Guerra, pace, resistenza: scopri il nuovo numero di MicroMega

Un numero dedicato all’aggressione di Putin all’Ucraina e alle divisioni emerse nella società civile italiana. Qui trovate due estratti degli interventi di Rosi Braidotti e Moni Ovadia.

Redazione

L’aggressione di Putin all’Ucraina ha fatto emergere profonde divisioni in ampi settori della società civile che, pur orfana di partiti, si riconosce nei valori fondamentali della sinistra. Poiché non si tratta di questioni marginali e poiché MicroMega considera un valore irrinunciabile il confronto a sinistra, nel numero appena uscito, disponibile in libreria e su shop.micromega.net ospitiamo un grande forum sulla guerra in Ucraina e sulle questioni centrali che sono emerse in questi mesi come le più controverse a sinistra: sostegno alla resistenza ucraina, invio di armi, ruolo dell’Occidente, minaccia nucleare. Questo grande “a più voci” ospita le opinioni di Erri De Luca, Simona Argentieri, Luciano Canfora, Carlo Rovelli, Valerio Magrelli, Pierfranco Pellizzetti, Alessandro Gilioli, Norma Rangeri, Lucio Baccaro, Gad Lerner, Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Moni Ovadia, Pierluigi Sullo, Cinzia Sciuto, Domenico De Masi, Sergio Cofferati, Giuliana Sgrena, Włodek Goldkorn, Furio Colombo, Pancho Pardi, Nando dalla Chiesa, Rosi Braidotti, Nicola Lagioia. [Qui il sommario del numero]
Qui anticipiamo alcuni brani degli interventi di Rosi Braidotti e Moni Ovadia.

CONTRO IL PACIFISMO ESTREMISTA, PER UNA CULTURA AFFERMATIVA DELLA PACE | di Rosi Braidotti
(…) Il pacifismo italiano è un movimento molto eterogeneo, che vede al suo interno posizioni assai diverse. Ci si può opporre al sostegno della resistenza ucraina con l’invio di armi per considerazioni per esempio di carattere economico. Il ragionamento è il seguente: «Quei miliardi servono a noi per fare altre cose, voi ucraini arrangiatevi!». Oppure: «Le sanzioni danneggiano le forniture di gas e olio, quindi meglio che l’Ucraina capitoli, così stiamo tutti meglio!». Detto anche “pacifismo da portafoglio”, non vola molto alto sul piano morale né innova sul fronte tattico.

Ci si può opporre poi all’invio degli armamenti per profonde ragioni morali: «Riconosco che la Russia vi ha aggrediti e mi spiace molto che vi stia ammazzando e stuprando, so che voi ci chiedete aiuto e che vorreste cibo, medicine e armi. Allora io, che ho una statura morale superiore alla vostra, il cibo e le medicine ve le do, le armi invece no, perché vanno contro la purezza dei miei valori». Questa forma di anti-militarismo assoluto dimostra però una grande intransigenza; è una forma di arroganza che si vorrebbe morale, ma di fatto è cinica perché abbandona le vittime al loro triste destino.

Io sono invece per un pacifismo situato e selettivo, che accetta la necessità di una guerra di resistenza e di difesa, pur trovando la guerra ripugnante e inutile. Anche nella timida speranza che una guerra di resistenza abbia conseguenze meno disastrose dell’opzione atomica.

Perché dico questo? Innanzitutto per rispetto verso mio nonno, partigiano socialista, che mi ha insegnato che le dittature e i regimi autoritari vanno combattuti con tutti i mezzi possibili. La resistenza è un valore assoluto perché crede e lotta per la pace, e non accetta mai la legge brutale del più forte.

In secondo luogo per sentimento antimperialista e per rispetto nei confronti dei miei amici e colleghi algerini, vietnamiti, sudafricani e anche ucraini che mi hanno spiegato quanto siano importanti le guerre di liberazione nazionale. Le loro esperienze dimostrano il valore della legittima difesa in caso di invasione e aggressione imperialista.

