La psiche come campo di battaglia politica

“Conquistare cuori e menti là fuori…Con ogni mezzo”. Da Ser Niccolò a Putin.

Pierfranco Pellizzetti

«La sottomissione del corpo per
mezzo del controllo delle idee»[1]
Michel Foucault

«La specificità della creazione storica
della rivoluzione francese. È la prima
rivoluzione che pone chiaramente l’idea di
un’auto-istituzione esplicita della società»[2]
Cornelius Castoriadis

Niccolò Machiavelli, il Principe, Tutte le Opere, Sansoni, Firenze 1971
Christopher Wylie, Il mercato del consenso, Longanesi, Milano 2020

Malleabilità individuale e sociale
La lunga stagione del Moderno che aggettiviamo “borghese”, secondo i suoi magistrali esploratori ottocenteschi corre lungo due filiere che tendono alternativamente a intrecciarsi e a divergere: quella economica del modo di produrre capitalistico (Karl Marx) e quella socio-politica della democrazia declinata nei grandi numeri e nei grandi spazi (Alexis de Tocqueville); dopo l’ascesa contestuale nella ritrovata dimensione urbana tanto del burgher come del citoyen. Il parto gemellare monozigote di cui ci fornisce ampia testimonianza la storiografia ufficiale. Ossia i borghesi e i cittadini, ovvero «gli abitanti delle due città della modernità. […] I primi come propugnatori della crescita produttiva e i secondi come sostenitori dell’uguaglianza sociale»[3].

Una favola bella e rassicurante, mentre nei meandri di un potere psicologicamente affetto da precarietà e insicurezza per le circostanze stesse della sua ascesa attraverso rotture rivoluzionarie, nonché privo della legittimazione grazie al crisma della naturalità (o dell’instaurazione divina) propria dell’ancien régime che aveva sostituito, il pensiero politico elaborava le proprie tecnologie di perpetuazione nel nuovo contesto. Un lavorio nelle segrete stanze, svolto a due livelli: come governo del mutamento sociale e come metodologia di controllo degli individui. Partendo dalla graduale presa di coscienza del tratto comune ai due ambiti: la natura plastica – quindi facilmente malleabile – tanto del consorzio umano come della psiche delle singole persone.

La prima scoperta – esplicitata come “costruttivismo” o “ingegneria politica” nelle mille pratiche riformistiche – venne messa al lavoro dai leader pragmatici alla testa dei radicali cambiamenti che diedero origine alla società borghese durante il Lungo Settecento (il 1689-1789 delle rivoluzioni inglese, americana e francese): la capacità progettuale volontaristica di imprimere “nuova forma” all’organizzazione umana. Anche se – come scrisse Mario Tronti – agli albori della sequenza secolare «l’ipotesi del vuoto di potere è quella che funziona meglio»[4].

Sicché i regicidi britannici della Grande Insurrezione si muovono ancora a tentoni all’interno di una “rottura” senza precedenti (e Oliver Cromwell lo teorizzerà nella celebre sentenza “nessuno sale più in alto di colui che non sa dove sta andando”); ma già i Padri Fondatori della federazione tra le Tredici Colonie d’oltre oceano rivelano una consapevolezza nuova. Difatti quei personaggi di spicco, esponenti di una plutocrazia coloniale, «crearono il sistema di controllo nazionale più efficiente dei tempi moderni e mostrarono alle future generazioni di leader i vantaggi che si ottengono associando il paternalismo al comando»[5].

Maurice Duverger definiva “le due facce dell’Occidente” l’ambivalenza della soppressione dei privilegi aristocratici accompagnata dalla creazione di nuove oligarchie attraverso la cristallizzazione legalizzata delle ineguaglianze economiche. L’espressione usata dal costituzionalista francese è “plutodemocrazia”[6]. Quel particolare “ibrido” descritto con parole severe (e qualche forzatura polemica) da Karl Polanyi. «L’obiettivo delle grandi rivoluzioni, inglese e francese, era stato quello di attuare la libertà in campo economico; ma tale opera è rimasta incompiuta. L’impianto feudale del monopolio terriero è sopravvissuto alla rivoluzione… È sorto così il capitalismo, come un ibrido tra violenza e libertà»[7].

Sicché, un sistema che alla luce del sole promette eguaglianza dei diritti e di opportunità, mantenendo sottotraccia disparità di potere che ne contraddicono i presupposti, abbisogna di un forte controllo della propria base sociale e altrettanto elevati ambiti di segretezza: quell’apparato disciplinare, in larga parte composto da arsenali comunicativi a messa in funzione automatica, esplorato con particolare acume nella seconda metà del secolo scorso da Michel Foucault nelle sue riflessioni sulla “modalità panoptica del potere”; che dietro un quadro giuridico codificato e formalmente egualitario sviluppava procedimenti tali da costituirne “il lato oscuro”.

