Gli appelli dei pacifisti italiani che sono più morbidi con Putin della Cina stessa

Mentre la Cina sta provando a giocare un ruolo egemone nella ricerca di una fine per la guerra in Ucraina, parlando direttamente con Zelens'kyj e dimostrando che non è un burattino, alcuni appelli per la pace di intellettuali e attivisti italiani - fa eccezione Europe for Peace - riescono nell'incredibile impresa di dimostrarsi più morbidi con Putin di quei Paesi considerati nella stessa area del Cremlino.

Germano Monti

Sono trascorsi sei mesi dalla grande manifestazione contro la guerra dello scorso 5 novembre, la guerra in Ucraina continua e si muovono nuove iniziative che mettono spietatamente a nudo le contraddizioni attraversate da quello che dovrebbe essere un movimento unitario per sostenere una soluzione diplomatica della più grave crisi europea dalla fine della Seconda guerra mondiale. La scena appare occupata principalmente da due appelli, usciti quasi contemporaneamente, il primo promosso da Michele Santoro e rivolto “ai cittadini, alla società civile e ai leader politici”, il secondo titolato “Fermare la guerra e imporre la pace”.
Il primo appello vede l’adesione di un folto gruppo di note personalità, molte delle quali presenze fisse nei vari talk show, come Alessandro Barbero, Fausto Bertinotti, Massimo Cacciari, Luigi De Magistris, Donatella Di Cesare, Tomaso Montanari, Moni Ovadia, Vauro Senesi e padre Alex Zanotelli, mentre fra i promotori del secondo troviamo l’ex magistrato Domenico Gallo, i portavoce di “Potere al Popolo” Marta Collot e Giuliano Granato, il fisico Carlo Rovelli, anche qui padre Zanotelli, il segretario del PRC Maurizio Acerbo, Heidi Giuliani e Luisa Morgantini. Una terza iniziativa in campo consiste in una “Mozione per la Pace in Ucraina e il Disarmo Nucleare” elaborata dalla coalizione Europe for Peace da proporre al voto dei Consigli di Regioni e Comuni. Tutte e tre le iniziative chiedono un immediato cessate il fuoco e l’avvio di negoziati fra le parti, ma le convergenze finiscono più o meno qui.

Chiarezze e ambiguità
La mozione di Europe for Peace è coerente con i contenuti della convocazione della manifestazione del 5 novembre 2022: condanna fermamente l’aggressione russa all’Ucraina, denuncia il rischio di escalation nucleare come conseguenza del prolungarsi del conflitto, ricorda i drammatici effetti della guerra sulle popolazioni civili “con la fuga di milioni di cittadini ucraini dalle loro case verso altri paesi, con la distruzione delle città e di siti industriali, con l’interruzione dei servizi idrici e di erogazione dell’elettricità, con la sospensione dei percorsi scolastici per gli studenti; con la perdita di milioni di posti di lavoro e l’interruzione delle attività economiche”. La mozione sollecita l’accoglienza non solo dei profughi, ma anche degli obiettori di coscienza e dei disertori e chiede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che “il governo italiano si attivi nei confronti dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite – e degli altri paesi attivi nella ricerca del cessate il fuoco – per una soluzione diplomatica che preveda l’immediata cessazione di ogni attività bellica e l’avvio, sotto il coordinamento della stessa Unione e delle Nazioni Unite, di un tavolo negoziale tra Russia e Ucraina con lo scopo di ripristinare il rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e perseguire una pace stabile e duratura nell’intera area interessata dal conflitto”, concludendosi con il rinnovato appello per “l’adesione dell’Italia al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari”.

Negli altri due testi, invece, non si intravede alcuna condanna dell’invasione russa, completamente assente in quello per “Fermare la guerra e imporre la pace”, mentre in quello promosso da Santoro si ammette che “Putin è il responsabile dell’invasione” per poi affermare che “la NATO, con in testa il Presidente degli Stati Uniti Biden, non sta operando soltanto per aiutare gli aggrediti a difendersi, contribuisce all’escalation e trasforma un conflitto locale in una guerra mondiale strisciante”.

