Guerra in Ucraina, una questione privata

"Prizak", ovvero “fantasma”, è la parola che unisce "Generazione Putin" e “Il caso Sandormoch”. «In Russia il gulag è un fantasma sempre presente. È tuttora così».

Francesco Brusa

Dal 24 febbraio di un anno fa, per alcuni, parlare può essere fonte di vergogna. O comunque di tormento interiore, dissidio di coscienza. È il caso di chi ha un forte e viscerale rapporto con la Russia, con chi ha sviluppato nel corso della propria vita una relazione con quel paese che coinvolge affetti personali e passioni di studio, interessi culturali e orizzonti di vita. Perché – sia detto più a mo’ di ipotesi operativa che di affermazione perentoria e generalizzante –, se la decisione di invadere militarmente l’Ucraina è stata una scelta compiuta dal presidente Vladimir Putin e dalle élite al potere, è altrettanto vero che l’idea di una guerra d’aggressione contro il territorio confinante e lo sciovinismo nazionalista che la sorregge rappresentano qualcosa che nasce nel ventre di una “certa Russia”, che risponde (o perlomeno vorrebbe rispondere) alle esigenze inconsce di un pezzo di società che è necessario analizzare e su cui è urgente interrogarsi.

Sono le questioni di fondo che, da prospettive diverse ma convergenti, animano due libri pubblicati di recente da Stilo Editrice e curati dall’associazione “Memorial Italia”, Generazione Putin. Pagine dal 24 febbraio (a cura di Simone Guagnelli) e Il caso Sandormoch. La Russia e la persecuzione della memoria (di Irina Flige, a cura di Andrea Gullotta e con traduzione di Giulia De Florio). Il primo è una raccolta di testimonianze di slaviste e slavisti italiani, fra l’intimo e l’autobiografico, che riflettono su cosa abbia significato per loro lo scoppio della guerra in Ucraina, mentre il secondo racconta, con una struttura narrativa modellata come una sorta di dramma teatrale, il decennale lavoro che ha portato alcuni membri di Memorial Russia a scoprire nella regione della Carelia una fossa comune in cui erano state sepolte alcune delle vittime del terrore staliniano degli anni ‘30 e successivamente a istituire una giornata internazionale per commemorare tali vittime (Memorial è un’organizzazione non governativa fondata nel 1989 che si è posta l’obiettivo di esaminare e portare alla luce i crimini contro l’umanità compiuti in Unione Sovietica sotto il regime di Iosif Stalin. Nel 2014, sotto l’amministrazione di Putin, è stata dichiarata “agente straniero” e a partire da dicembre 2021 è stata definitivamente chiusa in Russia. L’anno successivo, in piena invasione, è stata insignita del premio Nobel). Si tratta di due operazioni differenti fra loro ma intrecciate: al cuore di entrambe si installa infatti il tema del “silenzio”, che è da un lato afasia e sgomento privati e dall’altro vuoto e omissione nella memoria collettiva. «Da quella mattina, da quel giovedì di febbraio, non ho più trovato le parole. O ne ho trovate poche», dice per esempio Bianca Sulpasso, professoressa presso l’Università di Tor Vergata a Roma. Oppure ancora, con gravità che si fa quasi onnicomprensiva, afferma Stefano Aloe, professore all’Università di Verona: «Il silenzio porta una responsabilità, come le parole, come le azioni che facciamo. O che non facciamo. Non ci si può chiamare fuori». Per chi, come le voci protagoniste di Generazione Putin, ha fatto della “Russia” la propria ragione di percorso professionale quando non di vita è evidente che l’aggressione contro l’Ucraina da parte di Putin rappresenti uno shock, un ampio “smottamento emozionale e percettivo” che spinge a riconsiderare non solo il presente ma anche il passato, più o meno recente. Nelle parole di Simone Guagnelli, ricercatore presso l’Università di Bari e membro di Memorial Italia oltre che curatore del volume: «Ho provato vergogna del mio silenzio in questi dieci anni. […] In dieci anni […] mi sono sempre dimenticato di parlare del presente, del Putin che ho visto politicamente nascere, poi crescere e fare tanti, tantissimi danni. Mentre io tacevo, i miei studenti, ormai innamorati, lo accoglievano, anche per colpa del mio silenzio, acriticamente come leader dei loro sogni, lo esaltavano».

