Anche in tempo di guerra, non si rinunci ai propri valori

L’invito dell’Università Bicocca a Paolo Nori di “integrare” i suoi seminari su Dostoevskij con scrittori ucraini è solo l’ultima, insensata, rappresaglia culturale che non serve alla “pace”. Per contrastare Putin dovremmo prendere a esempio quanto stanno facendo proprio gli esponenti della cultura russa.

Teresa Simeone

La guerra, si sa, è la peggiore iattura che possa capitare a un popolo e lo è per chi la inizia e per chi la subisce: produce morte, distruzione, annichilimento. Anche della ragione. E quando la ragione tace le pulsioni divampano, inarrestabili e incomprensibili: si finisce per perdere lucidità, un lusso che non è concesso a chi ricopre ruoli rilevanti. Gli intellettuali, coloro che dovrebbero riflettere “per statuto”, hanno un’enorme responsabilità nell’orientare decisioni i cui effetti possono essere devastanti per chi si occupa di cultura. Hanno l’obbligo morale di rimanere saldi e critici. Eppure, assistiamo a scelte discutibili.

Gli ultimi eventi, quelli che riguardano Paolo Nori, costretto a rivedere la pianificazione dei suoi seminari su Dostoevskij dietro “invito” della rettrice della Bicocca a evitare problemi, integrando con scrittori ucraini, sono rientrati ma rimane ciò che è alla base della decisione e che ha deluso lo scrittore, deciso a non continuare la collaborazione con un’università che pensa che un autore russo di indiscutibile valore possa risultare fonte di polemiche. Analogo “invito” ha riguardato il direttore d’orchestra Valery Gergiev, cui è stato chiesto di prendere le distanze dal suo presidente e amico Putin, cosa che non ha fatto e per cui è stato estromesso dall’incarico alla filarmonica di Monaco e da quello alla Scala. Anche la soprano Anna Netrebko si è ritirata dagli incarichi al Metropolitan di New York piuttosto che rinnegare il suo sostegno a Putin: ha condannato l’invasione in Ucraina ma non l’invasore.

È giustamente incontenibile l’ondata di sdegno per quello che sta accadendo, per una guerra brutale che sta distruggendo vite e riducendo città a cumuli di macerie, ma questo consente decisioni che vanno in direzione contraria a quei valori in nome dei quali condanniamo la politica del nuovo zar? Si può chiedere a un cittadino russo di abiurare il proprio governo, di condannare la politica del proprio paese?

Il dissenso non può che essere spontaneo: indotto è costrizione. In nome della democrazia si finisce in un paradosso antidemocratico, un corto circuito della capacità di discernimento a essa connaturata.

Chiedere di condannare il governo del proprio paese non tiene conto di alcuni fattori imprescindibili: innanzitutto che se è vero, com’è vero, che la presidenza di Putin non lascia alcuno spazio a idee diverse da quelle governative, chiedere di abiurare significa mettere in pericolo la vita di quelle persone. Facile per chi, come noi, assistono da lontano e vivono in una democrazia che, per quanto contraddittoria e fragile, ci consente di scrivere e manifestare liberamente. Nessuno, però, da una posizione comoda, può chiedere a un altro essere umano di mettere a rischio tutto il suo mondo esistenziale.

Non solo, ma i nostri principi sono profondamente e storicamente improntati alla libertà di coscienza. E quale libertà di coscienza è lasciata a chi è cittadino di uno Stato, quello in cui è nato, in cui vivono i propri affetti, in cui si proiettano i progetti futuri se gli si chiede di rinnegarli?

Imporre sanzioni economiche e ogni altra misura che possa indurre a creare il vuoto intorno a un dittatore è una strada doverosa, ma le rappresaglie culturali che non portano alcun servizio al perseguimento della pace e rischiano di equiparare il comportamento degli occidentali a quello dell’autocrate non gettano un’ombra sulla superiorità morale dei principi che si vuole difendere? È nella tempesta che si vedono i bravi timonieri ed è nelle situazioni difficili che i valori devono restare saldi. Forzare scelte, comportandosi allo stesso modo in cui si comportano dittatori che non esitano a umiliare i propri funzionari, che basano il consenso sulla paura e che agiscono in maniera muscolare, facendo prevalere le pulsioni aggressive sulla capacità di riflessione e perseguendo ogni voce dissonante, non significa cedere, sia pure inconsapevolmente, alle stesse logiche che si vogliono stigmatizzare?

Sarebbe meglio lasciare che chiunque esprima le proprie posizioni: ciò darà più forza a chi le rispetta e molto, molto più valore a chi, pur nella condizione di subire la repressione, come i meravigliosi russi che stanno manifestando in questi giorni, non esita, in nome della libertà di coscienza e di espressione del pensiero, a marciare contro il proprio presidente e a venire arrestato e a tutti coloro, nello sport e nelle arti, che esprimono forte la propria contrarietà al conflitto.

Tanti stanno dissentendo anche tra i media, come avviene alla radio Echo of Moscow o al canale televisivo online Dojd, e tra gli studiosi che si sono espressi contro l’invasione, come ha fatto l’associazione dei matematici russi o i cinquemila scienziati russi nella lettera di denuncia del 24 febbraio contro la guerra in Ucraina, la cui responsabilità è imputata senza alcuna giustificazione a Putin. Risaltano ancora di più l’atto coraggioso della direttrice del teatro statale e del Centro Culturale Vsevolod Meyerhold di Mosca, Elena Kovalskaya, che si è dimessa non potendo tacere di fronte a quello che stava facendo Putin o il discorso pubblico con cui Ivan Velikanov, la sera del 25 febbraio, ha ripudiato la guerra e che gli è costata la sospensione da direttore d’orchestra dell’Opera di Niznij Novgorod.

Sono solo alcune tra le voci di intellettuali e artisti russi ma sufficienti a far capire come il dissenso, per essere efficace ed eticamente significativo, debba essere spontaneo e libero; in caso contrario è sterile di effetti e anzi strumentalmente utilizzabile dall’ideologia che si vuole combattere.



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