Le parole, le azioni, le cose: dove è la Cgil?

Come sta “provando” ad affrontare la crisi bellica ed economica Maurizio Landini? Dov’è finita la “grande giornata di mobilitazione dei lavoratori europei per fermare la guerra” evocata durante la manifestazione “pacifista” del 5 marzo scorso?

Giorgio Cesarale

Uno dei più impavidi cannonieri del “Corriere della Sera”, Angelo Panebianco, ha avuto l’onestà, qualche giorno fa, di descrivere ciò che incombe sulla vita di ciascuno di noi mortali, di quella “gente normale [che] ormai non ha più parte alcuna nelle vaste fortune accumulate nel mondo della proprietà immobiliare, della finanza e dell’industria” (Christopher Lasch). Per finanziare la nuova corsa agli armamenti, indotta dalla necessità di “contenere” la Federazione Russa, bisogna rimuovere alcuni ostacoli. Quali?

Un ostacolo è dato dal fatto che dopo quasi ottant’anni di pace è ormai scomparsa la memoria degli orrori della Seconda guerra mondiale. La lunga pace di cui hanno goduto a casa loro ha convinto tanti europei che questa sia ormai una condizione naturale, irreversibile, non dipendente, come è invece stato, da rapporti di forza per lungo tempo favorevoli all’Occidente. Prendere atto che le cose non stanno più così e che, d’ora in poi, per mantenere la pace occorrerà cambiare le abitudini, forse anche rinunciare a quote di benessere che, come la pace, sembrava anch’esso garantito per sempre, implica una conversione psicologica difficile e dolorosa. Anche lasciando da parte le pesanti ricadute economiche della guerra in Ucraina e i loro effetti, che già si stanno manifestando, sulla qualità della vita degli europei occidentali, è possibile che molti non abbiano ancora realizzato, ad esempio, che quando si parla di difesa europea si sta dicendo che bisognerà spostare risorse fino ad oggi impiegate per altri scopi dal piano civile a quello militare. Quale sarà la loro reazione quando se ne renderanno conto?[1]

Angelo Panebianco non deve temere: la “conversione psicologica” alla quale sono chiamati i lavoratori quando si “renderanno conto” dell’abbattimento del loro salario reale, cioè del loro impoverimento, sarà meno terribile finché alla testa del principale sindacato italiano, la Cgil, ci sarà Maurizio Landini, il dirigente sindacale della prova, del tentativo, dell’encomiabile sforzo, dello Streben, in un certo senso dell’eroico furore (dobbiamo “provare a rimettere al centro della discussione di questo paese la qualità del lavoro e la qualità della vita delle persone”, 17 giugno 2021, “ognuno deve provare a fare la sua parte”, 20 gennaio 2020, “vogliamo provare a fare l’accordo”, 23 novembre 2016, “io preferisco provare a fare le cose piuttosto che annunciarle”, 18 marzo 2015, “al parlamento chiediamo di provare a fare il parlamento”, 17 ottobre 2014, “io faccio il sindacalista della Fiom, ho ancora tre anni di mandato e vorrei provare a completarlo”, 14 ottobre 2014, abbiamo scelto “di provare a fare un congresso”, 9 maggio 2014, “ma perché uno deve decidere di cambiare la natura e non di mettere nelle condizioni le categorie di provare a fare il proprio mestiere?”, 30 gennaio 2014…).

Come sta “provando” dunque ad affrontare la crisi bellica ed economica il segretario della Cgil? Come si sa, il primo riflesso condizionato di un dirigente della “sinistra” italiana non è di dare impulso a un’azione organizzata della forza-lavoro complessiva – la loro sfiducia verso quest’ultima è incrollabile –, ma, posto qualsiasi problema, di tentare di risolverlo attraverso una pioggia di interventi keynesiani. Nell’intervista rilasciata a Paolo Baroni del quotidiano “La Stampa” e pubblicata il 12 marzo scorso, Landini ha infatti subito invocato “provvedimenti che siano in grado di sostenere le imprese, il reddito delle famiglie, sia riducendo l’Iva sui beni di largo consumo sia intervenendo sul caro bollette, sia con cassa integrazione dove i costi di produzione non sono più sostenibili”. Il keynesismo nazionale però non basta, servirebbe un “turbo-keynesismo” europeo, sostanziato di interventi che vadano molto al di là del PNRR:

per questo occorre cancellare il Fiscal compact e quindi rendere non transitorie ma strutturali scelte come il Next Generation Eu. A mio parere è arrivato il momento di costruire davvero l’Europa sociale ed economica superando la logica che si è realizzata sino ad oggi. Noi abbiamo bisogno di cambiare il modello di sviluppo ed investire in politiche industriali e ricerca.