Ma la ragione essenziale che mi spinge a difendere il popolo ucraino in questo momento preciso è l’empatia verso la sua sofferenza, l’ingiustizia che subisce e il martirio al quale è sottoposto. Considero l’indifferenza cinica come viltà, e la solidarietà come valore supremo. Credo che le vittime vadano sempre e comunque soccorse e aiutate. Sono quindi contro la militarizzazione come attitudine mentale e linea politica e ribadisco l’importanza di cercare la pace, senza però piegarsi alla legge brutale del più forte. (…)

L’aspetto per me più inquietante del pacifismo italiano risiede però nell’antiamericanismo diffuso che lo contraddistingue. Si tratta di un dibattito direi quasi dolorosamente italiano, che si fonda sulla nostra lunga e complessa storia e che viene troppo spesso strumentalizzato da una classe politica e intellettuale che ha una capacità quasi inesauribile di annodarsi in posizioni assurde.

Esiste in Italia un pessimismo eccessivo nei confronti dell’Occidente, radicato nell’antiamericanismo di un pezzo della vecchia sinistra e che mette sempre più in rilievo i difetti dell’Occidente rispetto a quelli dei suoi avversari e ai difetti della destra che adora la bruta forza dei dittatori. Ai suoi occhi, la responsabilità di questa guerra non è tanto della Russia, quanto della politica occidentale dalla fine della Guerra fredda. Denuncia l’estensione a Est della Nato, le guerre dell’Occidente in Kosovo, Iraq, Siria; l’intervento della Nato a sostegno della minoranza kosovara in Serbia. È rapidissima nel manifestare – giustamente – contro la menzogna delle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, menzogna che giustificò l’invasione dell’Iraq, ma non si erge mai contro il ruolo bellicoso della Russia in Afghanistan, Siria, Cecenia, Georgia, Crimea e adesso Ucraina.

Il pacifismo estremista critica principalmente il funzionamento difettoso del sistema democratico nel suo insieme, ma si mostra molto più indulgente nei confronti dei sistemi illiberali o autocratici. La tesi della cosiddetta equidistanza è in realtà una critica delle democrazie occidentali e anche del progetto dell’Unione Europea. Nelle forme più elaborate, nega perfino che ci sia un conflitto fondamentale fra democrazia e autocrazia, o liberalismo e regimi illiberali. Anzi, i “neneisti”, come si chiamano adesso, segnalano che sono le stesse democrazie a generare movimenti illiberali, per esempio i movimenti sovranisti e populisti, e invece di prenderla come prova dei vantaggi di un sistema liberale aperto, interpretano la cosa come prova del marcio inerente ai sistemi democratici. Libertà e tirannia per loro si equivalgono. (…)

Una vera cultura della pace è tutt’altra cosa rispetto all’ideologia del pacifismo passivista e aggressivo, che predica e pratica un antagonismo costante come guerra d’attrito verso le istituzioni democratiche. Sono contraria ai movimenti incendiari e bellicosi, che agitano il cosiddetto “pacifismo” come arma di battaglia contro il loro nemico principale: il sistema democratico. Ci sono altri modi di combattere, e di resistere, lavorando insieme per una cultura della pace che non esclude il diritto di difendersi. Il dovere della sinistra è di costruire una vera cultura della pace, anziché cedere a queste guerre culturali manipolate dai vari populismi incrociati. Per me la cultura della pace è anche una disintossicazione dai veleni della negatività e della violenza come elemento quotidiano.

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UNA GUERRA PER PROCURA | di Moni Ovadia

(…) C’è una prima evidenza in questo conflitto fra la Russia e l’Ucraina che è innegabile ed è davanti agli occhi di tutti: la guerra l’ha scatenata Vladimir Putin. È mia opinione però che le ragioni prime, le ragioni profonde, le ragioni che hanno preparato questa guerra e da ultimo l’hanno fatta deflagrare siano da ricercarsi nel modus operandi dell’intero Occidente e soprattutto degli Stati Uniti d’America. L’Occidente ha peraltro dimostrato di non avere una sua autonomia, perché segue pedissequamente, in maniera appiattita, le indicazioni delle amministrazioni Usa, il cui scopo è replicare in questo secolo quanto accaduto nel secolo scorso, cioè l’egemonia dell’impero statunitense. Il discorso sarebbe molto lungo, basti dire che quando crollò l’Unione Sovietica, Paul Wolfowitz, sottosegretario alla Difesa statunitense, di fatto estese la dottrina Monroe dall’emisfero occidentale a tutto il mondo. Wolfowitz esplicitò la cosa dicendo che non sarebbe più dovuta sorgere nessuna potenza in grado di contendere l’egemonia agli Stati Uniti d’America. Il senatore Ted Kennedy definì la teoria Wolfowitz una teoria imperialista. Dick Cheney la mitigò un po’, ma de facto tutte le decisioni delle amministrazioni degli Stati Uniti d’America sono state improntate a questa teoria. Altrimenti non si spiegherebbe perché gli americani abbiano oltre 800 basi militari dovunque nel mondo. E anche l’estensione della Nato fa parte di questo giochino. (…)