«La forma giuridica generale che garantiva un sistema di diritti uguali in linea di principio, era sottesa da meccanismi minuziosi, quotidiani, fisici, da tutti quei sistemi di micropotere, essenzialmente inegualitari e dissimmetrici»[8]. Con relativi strumenti disciplinari: «dapprima l’ospedale, poi la scuola, più tardi ancora la fabbrica»[9].

Contraddizione inconfessabile che sfocia in maniacalità da minaccia incombente: il rapporto paranoico-schizoide con il demos, ossia il celebrato kratos dell’ordine democratico, la cui sacralizzazione laica si accompagna al timore, ereditato dalle epoche precedenti e incistato nel subconscio collettivo del privilegio, di quello stesso demos come potenziale agente di sovversione. L’indicibile che solo ben di rado viene proferito; e con tutte le prudenze dell’outing di un vizio infamante. Ad esempio, agli albori del capitalismo industrialista, il grande sistematizzatore dello stato nascente – Adam Smith – nelle sue Lezioni di giurisprudenza definiva esplicitamente il governo «una combinazione dei ricchi per opprimere i poveri e conservare i propri vantaggi»[10].

Appunto, quella forma di ingegneria sociale che abbiamo definito “costruttivismo”.

Però qui ci fermiamo, perché il focus di queste note è l’altra parte del ragionamento – il resettaggio a piacimento dei singoli processi mentali – riguardante le pratiche suffragate da una teoria mai esplicitata eppure decisiva, come “lato oscuro dell’innovazione tecnologica” in materia di potere (CW pag.16); che corre ininterrotta da un grande libro del XVI secolo, alle origini del pensiero politico del Moderno, a un odierno instant book. Dal momento in cui Niccolò Machiavelli traccia la netta separazione tra etica e politica fino alla cronaca degli ultimi anni, in cui gli strumenti ITC, combinati con il potenziamento di computazione dati dell’intelligenza Artificiale e le opportunità delle “tecnologie indossabili”, hanno creato il più formidabile apparato di controllo delle menti proprio grazie alla totale assenza di principi nei “nerd smanettatori informatici”, tipo Christopher Wylie; il ragazzino dislessico dai capelli tinteggiati con i colori cangianti di una tavolozza acida, passato alle cronache come sviluppatore di Cambridge Analytica, la società British specializzata in disinformazione. Come ha dichiarato lui stesso, “lo strumento psicologico per fottere il cervello della gente”, testato con successo nell’operazione Brexit e nell’elezione imprevista quanto trionfante di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Dunque si passa al topic, non prima però di aver sottolineato il tratto comune tra l’ingegneria sociale e la psicologia/economia comportamentale: già a partire dai tempi in cui a Occidente la retorica democratica diventava una sinfonia dominante, la convinzione ai “piani alti” (l’establishment, quelli che vogliono e possono) del proprio sacrosanto diritto/dovere di manipolare a piacimento “il popolo bue”.

La circonvenzione come tecnica del Potere
Fondamento della svolta machiavellica del 1513 è la pretesa del passaggio nel discorso politico dal “dover essere” all’”essere”: «Molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero. […] Mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa» (NM pag.280). Una sorta di meccanica del Potere, che riduce la spinta degli attori politici alle scelte comportamentali dettate dalle convenienze, nella totale indifferenza del “volto demoniaco” di tale hubris. Viatico per le future declinazioni del machiavellismo, in cui – contrariamente alla premessa teorica iniziale (essere vs. dover essere) – “l’apparire” diventa determinante per il principe volpe e lione, esperto in inganni e tradimenti. In base alla massima di controversa attribuzione secondo la quale “il fine giustifica i mezzi”. «Debbe uno uomo prudente quelli che sono stati eccellentissimi imitare, accio che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore» (NM pag.264). Ma poi precisa, nella disputa «se è meglio essere amato che temuto, rispondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché egli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto» (NM pag.282). Commentava già nel 1948 lo storico anti-nazista Gerhard Ritter, nel celebre profilo del pensiero statuale dal segretario fiorentino a Hitler: «la sua tecnica politica è calcolata per uomini che, come massa e come singoli, siano vili, incapaci di ragione e facili da ingannare»[11].

Una visione di totale disincantamento cinico che nella seconda metà del Novecento – nello smarrimento di ogni freno inibitore durante l’impazzimento nevrotizzante della Guerra Fredda – raggiungerà livelli di pura psicosi disumanizzante.

