Luigi Di Maio, titolare degli Esteri in entrambi gli esecutivi e che ha fatto un viaggio proprio a Tripoli pochi giorni prima di Draghi per intavolare gli accordi sulla ricostruzione, dalla quale evidentemente il diritto di pesca in acque internazionali è escluso.

Il “vizio” di sparare i libici lo hanno dimostrato in diverse occasioni e non solo contro i pescatori ma contro le navi umanitarie che navigano nelle stesse acque internazionali dei pescherecci e che prestano soccorso ai migranti in fuga.

Il primo episodio della “nuova guardia costiera” libica risale all’agosto del 2016, prima del memorandum d’intesa, quando ancora agivano con i motoscafi. Due uomini armati e successivamente riconosciuti facenti parte della guardia costiera di Zawiyah, spararono alla Bourbon Argos, della ONG Medici Senza Frontiere.

Nel 2017 i casi aumentarono e a maggio la nave Aquarius, sempre della ONG Medici Senza Frontiere, fu osservatrice di un respingimento in cui due libici sparano con dei fucili automatici. Nell’agosto dello stesso anno due navi della ONG Proactiva Open Arms vennero attaccate dai libici: nel primo caso fu la Open Arms a essere vittima di un blitz di una motovedetta, donata dagli italiani a Tripoli, dalla quale partirono due scariche di Kalashnikov. Pochi giorni fu la Golfo Azzurro a subire un tentativo di sequestro dai libici.

Il 6 novembre del 2017 i libici non sparano, ma con un loro intervento causarono almeno 50 morti: un gommone alla deriva venne soccorso dalla Sea-Watch, ONG tedesca, ma durante l’operazione arrivò la 648, un’altra delle motovedette donate da Minniti alla Libia, che investì il gommone uccidendo sul colpo alcune persone e facendo cadere in mare le altre.

Il 15 marzo 2018 fu sempre la Open Arms a finire sotto attacco di queste motovedette ma resisterono alla richiesta di “cedere i migranti”, continuando il viaggio verso la Sicilia.

Questi sono alcuni degli episodi che hanno visto come vittime le ONG e i migranti: l’elenco sarebbe più lungo, ma per capire la situazione qui è sufficiente ricordare un altro caso, diventato simbolo per chi segue il soccorso in mare, quello di Josepha, la donna camerunense abbandonata in mare dai libici dopo un respingimento: pensavano fosse morta, era solo svenuta. Con lei, un bambino e un’altra donna. Il bambino morì poco prima dell’arrivo della Open Arms sul posto.

Nonostante questi numerosi episodi lo scorso 11 aprile, ossia nei giorni successivi a quelli dei ringraziamenti di Mario Draghi per i salvataggi della Guardia Costiera libica, l’ammiraglio Fabio Agostini, attualmente a capo della missione europea Irini, ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera nella quale ha dichiarato: “Nessun crimine contro i migranti dai guardacoste addestrati da noi”, nonostante l’evidenza dimostri il contrario.

Come accaduto nei giorni scorsi, quando la Sea Watch 4 ha assistito a un respingimento e con un video ha denunciato l’uso delle frustate a bordo del gommone dei migranti.



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