Non si tratta di elaborare analisi sociologiche o politiche, non è questo lo scopo del libro. Piuttosto, si vuole “sostare di fronte a un’incredulità” che è tanto più rilevante per tutti quanto più ha a che vedere con dei sentimenti privati, con degli angoli nascosti dei vissuti di ciascuno. «Abbiamo bisogno di senso, in giorni di insensato sopruso», prosegue Stefano Aloe… Ciò implica, senza dover ovviamente rinnegare l’affetto e la passione che gli scriventi provano verso la cultura e il pensiero russi, cercare di compiere una sorta di “autocritica” rispetto al modo in cui nel tempo sono stati ignorati o sottovalutati elementi e segnali che, col senno di poi, sarebbero dovuti invece essere considerati in tutto il loro potenziale preoccupante. «Il Mondo Zeta era già lì: attendeva solo di rendersi presente a sé stesso», afferma perentorio Guido Carpi, professore all’Orientale di Napoli, dopo aver richiamato alla memoria alcuni dei suoi incontri nella “Russia profonda” che lo avevano messo di fronte a una realtà quotidiana in cui ribollivano, oltre al calore dell’accoglienza umana, anche risentimento verso un generico Occidente, traumi, paranoie d’accerchiamento. Vale sempre la pena rammentarlo: l’invasione del 24 febbraio è un evento che ha spiazzato la stragrande maggioranza degli analisti e degli osservatori dell’area, così come una grossa fetta delle classi dirigenti mondiali e delle persone che vivevano fra Russia e Ucraina. Ma, soprattutto, è pure il dibattito sulla direzione politica intrapresa dal potere putiniano e sugli sviluppi della società russa negli ultimi anni a non essere mai stato univoco: se alcuni studiosi internazionali come Timothy Snyder o Mark Galeotti, per citare alcuni dei più “in vista”, hanno molto insistito sui pericoli di “fascistizzazione” insiti nella deriva autoritaria del Cremlino, altri come Marlene Laurelle hanno invece fatto notare le importanti differenze che sussistono fra la Russia attuale e le esperienze storiche più reazionarie quali quella del Terzo Reich o dell’Italia mussoliniana, a partire anche dal ruolo in realtà abbastanza marginale delle forze di estrema destra. Tuttavia, è forse proprio questo carattere “ibrido” e indeciso a costituire la peculiarità del paese controllato da Vladimir Putin: una società in cui convivono apertura e aggressività latente, una linea di governo capace di una certa razionalità così come di istinti autodistruttivi, una propaganda di stato che spinge verso una mobilitazione totale di stampo parafascista ma che al tempo stesso produce disaffezione, inerzia e disinteresse. Un “groviglio” che diventa dunque difficile cogliere con i soli strumenti della politologia o dell’analisi delle relazioni internazionali e che, per essere districato, va allora considerato nei suoi snodi più invisibili, nelle sue linee di faglia meno evidenti.

Non è un caso che, fra i termini che ricorrono in Generazione Putin, ci sia la parola prizak ovvero “fantasma”, a unire idealmente i due volumi: in Russia – racconta nella sua testimonianza il presidente di Memorial Italia Andrea Gullotta (che è, non a caso, è curatore de Il caso Sandormoch) – «il gulag è un fantasma sempre presente. […] È tuttora così». Si intravvede qui il filo sottile che lega la tragedia contemporanea con la memoria storica, il clamore schizofrenico della propaganda con il silenzio di una censura molto spesso autoinflitta. Il caso Sandormoch, scritto dall’attivista per i diritti umani e ricercatrice nonché ex-presidentessa di Memorial-San Pietroburgo Irina Flige, parla implicitamente di un tale, complicato, intreccio, portandoci dentro la storia della scoperta della radura boschiva nella regione della Carelia (da cui prende titolo il volume) in cui era presente la fossa comune in cui venne sepolto alla fine degli anni ‘30 un intero convoglio di detenuti del campo di concentramento sovietico sulle isole Solovki. Questa scoperta, avvenuta soltanto nel 1997 grazie appunto agli sforzi dell’associazione Memorial, rappresenta in realtà il punto culminante di un’indagine più ampia che ha coinvolto oltre agli attivisti della Ong anche i parenti delle vittime, le cui vaghe conoscenze dell’accaduto (in molti casi la morte non era mai stata comunicata ufficialmente) sono state incrociate con le informazioni presente nei verbali relativi al terrore staliniano che intanto venivano desecretati. Fino al momento dell’esumazione dei corpi, dunque, la memoria dei detenuti dell’isola di Solovki uccisi dal terrore sovietico costituiva – nelle stesse parole di Flige – «un fatto estremamente privato», di cui anzi si prova vergogna a parlare con altre persone che non siano legate da un destino comune. «Sandormoch è il luogo di un crimine rimasto impunito, ma soprattutto innominabile», si dice nel libro. Al contrario, con il ritrovamento della fossa comune, per le famiglie dei solovkiani scomparsi ora le «persone morte tanto tempo prima non erano più dei fantasmi». Si tratta di un processo che oggi acquisisce ulteriore rilevanza, dal momento che una buona parte delle vittime di quelle esecuzioni erano persone di provenienza ucraina: in particolare artisti e intellettuali, sostenitori dell’indipendenza del proprio paese dal “giogo” di Mosca o comunque fautori dello sviluppo di un’identità e di una cultura proprie del popolo ucraino.