L’appello “Fermare la guerra e imporre la pace” fa riferimento a due piani di pace che indicherebbero una strada per la soluzione del conflitto e che sarebbero volutamente boicottati dall’Occidente: quello presentato dalla Cina con il nome ufficiale “Posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi in Ucraina” ed un altro che sarebbe stato presentato dal Pontefice. Rispetto a quest’ultimo, ufficialmente non esiste, trattandosi tutt’al più di una “riflessione spirituale” che Bergoglio avrebbe consegnato alla fine di febbraio a Leonid Sevastianov, manager russo, Presidente dell’Unione Mondiale dei Vecchi Credenti, un movimento religioso ortodosso sorto nel XVII secolo.

L’altro piano di pace citato dall’appello è quello in dodici punti presentato dal governo cinese, un documento aspramente contrastato dagli Stati Uniti perché non contiene una condanna dell’invasione russa, ma che è valutato diversamente da altri, come il Presidente francese Macron e lo spagnolo Sanchez, documento rispetto al quale ha invitato ad una seria presa in considerazione anche il generale italiano Antonio Li Gobbi, militare con una lunga esperienza di incarichi internazionali, sia in ambito ONU che NATO.

 

In un lungo articolo pubblicato su Analisi Difesa lo scorso 27 febbraio, il generale Li Gobbi osserva che “Ovviamente, trattandosi di un documento pubblico non può dire molto e deve limitarsi a enunciare principi generici che possano apparire accettabili da parte di tutti, rimandandone la coniugazione in accordi specifici a tempi successivi e a discussioni a porte chiuse”. Li Gobbi giunge alla conclusione che “Un negoziato che avesse la Cina come mediatore avrebbe potenzialmente un respiro globale. Tra Pechino e Washington la discussione potrebbe non riguardare solo il Donbass e la Crimea e forse neanche solo l’Ucraina ma potrebbe estendersi ai conflitti economici tra Usa e Cina, alla concorrenza commerciale tra le due super potenze in America Latina (dove Pechino è subentrata a Washington come primo partner) e soprattutto alla contrapposizione tra USA e Cina nell’area dell’Indo-Pacifico, inclusa la spinosa questione Taiwan”.

Quanto all’appello di cui si fa portavoce Michele Santoro, si limita ad esprimere contrarietà all’invio di armi all’Ucraina ed a lamentare il fatto che “Dopo più di un anno di guerra in Ucraina e centinaia di migliaia di morti, mettere fine al massacro, cessare il fuoco e dare inizio a una trattativa restano parole proibite. Si prepara, invece, una resa dei conti dagli esiti imprevedibili con l’uso di proiettili a uranio impoverito e il rischio di utilizzo di armi nucleari tattiche”. Insomma, si chiede solo di cessare la fornitura di armi all’Ucraina, cosa che la consegnerebbe prevedibilmente nelle mani di Putin e Medvedev.

Come detto, l’iniziativa promossa da Europe for Peace è la sola che, oltre a condannare esplicitamente l’invasione russa, esprima empatia e solidarietà con le popolazioni civili, laddove è evidente che la popolazione sofferente è quella ucraina, quotidianamente sottoposta ai bombardamenti russi che colpiscono condomini e, infrastrutture civili, provocando quotidianamente morti e feriti fra la popolazione ucraina. In merito a questi crimini di guerra e contro l’umanità commessi dall’esercito di Putin, negli altri due testi non si trova nemmeno una parola.

 

Inattesi sparigliamenti

Il 26 aprile, per la prima volta, il Presidente cinese Xi Jinping ha comunicato direttamente con il Presidente ucraino Zelensky, con una lunga telefonata definita da quest’ultimo come molto significativa. I contenuti del colloquio si conoscono solo in parte ma il gesto di Xi Jinping mostra come la Cina intenda svolgere un ruolo attivo e di primo piano nella gestione della crisi, andando a rivestire quel ruolo di mediazione fra le parti in conflitto che nessuno, fino ad ora, è riuscito o ha voluto esercitare, a conferma di quanto scritto dal generale Li Gobbi.