Quando la parola “keynesiana” appare troppo debole soccorre quella “ingraiana”, il pertinace appello al cambiamento del “modello di sviluppo”. Ma vi sarebbe da chiedersi che razza di cambiamento del “modello di sviluppo” è quello che eterna il capitalismo sussidiandolo con soldi pubblici procurati a debito, cioè comprando dal futuro, dalle next generations EU, ricchezza in forma di denaro. L’imbarazzo si spegne tuttavia subito dopo, incalzati dall’appello di Landini a “fermare la guerra in Ucraina e impedire che lo strumento della guerra torni ad essere lo strumento che regola i rapporti tra gli stati e tra le persone”. Bene, ma, chiede giustamente il giornalista, come? “Scenda in campo anche l’ONU, i governi europei indichino una figura autorevole di mediazione bloccando così questa guerra”. Qui neanche la parola “ingraiana” appare sufficiente: subentrano la fascinazione per il diritto cosmopolitico, venato di qualche coloritura ferrajoliana, e persino una segreta attrazione per le proposte di Matteo Renzi: date un un incarico diplomatico ad Angela Merkel! Ma il giornalista non la beve: “all’ONU Mosca ha però diritto di veto”, gli dice, con l’implicito invito a  a smetterla di acchiappare nuvole. Landini inizialmente non demorde (“è la Russia che sta chiedendo la riunione del Consiglio di sicurezza”), ma in mente gli rimane soltanto l’icona di Ursula von der Leyen: “credo che i governi europei e non solo debbano mettere Putin e Zelensky nella condizione di mettersi al tavolo ed avviare un confronto. Occorre bloccare la guerra, negoziare e trovare una soluzione ai problemi”. Il fatto, incontrovertibilmente duro, è che la UE non è mai stata così unita, tuttavia attorno alla politica Nato delle sanzioni, delle armi inviate agli ucraini, dell’allargamento a est in funzione anti-russa. Landini cade in trappola:

Sicuramente le sanzioni sono una strada, ma dobbiamo essere consapevoli che alla lunga non le paga solo la Russia, visto che l’Europa è una delle zone che ha maggiori rapporti economici con loro. Pensiamo solo agli effetti che possiamo avere su molti settori strategici legati alla Russia e all’Ucraina.

Le sanzioni sono una strada, sì, ma verso la rottura del mercato mondiale, l’inferocimento del contrasto tra le borghesie per l’accaparramento delle “zone di influenza”, la decomposizione dell’unità fra produzione e circolazione di merci, con la conseguente e drammatica riduzione dei livelli di benessere delle masse popolari. Tanto che quattro giorni fa la stessa Commissione europea ha avvertito, in una bozza della comunicazione sulla salvaguardia della sicurezza alimentare, che, sebbene in Europa l’accesso ai prodotti di prima necessità “non è a rischio”, esso lo è “per le famiglie a basso reddito”.

A Roma, durante la manifestazione “pacifista” del 5 marzo scorso, Landini ha evocato uno scenario che consentirebbe di uscire dalla contraddizione di dover sostenere una politica, quella delle sanzioni, che attacca direttamente il salario reale, alla difesa del quale la sua organizzazione sarebbe invece formalmente chiamata. Egli ha infatti parlato di una “grande giornata di mobilitazione dei lavoratori europei per fermare la guerra”. Da allora, non ne abbiamo saputo più nulla. Ma la situazione peggiora e la voce dei lavoratori e della società civile democratica non si sente, tranne qualche sporadico eppur meritorio caso.

[1]    Angelo Panebianco, L’Ucraina e le nostre debolezze, “Il Corriere della Sera”, 13 marzo 2022.


Il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, durante la manifestazione per la pace a Roma, 5 marzo 2022. ANSA/CLAUDIO PERI



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