Nel suo ponderoso saggio sul “capitalismo della sorveglianza” (che, al tempo della digitalizzazione, «si appropria dell’esperienza umana come materia prima da trasformare in dati sui comportamenti per essere trasformati in prodotti predittivi»[12]), la docente di Harvard Soshana Zuboff ricostruisce il lungo lavorio morboso avviato dal Direttore della CIA Allen Dulles già al tempo della Guerra di Corea (non si sa se ispirato o ispiratore da/della saga di Isac Asimov “sulla Fondazione e il crollo della Galassia Centrale”, in cui un’ipotetica scienza – la psicostoria – consente di programmare i comportamenti umani), per «studiare e sviluppare sistemi di ‘controllo della mente’, dalla ‘de-programmazione’ alla ‘riscrittura’ della psiche di un individuo»[13]. In tempi recenti il delirio demiurgico degli Steve Bannon, Nigel Farange e Cambridge Analytica di annullare la democrazia con un’app (come Uber coi tassisti), che Wylie attualizzava in operazioni computazionali, grazie alla congerie di dati raccolti e messi in vendita da Facebook e dagli altri social media dei “signori del silicio”, come li chiama il massmediologo di Stanford Evgeny Morozov; mentre oggetto della vendita non sono più le opzioni di acquisto, quanto le scelte politiche di fondo: «l’idea che la digitalizzazione annunci l’avvento di un mondo nuovo, in cui le vecchie regole della realpolitik non sono più valide, si è dimostrata una fesseria»[14].

Specie dopo la messa a punto di pratiche vagamente misteriche – targeting, modelling, priming o “innesco” – riconducibili al termine più generale di “profilazione”.

La chiave vincente di queste modalità innovative è quella di mettere a frutto le potenzialità fornite da ITC e Intelligenza Artificiale per tipizzare i bersagli dei propri messaggi, ottenendo il massimo effetto grazie all’individuazione dei punti sensibili da mirare – destinatario per destinatario – al fine di raggiungere la completa sintonia tra emittente e soggetto ricevente. Al limite, l’identificazione.

Secondo il giornalista di Channel 4 Paul Mason, «la moderna alleanza tra plebe ed élite aveva bisogno di un metodo capace di sfruttare la potenza dell’intera Rete. Durante la campagna elettorale di Trump, Facebook, Google e Twitter hanno offerto loro i mezzi per farlo: la profilazione dei dati degli utenti e gli algoritmi elaborati per proporre contenuti mirati. Il contenuto è stato in vario modo fornito dall’alt-right reale, oltre a numerosi gruppi e individui fittizi controllati dai servizi segreti russi. La metodologia è stata fornita dalla Cambridge Analytica»[15].

Riassumendo: la guerra psicologica esiste da tempo immemorabile; e Christopher Wylie ce ne offre un vasto inventario nel suo romanzo/saggio (CW pag.55) – dalle guerre persiane del VI secolo a.C. fino alle operazioni di depistaggio britanniche durante la seconda guerra mondiale. Soltanto che la pratica della circonvenzione – teorizzata e finalizzata già con Machiavelli a scopo di consenso, anche a uso interno nella Repubblica del suo tempo – entra in un crescendo a partire dalla seconda metà del ‘900 fino ai giorni nostri; che la eleva all’ennesima potenza grazie all’uso senza limiti delle nuove tecnologie digitali. Pratiche che utilizzano il criterio proprio del metodo informatico di trovare un punto debole in un sistema e sfruttarlo. Sicché, «quando si cerca di hackerare la mente di una persona è necessario individuarne le distorsioni cognitive» (CW pag.86); allo scopo di ridurne i fattori di resilienza psicologica (CW pag.65). In altre parole, il senso critico. L’opera di influenzamento della piccola gente indicando loro che «ogni difficoltà poteva essere attribuita a fattori esterni, risparmiando loro di confrontarsi con la dura realtà dei fatti. […] Meglio incolpare nemici senza volto». Nel caso americano, l’Obamacare o gli immigrati clandestini “ruba-lavoro; opera in cui da tempo si è specializzata l’emittente televisiva ultra destra Fox News, dell’editore reazionario Robert Murdoch, che «scatena un bias chiamato euristica affettiva: i soggetti ricorrono a scorciatoie mentali influenzate in modo significativo dall’emozione» (CW pag.100). Dalle nostre parti periferiche, la funzione svolta dai TG di Rete Quattro nella gestione di Emilio Fede e dalle testate destrorse (il Giornale, Libero, la Verità, ecc.) quali primari puntelli del consenso nel ventennio berlusconiano.