Ma il 26 aprile è successo anche qualcos’altro. Nelle stesse ore in cui Xi Jing Pin e Zelensky si parlavano, la delegazione cinese – insieme a quelle di India, Brasile e Indonesia – votava una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui la Russia è definita esplicitamente come “Stato aggressore” nei confronti dell’Ucraina. I nostri attentissimi media, impegnati a disquisire su offensive e controffensive, si sono accorti di questo voto solo dopo quasi una settimana e nessuno ha notato la contemporaneità con il colloquio telefonico fra i due Presidenti. Questo aspetto non può certo essere archiviato come una coincidenza, ma sta a testimoniare come si sia in presenza di un turning point importante, che – sia detto per inciso – demolisce l’argomentazione (tanto cara a certi nostri pacifisti) secondo la quale i Paesi che rappresentano “la maggioranza della popolazione mondiale” sarebbero contrari a definire l’aggressione russa all’Ucraina come tale e, quindi, il sostegno alle ragioni di Kiyv riguarderebbe solo una minoranza di Paesi infeudati all’imperialismo USA e NATO.

 

Gli ultimi avvenimenti hanno creato forte imbarazzo tanto a Mosca, quanto a Washington: riconoscendo la Russia come Paese aggressore e sostenendo il principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina, Cina, India, Brasile e Indonesia entrano in rotta di collisione con la dichiarata volontà di Putin di annettere definitivamente alla federazione i territori ucraini occupati. Al tempo stesso, puntando ad una soluzione negoziata del conflitto, la Cina si contrappone apertamente alla strategia USA e NATO, che punta ad una vittoria sul campo delle forze armate ucraine, che ritiene preliminare ad ogni trattativa. Va rilevato, infine, come il governo cinese, attraverso il quotidiano in lingua inglese China Daily, non abbia mancato di sottolineare che “l’Unione Europea e il Giappone hanno respinto la proposta degli Stati Uniti di vietare tutte le esportazioni verso la Russia da parte dei Paesi del G7, proposta che mira a sostituire l’attuale regime di sanzioni settoriali contro la Russia con un divieto totale di esportazione, con poche esenzioni”.

Appare chiaro come l’eventuale successo di una mediazione cinese (che arriverebbe subito dopo quello ottenuto con l’accordo di pace sullo Yemen fra Iran e Arabia Saudita) proietterebbe definitivamente il Dragone al rango di potenza mondiale, cosa che non sarebbe per niente gradita agli USA ed ai loro più fedeli alleati, come il Regno Unito.

Altra questione sulla quale vale la pena di fermare l’attenzione: l’avvio dell’interlocuzione con la Cina mostra che Kiyv mantiene la propria autonomia politica e decisionale rispetto al potente alleato americano, smentendo quello che dicono e scrivono i soliti “pacifisti” nostrani. Secondo costoro – molti dei quali sono fra i promotori dei due appelli contro l’invio di armi all’Ucraina – il “regime di Kiev” è completamente sottomesso ai voleri della Casa Bianca e “il comico” Zelensky niente altro che un burattino i cui fili sono tirati dalla NATO. Quanto avvenuto dimostra il contrario, e cioè che l’Ucraina intende gestire autonomamente la propria politica, senza chiedere permessi o autorizzazioni.

Naturalmente, è troppo presto per avventurarsi in previsioni di qualunque genere, perché le possibili varianti sono molte e di ogni genere, ma gli ultimi avvenimenti offrono interessanti elementi di ragionamento per chiunque sia desideroso di sostenere il diritto alla resistenza del popolo ucraino, senza per questo appiattirsi sulla retorica guerrafondaia e atlantista, come fa, nella sua ansia di accreditarsi come alleato caninamente fedele degli U.S.A., il governo di Giorgia Meloni.

CREDITI FOTO: Daniel Ceng Shou-Yi/ZUMA Press Wire – 7 novembre 2022, Oblast di Kherson Oblast: Anna, 67 anni, ucraina, mentre esamina la sua casa danneggiata dall’artiglieria russa in un villaggio vicino alla linea del fronte.



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