La guerra di Putin non rappresenta un ritorno al passato

Contrariamente a quanto si legge e si ascolta ripetutamente sui media, l’attacco all’Ucraina non rappresenta il fallimento della globalizzazione, semmai è la dimostrazione della sua incapacità di arrestarsi, del fatto che la sua corsa è finita fuori controllo.

Fabio Armao

Dalla fine della Guerra fredda l’intero sistema internazionale ha fatto proprie due regole auree: l’economia ombra e l’instabilità egemonica. La prima comprende tutte le attività economiche e produttive legali che vengono intenzionalmente occultate (soprattutto per ragioni fiscali) oltre a quelle illecite e criminali. È il trionfo del “casino capitalism”: l’evoluzione dell’economia mondiale verso il puro e semplice gioco d’azzardo gestito dai broker dei mercati finanziari, sottratto a qualsiasi controllo da parte delle autorità statali e internazionali. La seconda regola, correlata alla prima, sovverte l’idea che la presenza di uno o più attori egemoni possa garantire una maggiore stabilità all’intero sistema internazionale: dalla fine del bipolarismo, sono state in realtà spesso le stesse grandi potenze ad alimentare i conflitti in un numero crescente di paesi, purché periferici, affidandone la conduzione a una variegata moltitudine di attori non statali della violenza.

A queste regole si sono adeguati con pari entusiasmo tutti indifferentemente i regimi, democratici e autoritari. È grazie ad esse che un principe saudita con l’aura di un boss mafioso, un residuo del KGB in crisi di identità e un composito parterre di dittatori-populisti hanno potuto partecipare allo stesso banchetto di una “famiglia reale” statunitense o di un premier britannico capace di trasformare in pieno lockdown Downing Street in un happy hour: “no Boris, no party”.

Putin, con l’invasione dell’Ucraina, sembra reintrodurre nel grande gioco globale un elemento novecentesco: la politica di potenza. Verrebbe da pensare che sia un po’ fuori tempo massimo in un’epoca nella quale la politica, persino nelle democrazie, appare sempre più ridotta a mero marketing elettorale; mentre il capitalismo, più che maturo in stato ormai di demenza senile, è del tutto immemore delle masse che dovrebbe beneficiare con i suoi munifici doni (potendo compensare i loro consumi con le speculazioni di borsa). Che l’abbia fatto per insanità mentale (e sarebbe in buona compagnia: Trump propone nientemeno di bombardare la Cina) o perché sente vacillare il proprio trono o, ancora, per senso di inferiorità nei confronti proprio della ben più pragmatica Cina (con dieci volte i suoi abitanti in poco più della metà del suo spazio) conta molto poco. L’effetto è già adesso devastante e potrebbe aprire scenari ancora più catastrofici.

Ho detto “sembra”, non a caso. Ben lungi dal proporre un ritorno al passato, infatti, l’azzardo di Putin rappresenta la fase suprema del capitalismo neoliberale, nonché l’apoteosi delle “nuove guerre”: un autocrate che pretende di fare un uso privato degli apparati dello stato, sapendo di poter contare sull’appoggio di una parte almeno delle forze armate (dei vertici, più che della truppa, a quanto sembra), porta a un nuovo e superiore livello quella guerra civile globale permanente –caratterizzata da continui conflitti interni agli stati in grado, tuttavia, di produrre ripercussioni a livello internazionale sia sul piano economico che su quello sociale e, soprattutto, di trasformarsi in una condizione ordinaria e permanente per milioni di esseri umani – che è diventato uno dei caratteri imprescindibili del mondo in cui viviamo. Rispetto all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, alla Libia, allo Yemen – per fare soltanto alcuni degli esempi possibili – l’Ucraina incarna un salto di qualità perché al centro dell’Europa e per l’entità dei mezzi di distruzione di massa impiegati. Tuttavia, come accade in tutti gli altri teatri di guerra, anche in questo caso l’obiettivo è fare del massacro e della distruzione il pane quotidiano di popolazioni inermi (seppure, qui, in numero molto più elevato); e generare, di conseguenza, un flusso ancora più biblico di profughi (adesso tutto interno all’Europa) – alimentando così, a dismisura, un’“economia di guerra” vera, non quella invocata come un mantra fino a ieri per combattere la pandemia di Covid-19.

Contrariamente a quanto si legge e si ascolta ripetutamente sui media, l’attacco all’Ucraina non rappresenta il fallimento della globalizzazione, semmai è la dimostrazione della sua incapacità di arrestarsi, del fatto che la sua corsa è finita fuori controllo. Tanto meno, poi, la guerra di Putin è la prova di una presunta mancanza di realismo (di “saggezza applicata”) da parte dell’occidente. Di fronte ai bombardamenti e ai morti, risparmiamoci, per favore, almeno l’ipocrisia: non pretendiamo di ignorare che tutti, in Europa, negli Usa e in Italia, hanno fatto affari con gli oligarchi russi, cui è stato concesso per decenni di godersi i frutti illeciti del saccheggio del proprio paese sugli yacht ormeggiati in Costa Smeralda o nelle ville nel centro di Londra (e di acquisire, comprandola, la cittadinanza europea). La connivenza occidentale con i criminali russi è il massimo esempio possibile di autentico, cinico, “realismo” che, del resto, trova ora un paradossale riscontro nelle sanzioni economiche contro quegli stessi oligarchi e nella speranza (neppure velata) di alcuni leader democratici che qualcuno di essi possa aiutarci a risolvere il problema eliminando lo stesso Putin (sempre per il nobile motivo di salvaguardare i propri capitali illeciti).

Sarà banale e retorico dirlo, ma l’unica residua possibilità di arrestare la carneficina e di evitare l’escalation del conflitto è che le democrazie riscoprano i propri valori e, per farlo, devono trovare il coraggio di compiere un autentico autodafé. Per non correre il rischio di passare per idealista, mi limito a ricordare che, a cavallo del Novecento, il superamento delle monarchie assolute era stato reso possibile da una convergenza di interessi tra stato e capitalismo: l’avvento del parlamentarismo, la nascita dei partiti di massa e dei sindacati, rappresentavano il contraltare della crescente industrializzazione, della nascita della classe operaia e, a seguire, della necessità dell’economia di mercato di nutrirsi dei consumi di massa. La vittoria delle democrazie sui totalitarismi aveva rafforzato per alcuni decenni questa alleanza, almeno fintanto che la decisione (politica) di porre fine agli accordi di Bretton Woods aveva emancipato il capitalismo finanziario da qualunque vigilanza da parte degli stati. Oggi sarebbe forse possibile stipulare un nuovo patto, reciprocamente conveniente perché dotato di una propria razionalità economica, che permetta alla politica (democratica) di riscoprire la propria essenziale funzione di combattere le ineguaglianze attraverso una redistribuzione dei redditi – strategia che, al di là di ogni considerazione etica, contribuirebbe a rilanciare i consumi e a ridurre la conflittualità sociale – e al mercato di riconvertire la produzione in modo da non accontentarsi soltanto più di soddisfare i lussi delle élites, ma anche di rispondere sia alla domanda, immensa, di beni e servizi da parte delle masse impoverite sia all’esigenza di salvare il pianeta dall’autodistruzione.

CREDIT FOTO: EPA/RUSSIAN DEFENCE MINISTRY PRESS SERVICE

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