Già questo è un elemento che non rende la storia del ritrovamento di Sandormoch una storia completamente a lieto fine: una volta che la radura boschiva diventa il luogo di commemorazioni ufficiali, con delegazioni di diversi paesi che si recano sul posto per onorare le proprie vittime (Polonia, stati baltici, Bielorussia, Moldavia, Romania e, appunto, Ucraina) il potere statale russo, sulle prime accondiscendente e collaborativo, inizia a contestare sempre di più la legittimità di quella memoria per arrivare a una posizione quasi di “scontro diretto” dopo la crisi del 2014 (per riassumere in maniera un po’ brutale un processo comunque lungo e contraddittorio, non privo di ambiguità anche da parte dei rappresentanti delle vittime). Ci si impunta, cioè, per installare a Sandormoch anche un monumento per le vittime russe dell’accaduto: un’iniziativa in linea teorica per nulla negativa, anzi quasi doverosa, ma che – se si considera l’aggressività con cui è stata portata avanti e se letta all’interno del “trend nazional-patriottico” che in Russia seguì l’annessione della Crimea – rappresenta, secondo Flige, «la solita volontà di estraniarsi, allontanare da sé qualsiasi responsabilità». Il monumento, spiega ancora l’autrice, «non è un monumento per i propri cari giustiziati e torturati, ma contro una “memoria estranea”» e la scelta di installarlo, nonché l’ostinazione con cui si è perseguita una tale scelta, deriva dalla «paura che qualcuno arrivi da fuori a chiedere il conto ai russi per tutti i crimini del potere sovietico». Il caso Sandormoch ci racconta allora di un episodio singolare, e per certi versi pure marginale nel panorama dell’evoluzione politico-sociale del paese governato da Vladimir Putin, ma che cionondimeno è forse esemplificativo di dinamiche generali, rintracciabili sia nei discorsi ufficiali delle élite al potere che in alcuni tratti della “psicologia di massa” della Russia contemporanea. Tornando a Generazione Putin, è il critico cinematografico e membro di Memorial Italia Massimo Tria a introdurre il concetto di sovok ovvero «quel deleterio complesso psicologico di rabbia, ignoranza, arretratezza antropologica da uomo del sottosuolo che serpeggia nel ventre molle della Federazione Russa», una «nostalgia per quando si era “potenti e rispettati”» che «infesta le menti di quanti ricordano la grandeur sovietica e la vorrebbe riattualizzare». Un sentimento che certo non spiega l’invasione militare ma che sì dice qualcosa sulla retorica con cui l’élite putiniana tenta di giustificarla presso i suoi cittadini, sulle leve utilizzate per alimentare un risentimento sempre più diffuso e irrazionale che combina orgoglio machista, paranoia verso il “nemico esterno” e rifiuto di fare i conti con il proprio passato (sia personale che collettivo). Un sentimento con cui, di converso, sarà (è) estremamente necessario fare i conti se si vuole – come auspica Andrea Gullotta nel volume – «guardare nuovamente alla storia, cultura e letteratura russe con sguardo critico e segnalare, ricercare e insegnare la Russia che amiamo, difendere le diversità, cambiare prospettiva».

Ecco dunque che il carattere intimo e privato di Generazione Putin e de Il caso Sandormoch è estremamente prezioso, perché è in quella dimensione nascosta che si annidano in parte non solo le premesse della guerra in corso ma anche gli spunti, complessi, per una riappacificazione futura. Intanto la parola e le memorie – riemerse faticosamente dal silenzio e dalla “vergogna” – possono fare da temporaneo balsamo, sospensione, bussole per orientarsi in un’epoca (come disse lo scrittore e poeta Daniel Charms, citato da Claudia Olivieri) “strana e feroce”.



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