In linea di principio, e non solo, un popolo invaso ha il pieno diritto di difendersi, con i mezzi che riesce a trovare e a impiegare. Tutto questo, però, sarebbe indiscutibile se questa guerra fosse “solo” una guerra di invasione di una potenza contro uno Stato indipendente. Non sono l’unico a ritenere che invece questa non sia una guerra della Russia contro l’Ucraina, ma che, sulla pelle del popolo ucraino, degli innocenti cittadini ucraini, si combatta un altro tipo di conflitto, un conflitto per procura fra gli Stati Uniti e la Russia. Del resto, il presidente Joe Biden ha detto esplicitamente di mirare a un cambio di regime in Russia. Obiettivo (rovesciare un regime per instaurarne uno amico) che le amministrazioni statunitensi e i servizi segreti, in particolare la Cia, hanno tradizionalmente perseguito, rovesciando anche regimi democratici. L’elenco sarebbe lungo, ricordo solo Mossadeq in Iran, Árbenz Guzmán in Guatemala e il presidente Salvador Allende in Cile. È la modalità che gli americani utilizzano per far credere che loro non fanno mai niente di male e che i regimi cadono da soli, mentre invece questa è una tecnica precisa denunciata in primo luogo dagli intellettuali statunitensi liberi pensatori. Penso ancora a Noam Chomsky. Ma anche a un politico come il senatore Bernie Sanders.

Tornando all’Ucraina, gli americani intendono combattere questa guerra fino all’ultimo uomo, o perlomeno piacerebbe loro farlo, ma non fino all’ultimo uomo americano, bensì fino all’ultimo uomo ucraino ed eventualmente fino all’ultimo uomo europeo. Persino il New York Times il 22 maggio scorso ha scritto che bisogna smetterla, perché questa guerra devasterà gli ucraini e l’Europa, mentre gli Stati Uniti ne usciranno rafforzati e con quella fama iper-usurpata di Impero del bene, mentre sono un Paese imperialista con una volontà di dominio totale sul mondo esercitata attraverso il loro sistema economico, che è un sistema dissennato, catastrofico e criminale.

(…) Di fronte al fatto che ci sono armi che possono distruggere il pianeta dieci volte, è ora di innescare un’altra marcia, di entrare in un’altra era, in un altro spazio mentale, in un altro ecosistema delle relazioni, di bandire i nazionalismi per cominciare a costruire un mondo unico per tutti i suoi abitanti. Che si cominci a pensare, per esempio, a un solo passaporto, quello dell’abitante del pianeta Terra, magari integrato da alcune pagine che indicano da quale luogo del pianeta Terra ciascuno proviene. Cito qui la straordinaria Carta di Palermo voluta dal sindaco Leoluca Orlando, che ha varato questo documento con molti autorevoli giuristi per chiedere l’abolizione universale del permesso di soggiorno. Noi non scegliamo dove nascere e non abbiamo nessun merito a essere nati in un posto anziché in un altro, per questo tutti devono poter scegliere dove vivere e dove morire. E oggi che abbiamo sentito l’alito gelido della minaccia delle armi atomiche, dobbiamo chiedere un bando universale di tutte le armi su questa Terra. Sembra un’utopia, ma molti progressi dell’umanità sono sembrate utopie. E l’utopia, come diceva Sebastião Salgado, è come l’orizzonte: serve a mettersi in cammino verso la meta. È ora che cominciamo almeno a metterci in cammino.

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