Da Trump a Putin
Ormai anche il quadro analitico di tali procedure (seppure sottotraccia) in questi ultimi anni è stato definitivamente disegnato – da Wylie alla Zuboff, a Morozov – sebbene molti aspetti restino da chiarire. Ad esempio la questione del ruolo svolto dalla guerra psicologica profilata nel passaggio dall’appalto a imprese private profit oriented per il marketing politico (format USA) alla gestione diretta di apparati statuali per politiche di potenza, come nel caso di Cina e – soprattutto – Russia (seppure attraverso società di comodo come Gazprom e Lukoil); assai meno visibili e investigabili. Anche se dovrebbe far riflettere nel secondo caso l’articolo pubblicato nel 2013 dal generale Valerij Gerasimov, attuale Capo dello Stato Maggiore generale delle Forze armate russe e anche vice-ministro della difesa della Federazione Russa, dal titolo “Cennost’ nauki v predvidenii” (il valore della scienza delle previsioni) in cui si teorizza che «si fa la guerra cambiando la testa e la lingua dei ceti sociali più deboli dell’avversario». Di cui le attuali cronache dell’aggressione all’Ucraina ci testimoniano l’elevato livello mistificatorio raggiunto dalla macchina propagandistica del Cremlino; nell’affiancamento agli arsenali militari della sofisticata fabbrica di fake news, per cui Putin può ricostruire verità e responsabilità dell’ignobile vicenda contrabbandando con una certa efficacia la spudorata menzogna (con improbabili richiami all’epopea sovietica della Stalingrado 1943) di un’azione per liberare Kiev finita in mano ai nazisti (sic). Al tempo stesso quanto riesca nella sua opera di ricostruzione del terreno di scontro bellico la contro-narrazione occidentale di un Putin pazzo e guerrafondaio (lasciando perdere la sua natura di autocrate criminale sufficientemente suffragata dai fatti) che ripartisce in maniera manichea i ruoli di “buoni” e “cattivi”; quando le responsabilità delle cosiddette liberal-democrazie nell’instabilità degli assetti a Est nel dopo 1989 e del conseguente revanscismo post-sovietico sono abbastanza evidenti. Per cui meritevoli di rispetto (e ammirazione) sono solo i patrioti ucraini in lotta contro forza soverchianti; non certo i soci tremebondi e opportunisticamente miopi del “cartello di Bruxelles”. Veri nipotini di Neville Chamberlain, il primo ministro britannico che sottoscrisse gli accordi di Monaco con Hitler nel 1938.

Così come sarebbe interessante virare l’approfondimento psicologico sui colonizzatori della psiche altrui, dagli etoniani strafottenti e debosciati quanto inebriati di potere, incubatori di Cambridge Analytica, ai loro bracci armati, pronti a precipitare narcisisticamente nel lassismo morale come reazione personale terapeutica all’essere evidenti casi umani. Magari trovando comunanze tra il Christopher Wylie, che si definisce lui stesso “gay disabile, molestato fin dalla tenera età”, e un femminiello nostrano: quel Luca Morisi ideatore della macchina di infowar – “la Bestia” – per conto della Lega di Matteo Salvini.

Gli adepti del volto demoniaco del potere manipolatorio al tempo del matrimonio – celebrato sotto le insegne al silicio di Silicon Valley – tra ICT, Intelligenza Artificiale e una psicostoria d’accatto.

[1] M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino 1976 pag.112

[2] C. Castoriadis, “L’idea di rivoluzione ha ancora un senso?”, MicroMega 1990

[3] Ralf Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità, Laterza, Roma/Bari 1989 pag.5

[4] Mario Tronti (a cura di), Stato e rivoluzione in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1977 pag.235

[5] Howard Zinn, Storia del popolo americano, Il Saggiatore, Milano 2005 pag.46

[6] M, Duverger, Giano, le due facce dell’Occidente, op. cit. pag. 13

[7] K Polanyi, Per un nuovo Occidente, op. cit pag 215

[8] M. Foucault, Sorvegliare e punire, op. cit. pag.242

[9] ibidem pag.244

[10] A. Smith, La ricchezza delle nazioni, (prefazione di P. Sylos Labini), Newton Compton, Roma 2010 pag. 21

[11] Gerhard Ritter, Il volto demoniaco del potere, il Mulino, Bologna 1968 pag.35

[12] Shoshana Zuboff, Il capitlismo della sorveglianza, LUISS, Roma 2019 pag.17

[13] Ivi pag.337

[14] Evgeny Morozov, I signori del silicio, Codice, Torino 2017 pg.96

[15] Paul Mason, Il futuro migliore, il Saggiatore, Milano 2019 pag.237



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